Itanglese
di Giorgio Vitangeli - 29/07/2026

Fonte: Italicum
La promozione della lingua italiana all’estero è quasi inesistente,
la sua difesa in Italia inesistente del tutto
La lingua italiana sta diventando “itanglese” (e nessuno la difende)
Dire che oggi in Italia c’è poca attenzione per la difesa e la promozione della lingua italiana è un eufemismo. A livello istituzionale le scuole italiane statali all’estero (destinate prevalentemente ai figli d’italiani) sono in tutto sette, situate solo in alcune capitali ed alcune grandissime città europee, e precisamente Parigi, Madrid, Atene, Istanbul, Barcellona e Zurigo. In tutta l’Africa ce n’è una ad Adis Abeba. Nessuna negli altri tre continenti. Ci sono poi, è vero sparse nel mondo, altre 46 scuole private italiane “parificate”, i cui titoli cioè sono riconosciuti dallo Stato italiano. Ma essendo iniziative private, sia pure “parificate” e riconosciute, esse sono, ovviamente, a pagamento. Il fatto che, malgrado l’onere della retta, esse siano frequentate complessivamente da circa ventimila studenti, indica già quanto vasta sia la domanda potenziale di scuole italiane all’estero, presumibilmente in larga percentuale non coperta da un’offerta adeguata.
A livello più alto, vi sono poi 92 Sezioni di lettori d’Italiano presso Università straniere. Si tratta di docenti di ruolo in Italia nelle scuole secondarie che insegnano la lingua italiana in tali Università e promuovono anche attività di ricerca e iniziative attinenti alla cultura italiana. Tali Sezioni di “lettori” di italiano in Atenei stranieri beneficiano di contributi del nostro Ministero degli Esteri.
La stabile promozione istituzionale della lingua italiana all’estero è tutta qui.
Meriti e limiti della
“Dante Alighieri”
C’è infine la famosa e benemerita “Società Dante Alighieri”, che non è una emanazione della Pubblica Amministrazione, ma una società, riconosciuta poi quale Ente morale, promossa nel lontano 1889 da un gruppo d’intellettuali guidati da Giosuè Carducci, proprio con lo scopo di diffondere e promuovere la lingua e la cultura italiana nel mondo. Essa è presieduta, ormai da un decennio, dal prof. Andrea Riccardi, già docente di storia contemporanea prima all’Università di Bari, poi alla Sapienza ed alla Terza Università di Roma. Autore di numerosi saggi e libri Riccardi è anche (o soprattutto) uno storico del Cristianesimo, ma forse è più noto al grande pubblico per essere stato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio e poi ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione nel governo Monti, ed opinionista infine del Corriere della Sera. Alla “Dante Alighieri” il prof. Riccardi ha dato notevole impulso, trasmettendo in essa, ovviamente, anche quelle che sono le sue convinzioni ideologiche e culturali che traspaiono chiaramente dalla sua biografia, cioè un forte ecumenismo cristiano, una politica dell’accoglienza e dell’integrazione nei confronti degli stranieri, un pacifismo evangelico. Qualche esempio? La lingua italiana è per lui “la lingua della pace”. E tra le funzioni del PLIDA (Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri) c’è il rilascio di un diploma di certificazione (riconosciuto dal nostro Ministero degli Esteri) di conoscenza della lingua italiana, secondo sei livelli (da A1 a C2). Il livello A2 (livello elementare di “sopravvivenza”) costituisce titolo valido per il permesso di lungo soggiorno ai lavoratori stranieri immigrati in Italia.
Altro progetto innovativo della Dante Alighieri è il Dante GLOBAL, che è un programma digitale di insegnamento dell’italiano attraverso Internet, ma anche in presenza. Peccato che il costo dei corsi di lingua italiana della Dante Alighieri sia rapportato più ai livelli di paga dei docenti che a quello degli allievi. Qualche esempio? Un corso d’italiano “a piena immersione” di un mese costa 490 euro. Cioè quasi il doppio dell’intera normale paga mensile di un impiegato in Egitto o in Marocco, e più di un triplo della paga mensile minima in Algeria. Citiamo questi Paesi mediterranei perché sono tra quelli in cui ci potrebbe essere forse più interesse ad una maggiore conoscenza della lingua italiana, e magari anche della sua cultura. Quanto ai corsi individuali in presenza, essi ovviamente sono ancora più cari: trenta euro all’ora per un corso di 12 ore. E cosa si possa imparare di una lingua straniera in sole dodici ore è un interrogativo che lascia perplessi.
Manca un progetto
a livello politico
La “Dante Alighieri”, è forte di 400 Comitati nel Mondo. Non è poco. Ma si ha la sensazione che si possa fare molto di più nella promozione della lingua italiana, e che quello che manca è un organico e stabile progetto a livello politico, di cui la Dante Alighieri, pur nella sua necessaria autonomia, o meglio ancora, proprio grazie alla sua natura non politico-istituzionale, potrebbe essere un punto di forza ed un validissimo strumento.
Ma oggi il problema più urgente e drammatico non è tanto la promozione della lingua italiana, quanto la sua difesa. A giudicare infatti da quel che si legge nelle strade, cioè nelle insegne e nelle vetrine dei negozi, e sui giornali, e da quello che si ascolta e si vede in televisione, non soltanto negli annunci pubblicitari, è ovunque un’alluvione dilagante di parole e di terminologie anglosassoni che paiono quasi configurare il nascere di una nuova lingua, che non è più quella italiana, ma una sorta di “itanglese”, nata dallo stupro che l’inglese sta facendo della lingua italiana.
A scanso di equivoci, di accuse di “purismo” anacronistico, e magari anche di “fascismo” (e sarebbe questa l’unica accusa per altri versi fondata…), prima di continuare voglio chiarire alcune cose. Io penso che una lingua viva, come ogni cosa vivente, muti lentamente forma. Perde per desuetudine alcune parole, altre ne crea o ne acquisisce; perde o semplifica alcune strutture sintattiche, ed acquisisce parole di lingue straniere, e, particolarmente nelle regioni di confine, quelle dei Paesi confinanti, ma ancor più quelle di Paesi temporaneamente egemoni. Questi, entro certi limiti, sono fenomeni fisiologici, normali in qualunque lingua viva. Fino ai primi decenni del secolo scorso in Italia questo accadeva con la lingua francese: era la lingua della diplomazia, la lingua dei rapporti internazionali, per giunta di un Paese confinante, di grande cultura, e che aveva ricoperto un ruolo politico da protagonista in Europa per tutto l’Ottocento. Ed anche se i linguisti della “Accademia della Crusca” le bollavano come “francesismi”, era naturale che alcune di quelle parole, passata la frontiera, mettessero le radici anche in Italia, così come non poche parole o locuzioni italiane nel tempo hanno trovato stabile ospitalità in altre lingue.
Detto per inciso, l’Accademia della Crusca è la più antica Accademia linguistica del mondo, essendo stata fondata quasi cinque secoli or sono. E non è affatto vero, come un diffuso luogo comune farebbe pensare, che essa sia costituita da un esiguo gruppo di fanatici difensori della purezza linguistica italiana, chiusi ad ogni sorta di innovazione e fermi ed immobili rispetto a non si sa bene quale epoca e forma della lingua italiana. In realtà essa è composta di linguisti che vivono il presente, la cui specificità è quella di avere la più profonda conoscenza della lingua italiana, della sua evoluzione passata, dei suoi problemi odierni. Per rendersene conto basta leggere il suo “Giornale digitale”, diffuso in rete. Lettura che consigliamo vivamente a chi nelle scuole ha l’onere (e l’onore…) di insegnare la lingua italiana.
Come le signore snob
dell’inizio Novecento
Ma torniamo alle nostre riflessioni. Come già detto, che una lingua viva muti nel tempo, ed accolga anche nell’uso parole e forme di altre lingue è fisiologico, e dunque normale. Meno normale era, in passato, che signore e signorine “snob” (non a caso snob è l’abbreviazione di “sine nobilitate”, cioè senza nobiltà) cinguettassero leziosamente inframettendo in continuazione parole francesi nella loro conversazione, cercando così di darsi un tono e tentar di apparire più di quel che erano, senza minimamente immaginare che quello che ostentavano non era un superamento del provincialismo ed il frutto di una più alta cultura internazionale, ma al contrario, segno snobistico di servilismo verso la moda (e il potere) dominanti che venivano allora dalla Francia.
Allo stesso modo e con lo stesso spirito conformista e implicitamente servile oggi in Italia troppi giornalisti nei loro sussiegosi commenti infilano una parola inglese ogni tre righe. Poi ci sono i pubblicitari, che arrivano addirittura ad inserire intere frasi in inglese nelle pubblicità televisive e sulla stampa. Che la maggior parte del pubblico non sappia cosa significano sembra non abbia importanza. Gli studiosi di psicologia di massa dicono che quelle frasi incomprensibili ai più, quegli “abracadabra”, hanno la funzione ed il prestigio di misteriose formule magiche; conferiscono l’autorità ed il prestigio che un tempo davano agli azzeccagarbugli (ed un po' anche ai parroci...) le frasi dette in latino. E intanto così promuovono la lingua inglese.
Sotto questo aspetto il caso più clamoroso e vergognoso è stato quello del cosiddetto “Job’s act”: una legge della Repubblica italiana, con il titolo in lingua inglese, emanata dal governo Renzi. “Job” in lingua inglese vuol dire lavoro, ed “act” vuol dire legge. Ma evidentemente dire “Legge del lavoro” è sembrato a Renzi, o a chi per lui, troppo banale, ed anche un po’ pericoloso. Quella legge infatti limitava o eliminava alcuni diritti dei lavoratori. Ma chiamarla “Job’s act” le dava un’aura di modernità, di adeguamento all’economia più avanzata, che finiva con l’occultare o comunque sbiadire la sua vera natura. Doppiamente vergognosa dunque: per il nome straniero di un atto ufficiale della Repubblica Italiana, e per il contenuto.
Il caso dell’industria
informatica
Infine in questo continuo violentare la lingua italiana ci sono in prima linea l’industria informatica e l’economia. Qui l’inglese domina sovrano, anche se l’uso quasi esclusivo dell’inglese sembra avere qualche attenuante.
L’industria elettronica si è sviluppata infatti negli Stati Uniti anglofoni. Era nata per la verità in Italia, nella Olivetti, ad Ivrea. E avrebbe parlato forse largamente italiano, perché è in Italia, negli stabilimenti di Ivrea, che è nato alla vigilia degli anni sessanta del secolo scorso il primo computer personale al mondo, che oggi ha il nome inglese di “personal computer” o “desktop computer”. In Italia il nome in codice del programma che lo sviluppò e da cui nacque era “Programma 101”. La NASA fu uno degli utilizzatori di quel primo computer italiano. E in precedenza dalla “Divisione elettronica della Olivetti era uscito “Elia 9003”, uno dei primi computer il cui apparato principale funzionava tutto con transistor, cioè elettronicamente. Ma Adriano Olivetti, il leader carismatico di quell’industria, con la mente tutta volta al futuro, morì improvvisamente nel febbraio del 1960. Gli eredi ed i soci che subentrarono nell’azienda la prima cosa che fecero fu vendere la Divisione elettronica dell’Olivetti alla General Electric, la grande società americana. Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, che era uno dei nuovi soci, sostenne che quella Divisione elettronica, che stava facendo conquistare all’Italia primati mondiali, era “un neo da estirpare” perché, a suo giudizio, per il settore elettronico occorrevano investimenti che nessuna impresa italiana era in grado di affrontare. E così l’industria elettronica nel mondo oggi parla inglese.
Dobbiamo abituarci dunque, e rassegnarci, concedendo a tutte quelle parole inglesi la cittadinanza italiana? Io credo che l’atteggiamento più giusto a più ragionevole sia quello che espresse un giorno, al Centro di Documentazione Economica per Giornalisti, di cui allora ero direttore, un alto dirigente della Banca d’Italia. “Se - egli disse riferendosi al linguaggio degli economisti - di una parola o di un modo di dire inglese non esiste l’equivalente italiano, io non ho remore ad usare l’inglese. Ma se esiste l’equivalente italiano non vedo perché dovrei usare l’inglese”.
E il linguaggio
degli economisti
E siamo giunti così al linguaggio degli economisti e dell’economia, ove le parole inglesi, specie nel settore della finanza, piovono ormai a catinelle, inondando ogni scritto ed ogni discorso. Le ragioni di quest’alluvione sono triplici. La scienza economica oggi dominante è quella classica nata in Inghilterra a cominciare da “La ricchezza delle Nazioni” di Adam Smith (1776). Ed anche qui un’altra scuola economica, quella italiana nata nel Regno delle Due Sicilie aveva preceduto in alcune idee fondamentali Adam Smith, ma in una ottica diversa, più completa e più moderna.
Antonio Genovesi infatti (1753-1788), filosofo ed economista, è considerato da molti il vero padre della scienza economica moderna. Va ricordato, anzitutto, che è a Napoli che nel 1754 che venne istituita la prima cattedra di scienza economica in Europa. E da quella cattedra l’abate Genovesi impartì le sue “Lezioni di economia civile” che ebbero grande risalto in tutto il continente europeo, cioè in quello che allora era l’intero mondo civile. E le impartì quelle lezioni per la prima volta, in italiano, e non in latino, come era d’uso ancora in tutte le università, di modo che quegli insegnamenti potessero estendersi anche a coloro che ignoravano la lingua latina, o poco e male l’intendevano. Egli credeva infatti che l’istruzione svolgesse un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’economia e della società civile. Un concetto che anticipava largamente le idee moderne. E assai prima di David Ricardo, e senza farne discutibili teoremi, evidenziò il grande ruolo del commercio per un sano sviluppo del sistema economico. Per alcuni aspetti dunque egli era vicino al pensiero degli economisti inglesi, ma in un aspetto fondamentale ne era all’opposto. Tutto il sistema economico di Adam Smith (e tutta la classica scienza economica inglese che ne è derivata, fino ai giorni nostri) vede infatti come unico motore dell’economia l’interesse individuale, che verrebbe corretto solo dalla indefinita e indefinibile “mano invisibile” del mercato. Dunque: a sostanziare la teoria economica inglese sono da un lato il materialismo dell’interesse privato e l’atomismo individualistico, dall’altro una sorta di deificazione del mercato. Genovesi al contrario sosteneva che nell’agire umano si equilibrano due forze: da un lato l’interesse individuale, dall’altro la solidarietà sociale, e che nel mercato, che non è un’entità astratta, ma opera dell’uomo, si realizza anche una sorta di “mutua assistenza”. Ed a questo riguardo il prof. Luigino Bruni, ordinario di politica economica all’Università Lumsa di Roma, ha scritto: “Non stupisce che nel pieno della crisi devastante dell’economia neoliberista di mercato il messaggio di Genovesi risulti oggi ancora più attuale che nel Settecento”.
Ferdinando Giuliani (1728-1787) poi, abruzzese di nascita, filosofo ed economista fu un altro insigne esponente della scuola economica napoletana, che nel suo “Della moneta” indagò gli aspetti del sistema monetario, ma sottolineò anche il ruolo dello Stato nell’economia e nella politica economica. Il contrario dunque dello “Stato minimo” postulato dalla scuola economica inglese. E d’altronde va ricordato che nel Regno delle Due Sicilie a dare vita alle prime grandi industrie (dalla famosissima industria ceramica a quella della seta, dalla cantieristica, alla prima grande officina per la manutenzione e riparazione delle locomotive a vapore, dalla costruzione della prima linea ferroviaria alla prima costruzione di case popolari), il motore fu lo Stato, e non l’iniziativa privata. Uno Stato che cominciava a intuire anche la necessità di politiche sociali. Ed anche in questo, cioè nell’anticipazione della moderna “economia mista”, sia pubblica che privata e della “economia sociale di mercato”, la scuola economica napoletana si rivela inconfutabilmente più moderna di quella inglese. Altri nomi potremmo aggiungere a questi due citati, ma sarebbe eccessivo.
Mi scuso anzi per questa lunga digressione, che origina anche dal mio particolare interesse per l’economia, dalla mia convinzione che sia opportuno rivendicare primati italiani spesso sottaciuti o dimenticati, ed anche un po’ dalla convinzione che la vera storia del Regno delle Due Sicilie andrebbe riscritta, perché quella che ci è stata tramandata a scuola è stata scritta dal vincitore sabaudo, ed i vincitori, da che mondo e mondo, la storia la raccontano a modo loro, esaltando se stessi e diffamando il “nemico” sconfitto. E ad essere sconfitta è così anche la verità.
Tornando al tema della lingua, da cui queste riflessioni hanno preso l’avvio, l’economia oggi parla inglese, ma non sono affatto sicuro che continuerà a parlarlo ancora tra una cinquantina d’anni. Perché sono certo che tra cinquant’anni la scienza economica inglese non sarà più quella sorta di scienza indubitabile che è oggi, e soprattutto l’economia dominante non sarà più quella anglofona degli Stati Uniti. E l’itanglese che oggi ostentano giornalisti, politici, dirigenti d’aziende, professori d’Università, bancari, promotori di prodotti finanziari et similia, apparirà grottesco e patetico e soprattutto come una forma di servilismo. Perché se è vero che la lingua è l’anima profonda di un popolo, il segno ed il presidio della sua identità, il deturparla per compiacere lo straniero egemone apparirà come “libidine di servilismo”, per usare le parole con cui il vecchio Vittorio Emanuele Orlando bollò la firma da parte dei governanti di allora, del trattato di pace con cui l’Italia accettava il diktat impostoci dai vincitori della seconda guerra mondiale.

