Il loculo
di Lorenzo Merlo - 19/04/2026

Fonte: Lorenzo Merlo
Carattere di una cultura ed eventuale messaggio nella bottiglia per un’altra.
Premessa
Scetticismo, incredulità, sarcasmo, offesa. È un po’questa la scaletta delle reazioni più frequenti da parte delle persone che si trovano a leggere o sentire alcune affermazioni e descrizioni della realtà ordinaria nelle quali si fa riferimento alla filosofia astraibile dalla fisica quantistica (Heisenberg, Fisica e filosofia) per narrarne le dinamiche.
Le repliche più puntuali di detto elenco sono offerte dagli scientisti, ovvero dalla moltitudine certa che soltanto quanto è scientificamente provato – la loro formula prediletta – non solo ha ragione d’essere considerata faccenda seria ma, ahimè, corrisponde alla sola, autentica, inequivocabile verità, faro luminoso in un oceano di risibilità, futile chiacchiericcio o colpevole pensiero degno di pena inquisitoria.
Tale schiatta di maggioranza, per sostenere la propria posizione, fa riferimento implicito o esplicito alla meccanica classica, che tratta e allude alla sola dimensione materiale del mondo e alla meccanica quantistica in senso stretto, cioè limitatamente alla dimensione atomica e sub atomica, cosiddetta infinitamente piccola. Escludendo perciò ogni sua mutuabilità nei confronti delle dinamiche umane sentimentali ed emozionali.
Con questa premessa si può configurare la sede simbolica della vulgata scientifica. Quella che di Popper (“Se lo scientismo è qualcosa, esso è la fede cieca e dogmatica nella scienza”. Simposio; Logica della scoperta scientifica), di Feyerabend (Contro il metodo), di Gödel con i suoi Teoremi di incompletezza, ma anche di Heisenberg e di altri, se ne fa un baffo.
La sede
Si tratta di una sorta di geometrica cella, fornita di poca luce che vi accede da un elevato sguincio inferriato. Tutto ciò è un punto d’origine cognitivo che, è banale ma esplicativo assimilare alla sintesi platonica del Mito della caverna.
Un loculo a pozzo, sul fondo del quale si forgia l’assolutismo della cultura razional-materialista-positivista, madre della genealogia scientista. Una stirpe che poggia se stessa sulla pedana della superiorità, dalla quale vive, pensa e guarda la realtà secondo i canoni imparati sul sussidiario e mai discussi, tanto da descriverla credendo innocentemente di essere nel solo giusto disponibile e di narrare un’ovvietà oggettiva.
È da quel loculo che i reggimenti scientisti si organizzano e partono lancia in resta e petto in fuori ad esportare democrazia e a compiere gesta quotidiane di pari valore spirituale.
Interrogativi
Come reagiscono questi autopoietici detentori del vero quando sentono parlare di universi paralleli? Di magia? Di dinamiche quantistiche quali l’entanglement e il principio d’indeterminatezza (il duplice e contemporaneo stato di onda e materia) quando li impieghi in ambito macroscopico e relazionale umano riconoscendo, nel primo il legame sentimentale di natura energetico immateriale che mantiene l’unione delle parti e, nel secondo l’indeterminazione delle azioni e delle reazioni di un interlocutore? Della circolarità e della reversibilità del tempo rispettivamente riferibili alla ripetitività dei comportamenti umani e a ciò che avviene in certe emozioni e pensieri di pena e di trama, in il passato è stabile nel presente? O, come reagiscono quando si trovano al cospetto del, bene che vada, “impossibile” o “ciarlatanate”, nel caso più frequente, secondo il loro scientifico verdetto?
E come, quando fai riferimento ai salti quantici per descrivere l’avvento di una nuova consapevolezza o – questo li fa imbufalire – gli fai presente che metafora e salto quantico, seppur con originaria semantica differente, in contesto umano, si prestano ad essere intercambiabili (in quanto entrambi comportano una nuova realtà)?
E cosa dire quando, nel tentativo di esplicitare loro quanto c’è fuori dalla feritoia del loculo, fai presente che il mondo è una nostra creazione e che ogni descrizione della realtà è la descrizione di noi stessi, non esitano a concludere che sei un miserabile cialtrone?
Solco mondo
Lo scientista può essere tanto scienziato quanto uomo comune. Il suo sguardo sul mondo è simile a quello del tiro di calessi e carrozze, per il quale i paraocchi sono un finimento necessario per escludere ogni distrazione. Ignari dell’accessorio che indossano, procedono ligi nel retto solco euclideo, nel quale incontrano e raccolgono solo i pensieri coerenti al dogma che, impropriamente, chiamano Scienza e che, propriamente, esclude loro la conoscenza di quanto gli scorre ai lati.
La cosmogonia cognitiva dello scientista impone un riduzionismo che sarebbe da definire crasso. Per lui la realtà e la verità emergono e corrispondono ad un grande meccanismo mosso in avanti da un tempo lineare e irreversibile. È un mondo popolato da oggetti materiali, separati tra loro dal vuoto.
La loro incredulità, il loro sarcasmo, il loro scetticismo e i loro epiteti riversati agli infedeli è da loro stessi vissuto come obbligato, ovvio e comprensibile. Di quanto finora già detto – ben prima della filosofia astraibile dalla fisica quantistica, ultima arrivata sulla scena della conoscenza umana – da tutte le tradizioni sapienziali della terra, a loro non interessa. A loro interessa solo correre lungo il solco e tirare il calesse del buon senso scientista.
Per la ricerca del vero vantano una modalità infallibile. Almeno così dicono. Nei loro decorosi camici bianchi, guardano sempre fuori e mettono ciò che trovano e scompongono sul vetrino del microscopio. Di guardarsi dentro e trovare le identicità tra quanto vedevano formalmente differente e i simboli archetipici invece delle statistiche di dati, non se ne parla. Come automi programmati seguitano a spezzettare, a nominare e catalogare, certi sia quello il modo per accedere alla conoscenza.
Visioni dall’altro mondo
Purtroppo, buona parte delle occasioni in cui potrebbero fermarsi a prendere in considerazione altro da sé vengono sciupate. Questa volta non per loro responsabilità, ma proprio dai portatori di una concezione differente della realtà e delle sue dinamiche, nella quale, tra l’altro, il criterio meccanicista non è escluso ma semplicemente spodestato dal dominio assoluto e reso relativo, efficace e funzionale negli ambiti organizzativi e addestrativi.
Infatti, non è insolito da parte di coloro che vorrebbero stimolarli a riconoscere una visione verso la conoscenza che non ha nulla a che vedere con il dominio dell’oggettività, l’impiego di un linguaggio deterministico e il tentativo di sfruttare il principio della dimostrazione. Quest’ultima è, infatti, un osso duro a morire anche in contesto esistenziale, anche in coloro che, a mio parere, dovrebbero prenderne le distanze.
Sempre in costoro, spesso pare assente anche la consapevolezza del potere magico del linguaggio, quella sull’egocentricità che lo impregna e quella del dualismo che genera l’inganno del bene e del male.
A quello strutturato intorno al perno determinista, sarebbe da preferire quello capace di cavalcare il tappeto volante dall’evento (Heidegger, Contributi alla filosofia. [Dall’evento]) quantistico: la realtà avviene al cospetto dell’insorgenza del pensiero dell’osservatore, che sempre lo contiene.
Replicare e ricreare
Non solo. La nuova prospettiva non si raggiunge acquisendo dati, né comprendendo cognitivamente i concetti messi in campo. Elementi nominali e comprensione intellettuale fanno testo solo in contesti chiusi. Solo in questi è possibile la realizzazione di una stimolazione diretta e soddisfacente ottenuta a mezzo di un bel discorso razionale, eloquente e argomentato o anche solo con un gesto, come tra complici.
Per campi chiusi si intendono i consessi interpersonali governati da norme e semantica condivisa, tra persone di pari o simile grado di competenza specifica, nei quali sembra – ma è solo un’apparenza – di poter trasferire conoscenza sul cavallo della scuderia logico-razionale. Solo un’apparenza in quanto, di fatto, avviene soltanto un richiamo alla memoria del già noto o una ramificazione del discorso in essere o l’aggiunta di un tassello cognitivo, come è tipico per i saperi analitici, ma nessuna nuova consapevolezza esistenziale. Infatti, questa non richiede comprensione cognitiva ma ricreazione, affinché il nuovo stato possa incarnarsi e quindi esprimersi nel fare.
In contesti aperti, esistenziali, la semantica è individuale, quindi libera e, contemporaneamente, impotente per colmare la distanza siderale che non di rado si avverte tra interlocutori di concezioni estranee. Perciò, impiegando un linguaggio che si articola poggiando se stesso su un piano deterministico, dimostrativo, riduzionistico, ovvero quello eletto dallo scientista, ciò che più facilmente si realizza, non è la comunicazione ma l’equivoco, il conflitto, il reciproco arroccamento il cui culmine consiste nel consolidamento di se stessi al calduccio delle proprie idee.
Se così non fosse, non solo saremmo saggi da millenni, ma potremmo insegnare a suonare il piano e a sciare con una spiegazione cognitiva o una dimostrazione pratica, far vivere il gusto della fragola in chi non lo conosce, far sentire il dolore che ci abita. Se così non fosse, il lume della ragione non ci avrebbe portati a vivere nel buio esistenziale in cui siamo immersi, sostanzialmente assuefatti alla bruttezza, compiacenti e di fatto complici ridenti per la meraviglia e le promesse dei cantori dell’intelligenza artificiale, per il drone domestico con cui mostrarsi, per esistere nel mondo virtuale e fare stragi in quello reale.
Il lume è buono solo per questioni tecniche, organizzative, amministrative, non per l’evoluzione esistenziale, sentimentale, emozionale per il benessere e la salute individuale e sociale.
Cambiamento e apprendimento stanno in emozioni e interessi, non in manuali e decaloghi. Essi si incarnano in noi e ci fanno evolvere verso il nostro sé, a mezzo della ri-creazione, non della replicazione.
Che lingua parli?
Dunque, spesso, anche da parti di portatori di una cultura declinata diversamente da quella materialista in cui siamo nati e cresciuti, si assiste a proposte, formule e discorsi che, sebbene con intento di sublimazione dal conosciuto ordinario, si muovono anch’essi, nel pensiero e perciò nel linguaggio e nelle azioni, entro la gabbia dimostrativo-positivista, come bastasse capire e acquisire nozioni per compiere in sé il percorso verso la conoscenza, cioè il benessere la bellezza.
Anche costoro, dunque, non dispongono della consapevolezza che l’esperienza non è trasmissibile, che la questione generale non è come discriminare definitivamente il vero dal falso, ma, invece, in quali contesti lo sono e in quali cessano di esserlo. Vedere le forze sottili che agiscono in noi, obbligando certe affermazioni e negandone altre è un aspetto della conoscenza che porta alla realizzazione della pazienza autentica, priva di tensione, cioè al rispetto, alla legittimazione alla presa di distanza dal proprio giudizio, ad osservare come chiunque reciti più parti sul palcoscenico dell’esistenza.
Il mancato aggiornamento del linguaggio è frequente e silente. Quello in corso comune, che può essere definito egoico, meccanicistico o gerarchico, in un certo senso è agli antipodi di quello lirico, estetico, rispettoso, relazionale, maièutico. Se al primo si possono connotare violenza, imposizione e giudizio, il secondo, si presta all’evocazione, alla vibrazione, all’emozione creativa. In sede del “se solo avessi fatto questo o quello”, del “bastava un po’ di buon senso”, del “devi”, predilige indicare un potenziale latente che, se raggiunto, sarà del tutto a carico dell’interessato, secondo i suoi, e non i nostri, tempi e le sue modalità.
“Devi”, come se il rispetto dell’ordine, comportasse l’avvio di una catena di eventi pronti a mettersi in moto. Catena, per altro, vividamente presente nell’immaginario di chi pronuncia l’ordine. Ma questo è pensare meccanicisticamente, è vedere il mondo dal fondo del loculo, come detto, funzionale in contesto chiuso e addestrativo, ma mostruosamente inopportuno in ambito aperto, in cui sono infiniti gli elementi in gioco, sia entro noi stessi che nella relazione del momento.
E tralasciamo il “se solo avessi fatto questo o quello” e “bastava un po’ di buon senso”. Due campioni di buio cognitivo che, nonostante seguano evento accaduto a cui si riferiscono, vengono pronunciati come se l’errante avesse realmente avuto a disposizione la scelta in sede di quella che ha compiuto. La papera del portiere non è mai una papera, ma un evento spinto fuori nella realtà dalla stessa coniugazione di circostanze che avrebbe permesso la parata e a quella del tiro sbirolo dell’attaccante che finisce in rete. Lo sbaglio è solo secondo un canone e questo è autoreferenziale.
È un aggiornamento che comporta l’emancipazione dall’identificazione di sé stessi con le proprie idee, quindi da difendere e perciò, dal rullo compressore della determinazione e dell’acquisizione, essenza della concezione positivista-logico-razionale, adatto a ad addestrare invece che a far divenire uomini compiuti.
Se è vero che nella comunicazione l’equivoco è ordinario anche quando si crede d’essersi espressi nel migliore dei modi, tanto che si può quotidianamente rilevare l’impotenza della comunicazione logico-razionale, in ambito didattico, sia cognitivo sia psicomotorio, la questione assume un’importanza esistenziale per tutte le giovani persone nate già lirico-esteticamente orientate che, faticando nel cosiddetto apprendimento – ma meglio chiamarlo replicamento – sono destinate a raccogliere demeriti, ad essere escluse dalla cosiddetta logica meritocratica.
La divina blatta
Ma, tornando ai cavalli da tiro dello status quo in merito all’evoluzione esistenziale e necessariamente di tanto altro, fino all’educazione, alla politica e perciò alla cultura, va detto che il momento di un’evoluzione individuale avviene per sue dinamiche e aperture interne, magari per una provocazione esterna, tutt’altro che scientificamente degna, che scatena in noi un’emozione che ci impone visioni nuove.
Uno di questi messaggi nella bottiglia, gettati nell’oceano dell’esistenza da chissà chi e chissà quando, con scritto chissà che cosa, potrà far perdere all’integerrimo scientista il peso e la struttura dei dati che si porta addosso, con i quali si è identificato e, così, poter spiccare il salto per balzare fuori dalla cella, per fagli attraversare l’inferriata della feritoia sguincia.
Non su un manuale, non per merito di un guru, ma proprio in quella bottiglia incontrerà la formula adatta a lui, capace di fargli svelare l’infrastruttura in cui è nato e cresciuto senza mai vederla e constatare che tutto è magia. Un tutto in cui l’idea degli universi diversi non è più irritante e stupida, ma ovvia.
Allora, l’espressione universi paralleli non alluderà più ad una stratificazione a disposizione, ognuno dei quali in qualche modo simile e diverso da quello di casa, ognuno abitato, abbandonato e raggiunto da alcuni, ma a configurazioni del reale sempre, nel bene e nel male, funzionale a chi crede di osservarlo e di poterlo descrivere, mentre, in realtà, lo sta creando nel momento in cui lo pensa, e così facendo narrando se stesso, contraddizioni incluse. Sì, perché esse esistono soltanto entro l’artefatto mondo della logica, quella blatta, anch’essa dura a morire, che neppure uno spray al paradosso riesce a uccidere, che abitava con noi il buio loculo.
