Dopo Islamabad: l’escalation Usa si scontra con la dottrina iraniana della “lunga guerra”
di Peiman Salehi - 26/04/2026

Fonte: Barbadillo
Con il permesso dell’Autore, l’analista iraniano Peiman Salehi, penna della BBC, Al Jazeera e South China Morning Post, ringraziando The Cradle.co, traduciamo e pubblichiamo uno dei più autorevoli punti di vista iraniani sullo stallo geopolitico in atto.
Il fallimento dei colloqui di Islamabad non ha solo posto fine a un altro round diplomatico, ma ha segnato un cambiamento nel modo in cui il conflitto viene percepito a Teheran. Ciò che Washington inquadra ancora come una campagna di pressione, l’Iran lo considera ormai la fase di apertura di un confronto a lungo termine, in cui il tempo, i mercati e le pressioni politiche potrebbero gravare più sugli Stati Uniti che sulla Repubblica Islamica.
I negoziati sono falliti perché non si sono mai basati su una visione condivisa della realtà. Gli Stati Uniti si sono presentati al tavolo convinti che la pressione militare avesse già prodotto una leva sufficiente per estorcere concessioni significative. L’Iran è entrato con il presupposto opposto: che la guerra non avesse ancora raggiunto lo stadio in cui tali concessioni fossero necessarie. La questione si rivela più profonda della semplice tattica.
La posizione di Washington riflette la continuità del suo approccio consolidato: smantellamento del programma nucleare iraniano, riduzione dell’influenza regionale e navigazione illimitata nello Stretto di Hormuz, evitando però impegni vincolanti sul Libano. Dal punto di vista di Teheran, questo non è un negoziato volto al compromesso, ma un tentativo di trasformare risultati parziali sul campo di battaglia in una resa politica.
La posizione dell’Iran poggia, tuttavia, su un calcolo differente. Teheran ha insistito sul mantenimento delle proprie capacità nucleari, sulla sovranità su Hormuz e sull’estensione di qualsiasi quadro di cessate il fuoco al Libano. Posizioni che riflettono confini strategici, ancorati alla convinzione che il conflitto sia regionale e non possa essere compartimentato.
Un Iran mal interpretato
Un fattore chiave di questa divergenza risiede nell’errata lettura di Washington delle dinamiche interne iraniane. Gli Stati Uniti sembrano dare per scontato che l’Iran consideri ancora i negoziati come una via d’uscita necessaria dalla pressione economica. Ma il clima interno è cambiato: non c’è più la grande aspettativa che la diplomazia porti sollievo immediato. Al contrario, ampi settori dell’opinione pubblica mettono in dubbio la logica stessa di un negoziato da posizioni di forza.
Questo spostamento interno ha conseguenze dirette sulla postura negoziale. Come osservato dall’analista politico Foad Izadi il 12 aprile, «parlare troppo di negoziati indispettisce la popolazione», riflettendo una crescente sensibilità verso qualsiasi percezione di resa. In questo contesto, il compromesso non è più solo uno strumento diplomatico, ma un rischio politico.
Hormuz come leva, non solo geografia
Al centro di questa ricalibrazione c’è lo Stretto di Hormuz. Gli eventi dell’11 e 12 aprile hanno mostrato che l’Iran tratta ora il passaggio marittimo come uno strumento attivo di pressione. Le forze iraniane hanno lanciato avvertimenti diretti a una nave statunitense, ribadendo la linea ufficiale secondo cui «qualsiasi unità militare che si avvicini allo Stretto di Hormuz sarà considerata una violazione del cessate il fuoco e subirà una risposta ferma e violenta». Un linguaggio che segnala il tentativo di imporre regole d’ingaggio alle condizioni di Teheran.
Questa narrazione è rafforzata da un messaggio ufficiale più ampio e intenso: le autorità iraniane sottolineano che «lo Stretto è sotto la gestione della Marina iraniana e le navi civili possono transitare secondo regolamenti specifici», delineando un modello in cui Hormuz non viene semplicemente difeso, ma amministrato.
Parallelamente ai messaggi ufficiali, alcune voci analitiche interne spingono verso una logica oltranzista. Izadi ha sostenuto che «lo Stretto di Hormuz potrebbe diventare la più importante fonte di entrate dell’Iran», accennando a proposte per limitare il passaggio e imporre costi di transito significativi. Sebbene tali idee facciano parte di un dibattito in evoluzione, riflettono una direzione strategica in cui la geografia si trasforma in leva economica.
Washington reagisce, Teheran ricalcola
La risposta statunitense ha alimentato la stessa dinamica in senso opposto. Il presidente Donald Trump ha segnalato che Washington potrebbe limitare l’attività marittima per impedire alle navi di operare secondo i termini iraniani, dopo aver imposto un blocco navale il 13 aprile e aver affermato che le forze USA hanno degradato parte delle capacità militari iraniane. La minaccia di imporre un blocco, quando ne esiste già uno di fatto, suggerisce una postura reattiva piuttosto che una strategia coerente.
Dal punto di vista di Teheran, questa incoerenza è interpretata come un segno di affanno. Funzionari iraniani hanno descritto la retorica statunitense come espressione di «disperazione e rabbia», evidenziando il divario tra gli obiettivi dichiarati e i risultati ottenibili.
Il ruolo di Israele ha ulteriormente complicato il binario diplomatico. Durante i negoziati, i raid israeliani in Libano sono proseguiti e i funzionari hanno chiarito che nessun cessate il fuoco si applicava a quel fronte. Ciò ha creato una contraddizione strutturale: l’Iran ha approcciato i colloqui in un’ottica regionale, mentre Washington e Tel Aviv hanno trattato il conflitto come compartimentato.
Guerra e diverse concezioni del tempo
Il fallimento dei colloqui indica chiaramente cosa accadrà ora. Se la guerra riprenderà, Washington presume che l’aumento della pressione costringerà l’Iran a cedere. Teheran sembra operare su una linea temporale diversa.
L’economia iraniana resta sotto sforzo e un ulteriore conflitto intensificherà tale pressione. Tuttavia, il pensiero strategico iraniano enfatizza sempre più l’asimmetria nella distribuzione dei costi. Come notato ancora da Izadi, le aspettative che gli Stati Uniti revochino le sanzioni o offrano concessioni economiche significative sono irrealistiche, rafforzando la convinzione che un confronto prolungato possa generare più vantaggi di un compromesso.
La variabile decisiva non è solo la capacità interna dell’Iran, ma le conseguenze esterne dell’escalation. Qualsiasi interruzione prolungata nello Stretto di Hormuz colpirà direttamente i mercati energetici globali, le rotte navali e i costi assicurativi. Effetti che non restano confinati nella regione, ma si estendono alle economie e ai sistemi politici occidentali.
È qui che il tempismo diventa un aspetto decisivo. Gli Stati Uniti si avvicinano a un periodo politicamente sensibile, segnato da grandi eventi internazionali e cicli elettorali. L’aumento dei prezzi dell’energia e l’instabilità economica portano conseguenze che vanno ben oltre la politica estera. L’escalation comporta un rischio politico diretto per l’Occidente.
Teheran sembra aver inserito questo fattore nella propria strategia: più a lungo il confronto rimane irrisolto, maggiore è la probabilità che la pressione si sposti verso l’esterno anziché verso l’interno. Il calcolo dell’Iran non è quello di evitare danni, ma di poterli gestire in modo più prevedibile rispetto ai suoi avversari.
Il collasso dei colloqui di Islamabad segna l’inizio di una nuova fase del conflitto, definita da resistenza, leve di pressione e tempismo strategico. Se la guerra tornerà, non sarà decisa solo dai risultati sul campo, ma da quale parte riuscirà ad assorbire più a lungo le conseguenze globali. Per la prima volta in questo scontro, Teheran sembra credere che la risposta non favorisca Washington.


