Fermare l’aggressività degli yankee: ad ogni costo
di Massimo Fini - 18/01/2026

Fonte: Massimo Fini
Una mega-alleanza per frenare Trump
E’ di qualche giorno fa l’assassinio a sangue freddo, a Minneapolis, da parte di un agente dell’ICE, Immigration and Customs Enforcement, di una cittadina americana, Renee Nicole Good. Trump si è affrettato ad affermare che si è trattato di “legittima difesa”. Questa versione non ha convinto nemmeno il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che ha sostanzialmente affermato che l’Ice deve andarsene fuori dai coglioni. Quali le colpe della Good? Cercare di aiutare la comunità somala, circa ottantamila persone, una delle comunità più estese non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo, già definita da Trump “spazzatura”. E queste aggressioni fisiche e verbali avranno presto conseguenze perché in Somalia, alle spalle di una posticcia presidenza sponsorizzata dall’Etiopia, governano di fatto gli Al-Shabaab che hanno giurato fedeltà all’Isis.
Gli omicidi in America sono 4.9 ogni 100.000 abitanti, In Italia 0.7 ogni 100.000 abitanti. Negli Usa più della metà della popolazione fa uso abituale di psicofarmaci, cioè un americano su due non sta bene nella propria pelle. Negli Stati Uniti non esiste una sanità pubblica, in compenso gli Usa hanno un debito complessivo di 38 trilioni di dollari solo sugli interessi dei debiti pregressi, non pagati e che non pagheranno mai. Perché “alla lunga i debiti non vengono pagati” come scrive Vittorio Mathieu in Filosofia del denaro del 1985. Infatti i ricchi, che sanno maneggiare il denaro, hanno più debiti che crediti. Chi paga questi debiti? Il risparmiatore che è il fesso istituzionale del sistema del denaro, Il denaro <<Sterco del demonio>>, 2003. Di qui le spaventose sperequazioni sociali. Oggi i Dik Dik non canterebbero “ti sogno California e un giorno io verrò” (Sognando la California, 1966). Se ci andassero troverebbero ai confini di quel governatorato decine di migliaia di homeless che inalberano un cartello: “Siete arrivati nello Stato più ricco del mondo”.
Intanto Trump continua nella sua politica di aggressione, dopo il Venezuela c’è nel mirino la Colombia e ora anche il Messico. Poi c’è l’Iran, perennemente sotto attacco, dove si vorrebbe che tornassero gli eredi dello Scià. Dimenticando che quella dello Scià era una dittatura feroce a favore dei ricchi e dei ricchissimi e a danno dei poveri, che operava attraverso la Savak, la polizia segreta più feroce del Medio Oriente, il che è tutto dire.
La Rivoluzione Khomeinista, oltre che religiosa, fu una “guerra di popolo”, secondo la definizione di von Clausewitz, che fu possibile grazie al potente senso identitario che gli iraniani hanno, per cui se gli Stati Uniti dovessero attaccare direttamente l’Iran (per ora lo hanno fatto attraverso i loro servi del Golfo, Iraq e Israele) gli iraniani si ricompatterebbero superando le proprie divisioni interne, dovute più che alla questione del chador, che pur esiste, alla drammatica situazione economica del Paese, sotto embargo degli americani e dei Paesi al loro servizio da decenni. Quando presidente dell’Eni era Enrico Mattei l’Eni aveva ottimi rapporti con le aziende iraniane, tutto quest’ottimo lavoro del grande Enrico è stato furtato da Giorgia Meloni che si è permessa di chiamare “Piani Mattei” i suoi propositi di rapina, in questo caso soprattutto ai Paesi africani. Ad un certo punto gli americani pretesero che l’Italia rompesse i suoi rapporti economici e non solo economici con Teheran. Oggi la presenza dell’Eni in Iran è del tutto insignificante.
A parte il fatto che l’Iran non ha mai attaccato nessuno, è semmai stato attaccato, non si capisce l’Iran se non si considera che è l’Antica Persia. E’ proprio questo legame atavico che rende compatto questo grande Paese di cento milioni di abitanti. Persino i pasdaran, che l’avevano combattuto fino a rovesciarlo, avevano rispetto per lo Scià. Perché era persiano.
Non si comprende se sia la violenza interna degli Stati Uniti a favorire quella esterna o viceversa. Adesso Trump vuole impadronirsi, con le buone o con le cattive, della Groenlandia, terre di ghiacciai del tutto inospitale, come ha sostenuto Feltri; peccato che in Groenlandia vivano da sempre gli Inuit, un’antichissima etnia che partecipava al Kula, cioè ‘il ciclo del dono’ secondo Marcell Mauss (Saggio sul dono, 1923). Un ingresso americano in Groenlandia, in qualsiasi forma, distruggerebbe gli Inuit, le loro tradizioni, i loro costumi. Con tanti saluti alla biodiversità.
Ma la questione principale non è neppur questa, per quanto importante. Un attacco alla Groenlandia sarebbe un attacco all’Europa perché fa parte del regno di Danimarca, cioè dell’UE (“C’è del marcio nel regno di Danimarca” fa dire Shakespeare ad Amleto, solo che oggi il ‘marcio’ è in un altro regno, del tutto diverso, quello dei gloriosi United States of America).
E quindi l’Europa, che finora ha balbettato su tutto, sull’aggressione al Venezuela, sulla minaccia di far fare alla Colombia la fine del Venezuela e ora sul Messico, in questo caso non può più restare indifferente.
Si è svegliato Emmanuel Macron che riprendendo un concetto espresso anni fa da Angela Merkel (“gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”) ha affermato: “Gli Usa si stanno allontanando dai loro alleati tradizionali; si stanno svincolando dalle regole internazionali che prima promuovevano; c’è una sorta di aggressività neocoloniale nella loro condotta globale”. Se si va a ben vedere, Merkel a parte, sono gli stessi concetti espressi da Maduro. Insomma, gli Stati Uniti non sono più i nostri alleati, sono i nostri veri nemici.
In questo mondo globalizzato, dove domina il diritto della forza e le organizzazioni internazionali, Onu in testa, non contano più nulla (Israele ha vietato l’ingresso a 37 organizzazioni che trasportano aiuti umanitari, tra cui Medici Senza Frontiere, noto covo di terroristi) è necessario che l’Europa si riarmi. Con che soldi? Quelli che sono stati spesi (200 miliardi) per aiutare l’Ucraina in una guerra alla Russia già abbondantemente persa, un concetto espresso anche nel periodo della guerra ai Talebani dal generale McCrhrystal che giudicava assurdo aver speso 10 mila miliardi di dollari per una guerra che continuava a consumare risorse e vite senza risolvere la situazione. In linea di massima i militari sono più prudenti dei politici perché tocca poi a loro sbrigliare la matassa. Prudente fu anche il primo Donald Trump che ordinò il ritiro dall’Afghanistan dei soldati americani e di tutti quei Paesi, Italia compresa, che avevano partecipato alla missione Resolute Support Mission. Il ritiro fu poi organizzato da Biden nel più disastroso dei modi (l’ambasciatore italiano in Afghanistan fu il primo squagliarsela).
Il riarmo europeo passa innanzitutto per il riarmo della Germania. E’ inconcepibile che alla Germania, il Paese più importante d’Europa, sia fatto divieto di avere l’Atomica in base a un trattato del 1990. Ma i trattati sono validi rebus sic stantibus, cioè finché le cose stanno così e dal 1990 molta acqua è passata sotto i ponti. A parte le grandi potenze, Stati Uniti, Russia, Cina, l’Atomica ce l’hanno Israele, il Pakistan, la Corea del Nord. E’ ovvio che la Bomba serve solo come deterrente e molto efficace visto che Israele, Pakistan e nemmeno l’odiatissima Corea del Nord di quel gonfio di Kim Jong-un sono stati mai attaccati.
Per fermare l’aggressività degli yankee, dei gringos, ci sarebbe però un sistema molto più dissuasivo, creare una Nato con gli stessi diritti e obblighi che la Nato pone all’Articolo 5 nel caso che uno dei Paesi aderenti sia attaccato, ma con protagonisti del tutto diversi: Unione Europea, Serbia, Brasile, Colombia, Cuba e tutti gli altri Stati sudamericani o centroamericani che volessero aderirvi, India, Giappone, Sudafrica, Iran, cioè oltre la metà della popolazione mondiale. E’ un progetto troppo futuribile? Può darsi.
Per ora ci accontentiamo della voglia di riscatto dei somali, cioè ci affidiamo ancora, e sempre, all’Isis.
