Hamas: false verità e leggende
di Alfredo Facchini - 02/01/2026

Fonte: Alfredo Facchini
Attorno a Hamas si è stratificato nel tempo un deposito di slogan, fake e falsi miti che circolano anche dentro il fronte solidale con la Palestina. Materiale rilanciato senza verifica. Anche se impopolare, proverò a scavare sotto questa crosta, a separare i fatti dalle opinioni.
Una premessa è necessaria. Sono marxista e ateo. Tra me e Hamas corre, dunque, una distanza ideologica totale. Nessuna affinità religiosa, nessuna consonanza culturale. Questo mi permette un punto di osservazione non compromesso da appartenenze, non viziato da fascinazioni. Uno sguardo che non assolve e non demonizza. Un punto di vista che si misura con i documenti, le date, i rapporti di forza, le responsabilità reali.
Hamas nasce dentro l’Intifada. Gaza, dicembre 1987. La rivolta esplode contro l’occupazione israeliana. Nei vicoli, nelle moschee, nei campi profughi operano da anni i Fratelli Musulmani: scuole, ambulatori, associazioni caritatevoli. Da quell’infrastruttura sociale emerge una figura centrale: lo sceicco Ahmed Yassin. Fisico fragile, autorità indiscussa.
È con lui che nasce Harakat al-Muqawama al-Islamiyya (حركة المقاومة الإسلامية), che in arabo significa "Movimento di Resistenza Islamica", è il nome completo dell'organizzazione politico-militare più comunemente nota come Hamas. Distinguendosi dall'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di orientamento nazionalista laico guidata da Yasser Arafat.
Nel 1988 viene pubblicata la Carta fondativa: religione e politica saldate, obiettivo esplicito di liberazione della Palestina storica e distruzione dello Stato di Israele, orizzonte islamico sunnita.
All’inizio Hamas non è un esercito.
È ancora una rete: predicazione, assistenza, controllo sociale. Ma l’Intifada accelera ogni processo.
Le pietre diventano linguaggio politico. La strada diventa scuola.
Hamas cresce nei comitati popolari, nei campi, nella rabbia quotidiana.
Nel 1992 nasce l’ala armata: le Brigate ʿIzz al-Dīn al-Qassām. La resistenza assume una forma stabile, permanente. Da quel momento Hamas è una doppia struttura: da un lato, movimento sociale che distribuisce pane, servizi e identità; dall’altro lato, forza combattente che colpisce l’occupante. Un potere radicato dal basso, sviluppato sotto assedio.
Tra il 1997 e il 2001 il blocco euro-Atlantico classifica Hamas come organizzazione terroristica
2005. Israele a guida Sharon si ritira dalla Striscia di Gaza. Non è una pace: è un disimpegno calcolato. Colonie smantellate, truppe arretrate, ma controllo totale su cieli, mare e confini. Il “Blocco”.
Documenti e dichiarazioni di suoi consiglieri, come Dov Weissglass, indicano che il ritiro da Gaza mirava ad attenuare le pressioni internazionali per una mossa analoga in Cisgiordania (West Bank), considerata da Israele assai più rilevante sul piano storico, religioso e strategico
Nel vuoto politico Hamas avanza, forte della rete costruita negli anni.
Sul fondo, il logoramento dell’Autorità Palestinese, il discredito di Fatah.
Tra il 2005 e le elezioni legislative del gennaio 2006, il consenso di Fatah si sgretola sotto il peso di una crisi profonda. Il ritiro israeliano da Gaza non rafforza l’Autorità Nazionale Palestinese: ne mette a nudo le fragilità.
Nei campi profughi e nei quartieri popolari, l’accusa ricorre con insistenza: corruzione. Fatah è identificata come una macchina clientelare, incapace di tradurre gli aiuti internazionali in servizi. Scuole fatiscenti, sanità al collasso, disoccupazione endemica. In questo vuoto si inserisce Hamas, che presidia il sociale con cliniche, mense, reti di assistenza. L’immagine è quella di un’organizzazione austera, disciplinata, presente.
Il fallimento del processo di pace pesa come una sentenza. Gli Accordi di Oslo, cavallo di battaglia di Fatah, non hanno fermato l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania né aperto la strada a uno Stato palestinese. Hamas ribalta la narrazione: il ritiro da Gaza non è il frutto della diplomazia, ma della resistenza armata. Un messaggio semplice, diretto, che trova ascolto in una popolazione stremata.
La morte di Yasser Arafat, nel novembre 2004, accelera il declino. Con lui scompare il perno capace di tenere insieme apparati, milizie e consenso. Il successore, Mahmoud Abbas, meglio conosciuto come Abu Mazen, fatica a imporsi sulle fazioni armate e sui notabili locali. Fatah entra in una fase di lotte intestine, tra vecchia guardia rientrata dall’esilio e giovani dirigenti cresciuti nelle Intifada come Marwan Barghouti.
Alle urne, la frattura diventa disfatta. Liste concorrenti, candidati rivali, voti dispersi. Hamas si presenta compatta, con una sola sigla e uno slogan netto: “Cambiamento e Riforma”. Hamas promette ordine, disciplina, controllo. Per molti elettori, è una scelta di rottura, non ideologica ma pratica.
Il risultato del 2006 non nasce all’improvviso. È l’esito di anni di promesse mancate, di una leadership consumata dal potere e di un movimento rivale capace di occupare ogni spazio lasciato libero. Gaza diventa il laboratorio di questa transizione brutale, dove la perdita di consenso si trasforma in perdita di controllo.
Ma facciamo due passi indietro. Il primo risale al 1956. Durante la Crisi di Suez, Israele occupa Gaza, allora amministrata dall’Egitto, insieme al Sinai. È un controllo breve: la pressione congiunta di Stati Uniti e Unione Sovietica costringe Israele al ritiro nel marzo 1957. Gaza torna sotto amministrazione egiziana.
La svolta arriva dieci anni dopo. Nel giugno 1967, con la Guerra dei Sei Giorni, Israele sconfigge Egitto, Giordania e Siria, conquistando Gaza e il Sinai, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, le Alture del Golan. Da quel momento la Striscia passa sotto amministrazione militare israeliana. È l’inizio di un controllo destinato a durare decenni, segnato dalla presenza dell’esercito e dalla nascita degli insediamenti di coloni ebrei all’interno del territorio.
Negli anni Novanta cambia la forma, non la sostanza. Con gli Accordi di Oslo, (1993-1995) Israele trasferisce parte delle competenze civili e della sicurezza interna alla neonata Autorità Nazionale Palestinese guidata da Yasser Arafat. Israele mantiene però il controllo dei confini terrestri, dello spazio aereo e delle acque, oltre alle aree degli insediamenti. Il percorso si chiude formalmente nel 2005 con il ritiro di truppe e coloni israeliani dalla Striscia.
Gennaio 2006. Elezioni legislative. Hamas vince contro ogni previsione. Fatah non accetta il risultato. Gli Stati Uniti impongono sanzioni. L’Occidente dichiara il boicottaggio. La crisi degenera. A Gaza si combatte tra palestinesi. Nel 2007 Hamas prende il controllo interno della Striscia. Da allora Gaza è sottoposta a blocco totale via terra, mare e aria. Israele controlla i confini, l’Egitto chiude i varchi. Due milioni e mezzo di persone restano intrappolate in un territorio sigillato.
Come partito al governo, Hamas mostra qualche segno di pragmatismo, accettando l'idea di una tregua a lungo termine (hudna) con Israele, senza però riconoscere ufficialmente lo stato israeliano.
Finanziamenti. Qui smontiamo la fake più ripetuta. Per anni Israele ha consentito il transito di ingenti fondi provenienti dal Qatar, destinati ufficialmente a stipendi pubblici e assistenza umanitaria. Parte di quelle risorse è confluita verso l’apparato militare di Hamas. La logica è politica. Tel Aviv considera utile un Hamas sufficientemente forte da indebolire l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e impedire la formazione di un fronte palestinese unitario. Dividere per governare.
Ma il denaro non basta. Razzi, droni e missili richiedono catene tecniche e logistiche. Ed è qui che entra in gioco l’Iran. Teheran finanzia Hamas da decenni con decine di milioni di dollari l’anno. Secondo varie stime, tra 70 e 100 milioni annui per il ramo politico-militare. Il fulcro del supporto passa attraverso la Forza Quds dell’IRGC, responsabile del coordinamento regionale con Hamas e la Jihad Islamica Palestinese.
Il traffico d’armi segue canali informali: contrabbando, reti regionali, mercato nero. Convogli dal Sudan, passaggi nel Sinai, tunnel verso Gaza. Componenti provenienti da Iran, Libano, Turchia, Pakistan. Non armi finite, ma pezzi: motori, circuiti, propellenti.
Dentro Gaza opera una vera economia di guerra: laboratori sotterranei, officine clandestine, produzione artigianale di razzi, modifiche di droni commerciali, esplosivi ricavati da materiali civili. Nessuno Stato consegna ad Hamas sistemi militari completi. L’arsenale nasce per assemblaggio, frammento dopo frammento.
Ricapitoliamo. Primo. Israele non ha creato Hamas né lo ha finanziato direttamente. Ha tollerato flussi di denaro utili a mantenerlo come fattore di divisione interna palestinese.
Secondo. L’Iran rappresenta il vero sponsor militare e logistico. Il resto è frutto di reti clandestine e produzione locale.
La narrazione di “Hamas creatura del Mossad” è una leggenda. Cancella la matrice dei Fratelli Musulmani, l’Intifada, il collasso di Fatah, il ruolo iraniano, il calcolo israeliano. La realtà è più spoglia: Hamas non nasce da un complotto. Che piaccia o meno nasce dalla storia, dall’assedio, dalle fratture palestinesi e dalle ipocrisie israeliane.
