Se uno mi chiede dove abito e voglio rimanere un po’ sul generico, rispondo che abito in un appartamento del centro storico di Genova. Ma “abitare” significa, in sostanza, semplicemente “stare dentro le quattro mura” di un alloggio? Avere un indirizzo per la consegna della posta? Tutto qui? È questo quello che chiamiamo “casa”? Se fosse semplicemente così, avrebbe allora poco senso rifletterci sopra, se non per parlare eventualmente della mancanza di abitazioni o piuttosto di case sfitte, vuote, della necessità di una politica per la casa adeguata, oggi si parla di nuovo di “piano casa”, di soluzioni da trovare per coloro che sono senza fissa dimora, della vita violenta e rumorosa in casa o sotto casa, eccetera eccetera. Non dico che tutti questi non siano problemi. Ma non è di questo che intendo occuparmi.
Reinterpretando nella Lettera sull’umanismo, pubblicata nel 1947, un celebre frammento di Eraclito (fr.119), Heidegger era giunto ad una conclusione sorprendente che aveva lasciato il segno. Una delle tre parole di quel detto era ethos. Veniva spontaneo pensare all’etica e quindi a regole morali astratte e universalmente vincolanti. Nel Secondo dopoguerra c’era proprio bisogno di etica, di “filosofia pratica”, ma Heidegger si muoveva su altri “sentieri”. Forse anche per questo egli avanzava un’ipotesi piuttosto intrigante: nel mondo greco antico, ethos, non significava originariamente “etica”, ma qualcosa di diverso, e precisamente “il luogo dell’abitare”. Non sono in grado di dire se dal punto di vista etimologico sia corretto, ma certo era originale. Come che sia, abitando stabilmente in un luogo si creano legami di vicinanza, abitudini, costumi. E da qui che nasce l’ethos, nel significato che anche noi attribuiamo a questa parola: abitando e abitando vicino ad altri c’è bisogno di regole che assicurino una pacifica convivenza. Ma qui siamo già oltre Heidegger, per il quale “l’uomo in quanto uomo abita nella vicinanza di Dio” (con tutto quello che di profondo e al contempo di enigmatico contiene questa frase).
Ci si può domandare: questo riguarda i greci, ma per noi latini che significato aveva e ha l’abitare? “Abitare” deriva da habitare e questa è una forma particolare del verbo habere: dunque il suo significato originario è avere una cosa, possederla, e alla fine averla come luogo dove abitare. I greci partono dal luogo fisico e lo rendono abitabile, familiare, questo è l’oikos, il sentirsi a casa. I latini partono dal possesso di quel luogo, dal dominium, e quindi ragionano in termini giuridici. In Grecia è nata la filosofia, a Roma il diritto. Ma alla fine ciò che comunque conta è abitare in un luogo. Il dominium implica un potere su, un dominare, un diritto di disporre della cosa. Questo modo di ragionare corrisponde oggi di più al nostro modo di pensare incentrato sul dominio tecnico delle cose, rispetto all’ oikos dei greci.
Dove ci ha portato questa logica giuridica fondata sul dominare, o, in senso più circoscritto, sul costruire? Nella conferenza su Costruire Abitare Pensare Heidegger insiste sul forte legame tra “abitare” e “costruire”. Anche Heidegger è figlio del suo tempo, scriveva quel testo nel 1951. Molte città tedesche erano state in larga parte rase al suolo durante la guerra e dunque era evidente che bisognasse costruire, semmai il filosofo metteva in guardia su come farlo, sul costruire per “far abitare”, e non per fare dei dormitori anonimi, nei quali trascorrere poche ore di riposo dopo giornate di lavoro pesanti passate altrove. Dormi, consumi e produci. Giorno dopo giorno e in modo ripetitivo. Non abiti, occupi per un certo tempo uno spazio. Stai semplicemente dentro le quattro mura.
Ma oggi c’è qualcosa di più, che alla fine rischia di mettere in discussione la nostra stessa sopravvivenza. Deforestazione e cementificazione urbana stanno rendendo sempre più insopportabile la vita degli uomini, ormai concentrata nelle grandi città, che sono diventate luoghi sempre meno abitabili. Marc Augé aveva coniato, nei primi anni Novanta, il concetto di “non-luogo”, riferendosi al fatto che «se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico, definirà un non-luogo». Autostrade, aeroporti, stazioni, centri commerciali, catene alberghiere, periferie “dormitori”: la città si costruisce e definisce attraverso reti di trasporto, punti di transito, spazi di occupazione provvisoria, in cui finiamo per “abitare”, nel senso di trascorrere la maggior parte del nostro tempo. Transiti tra gente che passa, ti perdi nei flussi di acquisti effimeri e finisci la tua giornata in un “non- luogo” simile ad una cella di alveare in cui tenti di isolarti per creare quel microclima che ti consenta di sopravvivere, una bolla immunitaria.
Lo sperimentiamo con il caldo torrido di questi giorni e solo un deficiente potrebbe rispondere che basterebbe dotare tutte le case e tutti i luoghi di lavoro di aria condizionata per risolvere il problema. Se volessimo tentare di risolvere il problema dovremmo trovare il modo di raffreddare le città. Dovremmo per questo anzitutto smetterla di costruire case, autostrade, ponti, perché abbiamo costruito già abbastanza e “là dove c’era l’erba ora c’è una città/E quella casa in mezzo al verde ormai, dove sarà”. E già Il ragazzo della via Gluck alla fine si chiedeva “perché continuano a costruire le case/E non lasciano l’erba /non lasciano l’erba …”. La canzone di Celentano a Sanremo non entrò in finale, ma fu il più grande successo dell’anno, con un milione di copie vendute.
Si trattava di un invito a fermarsi, noi invece siamo andati avanti a costruire. Chissà cosa avrebbe detto oggi quel ragazzo giusto a sessant’anni di distanza, forse se la sarebbe presa con Instagram Reels, Tik Tok, Snapchat Spotlight e quel continuo “scrollare” che può diventare pari al fentanyl. Ma chissà anche cosa avrebbe scritto Heidegger sull’ “abitare”, quando andando alla ricerca della rustica casa contadina nella Foresta Nera avesse trovato al suo posto un Bed & Breakfast, arredato IKEA, con il chek-in automatizzato per entrarvi.


