Note sul tema "sicurezza"
di Andrea Zhok - 30/07/2026

Fonte: Andrea Zhok
In questi giorni estivi il tema “sicurezza”, e il suo nesso con l’immigrazione, è stato al centro della discussione pubblica. Possiamo immaginare facilmente le ragioni di questa concentrazione, che al tempo stesso favorisce la polarizzazione su vecchie linee oppositive (Dx-Sx), distrae dai problemi strutturali e aiuta l’imporsi dei Gate-Keeper di Futuro Nazionale.
Ma non basta capire le ragioni strumentali, bisogna anche guardare in faccia lo stato reale delle cose e confrontarsi con la percezione pubblica.
• ALCUNI DATI. Secondo l’Istat e sulla base dei dati del Ministero dell’Interno il quadro della criminalità in Italia si è evoluta in questo senso.
Il numero totale dei delitti in rapporto alla popolazione si attesta su una dimensione eguale a quella degli anni ’90 (40 delitti per 1000 abitanti). La natura dei delitti però è cambiata.
Sono in diminuzione abbastanza costante dagli anni ‘90 omicidi, furti e rapine (anche se queste ultime in aumento negli ultimi 5 anni). Stabili gli scippi.
Sono invece in aumento frodi e truffe informatiche, episodi di criminalità minorile (baby gang), aggressioni in generale e, in misura minore, le violenze sessuali.
La popolazione di origine straniera è sovrarappresentata nella popolazione carceraria (per una popolazione straniera residente del 9,4%, la popolazione carceraria di origine straniera è del 31,5%).
La distribuzione dei crimini è radicalmente diversa tra i grandi centri urbani e i piccoli centri: nei grandi centri urbani la percentuale di eventi criminosi in rapporto alla popolazione è più del triplo rispetto a centri sotto i 10.000 abitanti.
• Questi dati non sono sufficienti per definire un quadro dettagliato ma sono sufficienti a stabilire che, per quanto la situazione della sicurezza in Italia sia lontana da una situazione d’emergenza, tuttavia la diffusa percezione di allarme sociale non è un mero costrutto artificiale. Potremmo dire che le forme di criminalità spicciola e arbitraria, non organizzata (aggressioni gratuite, vandalismi, ecc.), sono in aumento, a fronte di una diminuzione dei grandi delitti (l’omicidio, la rapina in banca).
• Questa tipologia di reati, paradossalmente, sfuggono più facilmente alle sanzioni di legge proprio per la loro natura: per i reati che non prevedono pene superiori ai 5 anni di reclusione non esiste l’obbligo di arresto, e in presenza di carceri già ampiamente sovraffollate (occupazione media al 135%), l’esito più frequente è il rilascio immediato del reo.
• Il nesso tra criminalità e immigrazione è chiaro anche se ne va precisata la natura. Non si tratta di una maggiore “propensione a delinquere degli stranieri” in generale. Si tratta di una maggiore propensione a delinquere tipica di soggetti giovani, sradicati e disagiati, tutte caratteristiche che si concentrano nella popolazione migrante italiana.
• Che fare?
Esiste un livello di intervento fondamentale, che riguarda la forma produttiva del paese: oggi l’Italia attrae intenzionalmente persone poco formate, che forniscano manovalanza di base a buon prezzo, e che si vogliono sacrificabili e ricattabili. Se si vuole affrontare il problema di petto, bisogna modificare il modello produttivo – il che avrebbe incidentalmente ricadute benefiche innanzitutto sui giovani italiani.
Ma se si vuole rimanere sul ristretto piano degli interventi in termini di sicurezza, esistono risposte che si dovrebbero dare – per quanto non risolutive.
Queste risposte riguardano sia il piano di ciò che si deve fare sia il piano di ciò che non si deve fare.
• CIÒ CHE SI DEVE FARE, vista la natura dei crimini e il tipo di percezione di insicurezza, è:
1) Mettere le forze dell’ordine nelle condizioni di intervenire con efficacia e sicurezza, per sé e per i soggetti oggetto degli interventi restrittivi. La sciatteria (volendo essere benevoli) vista in recenti interventi mette in luce un problema di formazione e di protocolli di intervento.
2) Trovare il modo per togliere dalla circolazione, almeno nel breve periodo, anche i rei di reati “minori”. Se questo deve significare la costruzione di nuove carceri, è triste ma così sia. Anche gli atti di criminalità minore da parte di chi ha poco da perdere devono poter essere oggetto di sanzione efficace e dissuasiva. Non è possibile che lo scippatore arrestato ieri sia in strada oggi.
3) Escludere i rei da risarcimenti e compensazioni monetarie in caso di danni subiti nel corso dell’esercizio dei propri reati. Un reato non può essere trattato come un incidente sul lavoro. Chi si mette al di fuori della legge per perseguire i propri scopi a danni di terzi deve sapere che non potrà comunque trarne beneficio economico.
4) Trasferire l’attenzione e le energie delle forze dell’ordine sulla criminalità ordinaria, distogliendola dal concentrarsi sulle proteste civili. Non è accettabile assistere – come accade sempre più spesso – a forze dell’ordine (e giudici) che intervengono pesantemente e in massa su proteste pacifiche, manifestazioni, sit-in, mentre latitano quando si tratta di colpire spacciatori, violenti, vandali, scippatori, ecc.
• CIÒ CHE NON SI DEVE FARE È:
1) NON si devono rimuovere i limiti di proporzionalità e incombenza del pericolo nell’esercizio della legittima difesa. (Eventualmente si possono produrre delle casistiche esemplificative che consentano alle persone di capire meglio quali reazioni siano adeguate e quali no.)
2) NON si deve “chiudere un occhio” sulle modalità di intervento delle forze dell’ordine. Il fatto che lo stato avochi a sé il “monopolio della violenza” comporta una rigorosa assunzione di responsabilità nei confronti dei civili. Proprio perché esiste il reato di “resistenza a pubblico ufficiale”, che obbliga il cittadino ad accondiscendere all’operato delle forze dell’ordine, deve esistere una rigorosa responsabilità intorno ai limiti consentiti a tali interventi.

