Gli Stati Uniti non possono sopravvivere senza essere aggressivi
di Alessandro Volpi - 18/01/2026

Fonte: Alessandro Volpi
Gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale. In altre parole, non possono più evitare una crisi devastante se non si trasformano, a tutti gli effetti, in un impero, superando persino la fase imperialista. Questo fenomeno potrebbe essere descritto da più punti di vista; dall'assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, al monopolio centrale e violento dell'ordine pubblico, alla compressione delle libertà civili, alla creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati, e di costante scontro con i nemici, fino alla difesa "armata" della tenuta della moneta e dell'economia. Il punto su cui vorrei soffermarmi è proprio quest'ultimo, partendo dal dato, a mio parere, cruciale. Oggi, in questo esatto momento, gli Stati Uniti hanno un debito federale di 38565 miliardi di dollari, che continuerà a crescere ogni minuto di 7 milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall'enorme mole di interessi pagati - oltre 1300 miliardi di dollari l'anno - che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall'impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro. Dipende poi dal prevalere delle scadenza brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si "scommette" su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l'effetto invece di sottoporre il Tesoro Usa a costanti prove con le aste ravvicinate. Il debito cresce inoltre perché esiste un divario profondo fra le entrate federali e le spese, determinato dalla contrazione progressiva del gettito fiscale a fronte di spese crescenti, a cominciare da quelle del settore militare. Ci sono poi due ulteriori fattori che sono causa ed effetto, al contempo, della crisi del debito. Il primo è costituito dall'impennata del prezzo dell'oro e dell'argento, il cui mercato ha raggiunto ormai un valore di poco inferiore ai 40 mila miliardi di dollari; un vero record. Una simile, rapidissima crescita, discende dalla ricerca costante da parte dei "mercati" di beni rifugio in alternativa alla debolezza del debito Usa e del dollaro, la moneta in cui è denominato tale debito, ma al contempo contribuisce all'avvitarsi della crisi del debito e del dollaro perché il rapido aumento dei prezzi di oro e argento accelera il processo di abbandono dei titoli del debito. Peraltro, per effetto della finanziarizzazione del mercato dell'oro, attraverso futures e opzioni, viene superato il limite dell'investimento in oro per cui non paga cedole e non frutta interessi perché, appunto, gli strumenti derivati, che hanno l'oro come sottostante, consentono lauti rendimenti. Questo processo ha contribuito a spostare la natura dell'argento da materia prima industriale in direzione del bene rifugio su cui costruire un'enorme quantità di Etf. Il secondo fattore di indebolimento del debito Usa deriva dalla ancora vitale bolla finanziaria, che ha portato il valore di Wall Street a oltre 75 mila miliardi di dollari. In tale ottica, oro, argento e azioni fanno una concorrenza sfrenata al debito federale che rischia, in maniera sempre più evidente, un default almeno parziale con il pericolo connesso di fallimento degli Stati Uniti. Nasce anche da qui l'esigenza stringente per Trump di una strategia imperiale. E' necessario convincere banche e fondi americani a monopolizzare il risparmio mondiale in direzione del debito Usa: per questo bisogna dare alle società americane, possedute da fondi e banche, la certezza del controllo delle risorse del Venezuela, dell'Iran, della Danimarca, della Nigeria e di quante più aree possibili del pianeta. Per questo serve che i vassalli europei e occidentali paghino dazi pesanti, come annunciato del 2 aprile e ribadito con la crisi danese. Per questo bisogna imporre la tenuta del dollaro come valuta di scambio internazionale, anche con minacce costanti in chiave militare, per permettere il siluramento di Jerome Powell e un abbattimento dei tassi d'interesse finalizzati a rendere il debito meno costoso, ma, parimenti, destinati a rendere ancora meno attrattivo l'acquisto dei titoli americani. Del resto, la disperazione strutturale degli Usa emerge anche dalla contraddizione di una bolla finanziaria che sorregge il Pil ma che fa, come detto, concorrenza al debito, non riuscendo in alcun modo a renderlo sostenibile. Alla luce di ciò solo la trasformazione definitiva degli Stati Uniti in un ordinamento imperiale che vampirizza risorse in giro per il mondo e non può permettersi forme di critica internazionale e di dissenso interno rappresenta l'impossibile percorso concepito da Trump per salvare un capitalismo che ha perso la capacità di produrre e quindi di essere credibile secondo i canoni del liberalismo. Quei canoni che, tuttavia, sono stati all'origine del disastro.
