Dopo tanti anni, la riscoperta dell’America nel nome di Toro Seduto
di Manlio Triggiani - 30/11/2025

Fonte: Barbadillo
Solo da qualche decennio una lettura revisionista della nascita degli Usa ha considerato importanti i popoli amerindi, i cosiddetti “nativi americani”. Narrazioni letterarie e film hollywoodiani hanno spiegato la storia da un nuovo punto di vista. Negli anni Settanta cominciò il revival della cultura sioux e apache veicolato dalla pubblicazione di memorie di capi tribù, da documentari e da libri cui era affidata la storia e le tradizioni degli “indiani”. Una utile messa a fuoco che rivelò una civiltà tradizionale profonda, religiosa e guerriera ben lontana, come visione del mondo, da quella degli europei. Tutt’altra visione rispetto alla lettura data dagli anglosassoni che rappresentavano sempre gli amerindi come selvaggi senza cultura.
A riscrivere questa parte importante della storia Usa ci hanno pensato i discendenti dei nativi i cui antenati persero la libertà e la propria cultura, cancellate dai colonizzatori europei e i cui ideali si richiamavano all’uguaglianza, alla democrazia, ai diritti umani declamati nella Dichiarazione d’Indipendenza Usa del 1776.
L’ultimo contributo, in ordine di tempo, utile per mettere a fuoco questa nuova lettura con richiami culturali e storici, è un volume appena uscito da Neri Pozza, La riscoperta dell’America, del docente di Storia dell’Università di Yale, Ned Blackhawk, appartenente alla tribù degli Shoshoni occidentali del Nevada. Un testo che contraddice i motivi fondanti della nascita degli Usa. Infatti, i colonizzatori europei (principalmente anglosassoni) tentarono di radicare la propria narrazione attraverso il racconto dei Padri fondatori, la Dichiarazione di Indipendenza e la Costituzione federale fino all’ampliamento dell’Unione verso Ovest (il famoso Far West), alla ricerca di giacimenti di oro, petrolio, e sottrazione, con le armi e con l’inganno, dei territori indiani ai legittimi proprietari. A suggello di tutto questo, lo sterminio degli indiani. Un modo di procedere non certo nel nome dei principii illuministi che reclamavano, in quanto “realtà evidenti di per sé”, come scritto nella Dichiarazione, la libertà, l’autodeterminazione, il diritto alla felicità.
Blackhawk, facendo riferimento ad archivi di varie nazioni, ai racconti orali di popolazioni indiane, a studi etnografici e a documenti inediti, ha ricostruto la storia degli Usa dal punto di vista degli amerindi. Non solo: ridefinisce in questo volume monumentale, anche l’apporto che in seguito gli Indiani dettero agli Usa. Popoli tenuti ai margini della storia e della storiografia statunitense ai quali fu riconosciuta la cittadinanza Usa solo nel 1924. Lo storico sottolinea come la minoranza indiana abbia avuto sempre un ruolo nel momento in cui gli Usa si sono trovati a una svolta della loro storia. Riconoscere questi passaggi, secondo Blackhawk, è un modo per risarcire quella comunità delle terre e delle ricchezze sottratte, accettandola come parte integrante della democrazia Usa. Nel lavoro di Blackhawk tornano nomi, situazioni, episodi decisivi per la sopravvivenza della memoria.
Una comunità tradizionale, una civiltà guerriera, come gli “amerindi”, fu depauperata, sterminata, fu defraudata anche dei loro figli: a fine Ottocento il 40 per cento dei bambini e adolescenti indiani strappati dalle loro famiglie per essere rieducati e trasformati. La riscoperta dell’America è valso, nel 2023, all’autore il National Book award, un premio non solo alle capacità di ricercatore di Blackhawk ma anche al saper mettere in rilievo aspetti non marginali della storia degli Usa che rappresentano una macchia profonda del sogno americano.
Ned Blackhawk, La riscoperta dell’America, Neri Pozza ed., trad. Christian Pastore, pagg. 717, euro 39.00

