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«L’Odissea», lontana da Omero, più vicina a Nolan

di François-Xavier Consoli - 30/07/2026

«L’Odissea», lontana da Omero, più vicina a Nolan

Fonte: GRECE Italia

Il nuovo film di Christopher Nolan suscita tanto entusiasmo quanto polemiche. Alcuni gli rimproverano di aver tradito l’opera fondante di Omero e di avere un’intenzione «wokista», altri ricordano l’importanza della libertà degli artisti e il fatto che un adattamento cinematografico di un’opera letteraria, soprattutto così monumentale, non possa che essere un’interpretazione personale. Il nostro collaboratore François-Xavier Consoli si è precipitato nelle sale cinematografiche per farsi un’opinione. Ecco il suo contributo al dibattito.

 L’evento cinematografico dell’estate! A partire dalla sua trilogia di The Dark Knight, il regista britannico è entrato a far parte di quella ristretta cerchia di cineasti leggendari, di cui si attende con impazienza il prossimo film.  Che lo si ami o lo si odi, fa sempre parlare di sé. Tre dei suoi film, Memento (2000), Il cavaliere oscuro (2008) e Inception (2010), sono stati inoltre inseriti nel National Film Registry. E questo mentre è ancora in vita! Sono in molti a sognarlo…

Un nuovo film di grande successo, con il suo adattamento de L’Odissea, in uscita questo luglio 2026. A prescindere dal materiale di partenza, il lavoro di adattamento cinematografico di un’opera letteraria è un rompicapo dall’inizio alla fine. È uno dei motivi principali per cui, salvo rare eccezioni, i grandi romanzi sono spesso inadattabili alla grammatica del cinema; oppure risultano completamente falliti. Con il suo stile e i suoi temi, un regista ci metterà sempre del suo. Nella sua filmografia, il talentuoso Nolan (poiché il suo film, come gran parte del resto della sua filmografia, è un buon film) esplora regolarmente la responsabilità morale, l’identità, la redenzione e il senso di colpa. Il suo ultimo film non fa eccezione. Purtroppo (o per fortuna, del resto), ciò lo allontana notevolmente dall’epopea eroica dell’antico poeta greco, dato che Nolan ha completamente riscritto l’opera di Omero.

 

Il senso di colpa, ben più della gloria

Nel poema di Omero, l’Odissea è innanzitutto il racconto del nostos, ovvero del ritorno. Ulisse cerca di ritrovare Itaca, sua moglie e la sua identità di re. L’eroe è colpito da un destino ostile: il suo vagabondaggio è la conseguenza dell’ira di Poseidone, scatenata dopo l’accecamento del ciclope Polifemo e aggravata da alcuni slanci di superbia (hybris), come quando rivela il suo vero nome al gigante. Il poema non presenta mai Ulisse come un uomo profondamente tormentato dal senso di colpa morale. Le successive perdite dei suoi compagni, le prove che affronta o le violenze che commette appartengono a un universo in cui gli dei, il destino (moira) e la necessità bellica occupano un posto centrale. Nella lettura di Nolan, al contrario, il viaggio sembra diventare quello di una coscienza tormentata. Come in una caccia al tesoro fatta di nodi di colpa, l’eroe deve sentire, ancora e ancora, il peso delle sue decisioni passate. Incubi ricorrenti, le morti di cui si sente responsabile e i traumi ereditati dalla guerra di Troia sono ciclici. Se i suoi uomini girano in tondo sul mare, anche lui gira in tondo nella sua mente.

Il ritorno a Itaca non appare più solo come la riconquista di un regno perduto, ma come la ricerca di una forma di pace interiore e di riconciliazione con se stesso. Laddove Omero racconta la storia di un uomo perseguitato dagli dei, Nolan sembra raccontare quella di un uomo perseguitato dai propri ricordi tormentati. Questo spostamento del baricentro della narrazione è fondamentale. Nolan trasforma l’Odissea da un’epopea eroica, inserita in una visione religiosa greca, in un dramma psicologico incentrato sulla responsabilità individuale, sul senso di colpa e sulla possibilità di una redenzione, temi che evocano maggiormente una morale cristiana, piuttosto lontana dalla Grecia arcaica.

 

Smisuratezza collettiva contro peccato individuale

In questo mondo dell’antica Grecia, la colpa fondamentale è l’hybris, quella smisuratezza ispirata dalle passioni e dalle conseguenze fatali, in particolare l’orgoglio, l’arroganza o l’eccesso di potere. Dal punto di vista giuridico, questo concetto può anche essere considerato come un atto trasgressivo violento, in altre parole, un crimine dal punto di vista della città. L’eroe deve quindi essere punito dalla giusta ira (degli dei). Egli non è moralmente colpevole nel senso in cui lo intenderà in seguito il cristianesimo, ma perché ha oltrepassato i limiti imposti dall’ordine del cosmo.

Ulisse è certamente orgoglioso quando rivela la propria identità a Polifemo, ma questo errore non genera un senso di colpa interiore; provoca soprattutto la vendetta di Poseidone e prolunga il suo vagabondaggio. In Nolan, invece, la colpa sembra interiorizzata. L’eroe appare come un uomo che porta il peso delle proprie azioni, e il suo viaggio di ritorno assume la forma di un percorso di purificazione. Ogni prova — l’incontro con Circe, la tentazione di Calipso, il canto delle Sirene o ancora la discesa nel regno dei morti — può quindi essere interpretata come un confronto progressivo con le proprie debolezze e le proprie ferite morali, più che come una semplice serie di ostacoli imposti dagli dei. Di conseguenza, il ritorno a Itaca non consiste più solo nel ritrovare un trono e una casa, ma nel ridiventare degno di ritrovarli. Lamentandosi di questa frattura fondamentale causata dalla guerra di Troia, l’Ulisse di Nolan non è più un eroe, ma un Adamo che sospira per la scomparsa dell’Eden.

Una sensibilità cristiana, in cui la colpa è innanzitutto una realtà interiore che richiede conversione, penitenza e riconciliazione, mentre in Omero il dramma di Ulisse deriva essenzialmente dalla rottura dell’equilibrio tra uomini e dei. E, per estensione, da una delle cose più fondamentali per l’eroe dell’antichità: il compimento del proprio destino.

L’idea di nostos, quel ritorno all’ordine legittimo, non compare più in Nolan. Nel poeta greco, Ulisse cerca di ritrovare il suo regno, la moglie Penelope, il figlio Telemaco e il posto che gli spetta nell’ordine politico e familiare. Il suo ritorno è sinonimo di ripristino di un’armonia spezzata dalla guerra di Troia e dalle prove imposte dagli dei. Una volta eliminati i pretendenti, la giustizia viene ristabilita e la storia ritrova la sua pace. Per Nolan, il ritorno sembra acquisire una dimensione molto più interiore e spirituale. Itaca non è più solo una terra da riconquistare, ma uno stato di pace a cui l’eroe può accedere solo dopo aver affrontato i propri demoni.

Un approccio molto diverso da quello di Omero: il film propone una visione cristiana della salvezza, in cui il ritorno a casa evoca simbolicamente il ritorno dell’uomo alla grazia dopo un lungo vagabondaggio morale. Del resto, Penelope appare meno come la sposa fedele e più come la promessa di un possibile perdono, mentre Telemaco incarna la speranza di una filiazione ricostituita.

 

L’ambiguità dell’eroe nei film di Nolan

E se portassimo questa idea alle sue estreme conseguenze, la differenza più profonda tra l’Odissea di Omero e l’adattamento di Christopher Nolan risiede nel modo in cui è costruito il personaggio di Ulisse. Nel poema omerico, Ulisse è un eroe dalle mille sfaccettature — coraggioso, astuto, a volte crudele, a volte pio — ma non è una figura spirituale chiamata a salvare gli uomini o a espiare i peccati del mondo. La sua intelligenza (mètis) è la sua più grande qualità, anche se, come dicevamo, a volte può trasformarsi in orgoglio, in particolare quando rivela la propria identità a Polifemo, attirando su di sé l’ira di Poseidone. Ma questa colpa rimane quella di un eroe greco che supera i limiti fissati dagli dei; non lo rende un essere diviso tra il bene e il male in senso morale o religioso.

Nell’interpretazione di Nolan, Ulisse assume una dimensione molto più ambivalente. Da un lato, presenta tratti che possono evocare una figura cristica. Accettando di portare il peso dei morti della guerra di Troia, Ulisse attraversa la sofferenza, scendendo simbolicamente nel regno dei morti per affrontare il proprio passato, e prosegue il suo viaggio nella speranza di ritrovare i suoi cari dopo una lunga prova interiore. Il suo percorso assume così le sembianze di una passione, in cui la sofferenza diventa lo strumento di una trasformazione personale. Ma, al contempo, Nolan conserva gli aspetti più oscuri del personaggio, che questa volta richiamano una figura luciferina: la sua intelligenza eccezionale alimenta una fiducia in se stesso talvolta eccessiva, il suo rifiuto di accettare i propri limiti lo spinge a sfidare gli dei e il suo desiderio di affermare la propria gloria personale provoca la sua caduta.

Laddove Omero presenta un eroe definito essenzialmente dalla sua astuzia e dal suo rapporto con gli dei, Nolan costruisce un personaggio attraversato da due impulsi contraddittori: l’umiltà acquisita nella sofferenza, che evoca il Cristo; e l’orgoglio di chi crede di potersi elevare al di sopra della propria condizione, richiamando la figura tradizionale di Lucifero. Questa tensione conferisce all’Ulisse di Nolan una profondità psicologica e spirituale che si discosta sensibilmente dall’antropologia greca arcaica, incentrata più sul destino, sull’onore e sull’equilibrio tra gli uomini e le potenze divine che sulla lotta interiore tra peccato, caduta e redenzione.

Non è certo un caso che Nolan «tralasci» completamente quel momento, pur così decisivo, del poema di Omero, in cui Ulisse rivela il proprio nome al Ciclope. Qui non c’è alcun «Nessuno», ma un eroe che preferisce seguire il proprio piano pericoloso, mettendo a rischio la vita dei suoi compagni, pur di dimostrare la propria astuzia.

 

Ma veniamo al punto…

Chi fosse alla ricerca di una lettura di Omero rischia quindi di rimanere profondamente deluso, poiché l’opera del poeta greco non è, in fin dei conti, che un pretesto. Fin dai suoi primi film, Nolan costruisce quasi sempre le sue storie attorno a personaggi eccezionali, dotati di un’intelligenza fuori dal comune, ma la cui più grande forza diventa inevitabilmente la loro più grande debolezza.

Già in Memento (2000), il personaggio di Leonard Shelby rifiuta di accettare la verità su se stesso e preferisce rinchiudersi in una menzogna che alimenta la sua vendetta, trasformando il proprio orgoglio intellettuale in una trappola dalla quale non riesce a uscire. In Insomnia (2002), il poliziotto Will Dormer (interpretato da Al Pacino) uccide accidentalmente il suo partner e sprofonda progressivamente in un senso di colpa che lo tormenta più del criminale che sta inseguendo. L’eroe mascherato di Batman Begins (2005) e soprattutto di The Dark Knight (2008) presenta un Bruce Wayne costantemente diviso tra la tentazione della vendetta e l’esigenza di un sacrificio disinteressato. Alla fine accetterà di assumersi la responsabilità dei crimini di Harvey Dent per preservare la parte pura di Gotham, facendosi carico di una colpa che non è sua, con un gesto di ispirazione cristiana. Al contrario, il Joker appare come una figura luciferina, che cerca di spingere l’eroe a cedere all’orgoglio e alla disperazione. In The Prestige (2006), i due maghi, Borden e Angier, vedono la loro ricerca della perfezione trasformarsi in un’ossessione divorante, in cui uno sacrificherà la propria identità e l’altro la propria umanità. Dom Cobb, in Inception (2010), è tormentato dalla morte della moglie; incapace di perdonare le proprie azioni, trasforma il proprio inconscio in un vero e proprio purgatorio, dove ogni missione diventa anche un percorso verso una possibile riconciliazione interiore. In Interstellar (2014), Cooper lascia i propri figli per salvare l’umanità, ma il suo vero viaggio consiste nell’imparare che l’amore, l’umiltà e il sacrificio contano più della sola padronanza scientifica. Infine, Oppenheimer (2023) costituisce senza dubbio l’esempio più vicino a questa lettura dell’Ulisse di Nolan. Robert Oppenheimer, un uomo il cui genio rasenta una smisuratezza quasi «prometeica», offre al mondo la bomba atomica, ritrovandosi condannato a portare il peso morale della sua invenzione. Come Ulisse, è al tempo stesso ammirato per la sua intelligenza e oppresso dalle conseguenze delle proprie scelte.

Nolan non mette quindi in scena eroi irreprensibili, ma uomini profondamente ambivalenti, la cui grandezza nasce proprio dalla tensione tra la loro aspirazione a compiere una missione quasi salvifica — dimensione che si può definire cristica — e la loro costante tentazione di elevarsi al di sopra dei limiti umani grazie alla loro volontà, al loro orgoglio o al loro genio, il che li avvicina a una figura luciferina. In definitiva, Nolan non adatta Omero. Nolan fa Nolan…

 Éléments, François-Xavier Consoli, « L’Odyssée », loin d’Homère, plus près de Nolan, 29 luglio 2025.