Heidegger, il contadino e la tecnica
di Marcello Veneziani - 27/05/2026

Fonte: Marcello Veneziani
A cinquant’anni dalla morte dell’ultimo gigante del pensiero
Come avrei voluto vedere la memorabile finale della Coppa del Mondo tra Inghilterra e Germania Ovest il 30 luglio del 1966 insieme a Ernst Jünger e Martin Heidegger, nella casa del primo a Wilflingen (a proposito, Heidegger è morto il 26 maggio del 1976, giusto 50 anni fa). Erano già due anziani signori, oltre la settantina, avevano attraversato due guerre mondiali, il regime nazista, l’epurazione e vivevano ormai in disparte: l’uno era passato al bosco, l’altro si era rifugiato nella sua baita di Messkirk. Heidegger, a differenza di Jünger, era un vero antimoderno, non aveva il televisore in casa, di solito andava dai vicini quando doveva vedere qualcosa in video. Ma quella volta decise di sottoporsi a un viaggio pur di assistere col suo geniale amico alla finale che sembrava la continuazione sportiva di quel conflitto tra Germania e Inghilterra di vent’anni prima. Anche stavolta il teatro era Londra, il mitico stadio Wembley, e anche stavolta l’Inghilterra vinse alla fine la partita coi tedeschi. Anch’io come loro, benché bambino, tifavo Germania e corsi a casa dopo essere stato con i miei al matrimonio di Isa e Bruno, per vedere i mitici fratelli Charlton, il portiere Banks e gli altri inglesi battersi contro la squadra del mitico Uve Seeler, di Haller e di Franz Beckenbauer. Heidegger, che da giovane era stato un’ala sinistra (anch’io lo fui), aveva una particolare predilezione per Beckenbauer.
A differenza di Jünger, spavaldo guerriero e amico della tecnica e dei viaggio, per Heidegger fu un piccolo trauma lasciare la sua casa, mettersi in viaggio con sua moglie Elfride e l’autista. Ma anche Jünger, benché cantore della fabbrica e dell’operaio, passò poi al bosco, tornò alla natura, allo studio delle piante e degli insetti. Refrattario al movimento, allo spaesamento e alla tecnica, Martin Heidegger si era rifugiato nella foresta nera e nel paese natio e si era fatto non solo pastore dell’essere ma anche boscaiolo e contadino. Attività legate alla terra e agli elementi naturali che precedono il mondo delle macchine, dei tecnici e degli operai. “Quando all’ora della pausa nel lavoro, di sera, mi siedo insieme ai contadini sulla panca accanto alla stufa, oppure al tavolo, nell’angolo del crocifisso, per lo più non parliamo. Fumiamo in silenzio le nostre pipe”, al più scambiano qualche parola sul lavoro. Heidegger ritiene che il lavoro filosofico sia “inseparabilmente congiunto al lavoro del contadino, ne condivide il cuore”, anzi “l’intero mio lavoro è letteralmente sostenuto e guidato dal mondo di quelle montagne e dei suoi contadini”(Perché restiamo in provincia, del 1933). Vive la solitudine, precisa, ma non l’isolamento. Sposa la fedeltà della memoria contadina. Eccolo, Heidegger, il figlio del sacrestano e bottaio, nipote del calzolaio, il cattolico praticante che si considera incompreso e solo. In un discorso pubblico dice che il sapere dell’autentica scienza non si distingue affatto dal sapere del contadino. Sapere significa infatti intendersene del mondo. Naturalmente occorre distinguere tra sapere autentico e apparente. Il vero sapere è originario: “Chi vuole davvero scorgere ciò che è grande, deve possedere egli stesso grandezza; il piccolo vede sempre solo il piccolo, che vi è sempre necessariamente anche laddove vi è grandezza, come l’ombra può esservi solo dove c’è luce”.
Commentando un convegno dei premi Nobel a Lindau nel 1955, Heidegger afferma: “si viene preparando un attacco alla vita e all’essere dell’uomo che si avvale dei mezzi della tecnica, un attacco al cui confronto l’esplosione della bomba all’idrogeno significa ben poco” (L’abbandono, Il melangolo, 1982). La tecnica riuscirà ad “avvincere, a stregare, a incantare, ad accecare l’uomo” sostituendo il pensiero meditante al pensiero calcolante (su cui sarà poi costruito l’algoritmo). Lo stesso disorientamento proverà con le imprese spaziali, dopo la conquista della luna. Il testo si conclude con una citazione di J.P.Hebel che è un inno di ritorno alla terra: “Siamo disposti o non ad ammetterlo, noi siamo piante che debbono essere radicate nella terra, se vogliono fiorire nell’etere e dare i frutti”.
Inquietante per Heidegger non è il mondo dominato completamente dalla tecnica, ma che “l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo”. Dovremmo risvegliare un pensiero meditante rispetto al pensiero calcolante. Il trionfo della tecnica non dipende da una macchinazione dell’uomo né da una malvagità, ma da quello squilibrio tra la sua espansione rapida e la capacità umana di capirla e governarla.
Heidegger vede la devastazione della terra, “l’usura di ogni materia prima, ivi compresa la materia prima “uomo”, All’utilizzazione della terra egli oppone la capacità di “ricevere la benedizione della terra e stabilirsi nella legge di questa accettazione come nella propria casa, per custodire il segreto dell’essere e vegliare sull’inviolabilità del possibile”. (Umanesimo e scienza, da Introduzione alla metafisica). Altrimenti il demoniaco prevarrà. Heidegger è consapevole di trovarsi alla fine di un mondo che è poi la fine del pensiero, oltre che della civiltà: “Siamo forse noi gli ultimogeniti di una storia che va ora rapidamente verso la sua fine; verso una fine che lascia finire ogni cosa in un ordine sempre più desolato di entità uniformi?…Siamo forse addirittura alla vigilia della più inquietante alterazione della terra intera, nella pre-sera del tempo dello spazio storico da cui la terra dipende? Stiamo davvero in cammino per immigrare nella landa storica di questa sera della terra? Sta spuntando infine questa landa Esperia…al di là di Occidente e di Oriente, e attraverso l’Europeità? Ma siamo al tempo stesso anche i prematuri, le primizie del mattino di un evo del mondo interamente altro? (La locuzione di Anassimandro, in Sentieri interrotti, Bompiani).
A ragion veduta possiamo dire che Heidegger e i suoi contemporanei non furono “i prematuri, le primizie del mattino” e nemmeno noi viventi lo siamo; o forse siamo entrambi iniziatori di quel declino e di quella prenascita; e probabilmente non sarà l’Europa il terreno di quella mutazione ma altri, l’America, la Cina, il senza-luogo dell’universo globale. Saranno altri, forse, le primizie del mattino…“L’uomo col suo pianificare cerca di portare ordine nel globo terrestre…Risuona loro all’orecchio solo il rumore delle macchine che essi quasi ritengono essere la voce di Dio. Così l’uomo diventa distratto e senza una direzione”. Colpisce in Heidegger il suo spingersi fino ai confini estremi della tecnica e del nichilismo, “in preda alla noia dell’uniformità” e ai suoi pericoli, disegnando scenari futuri e globali in cui oggi siamo ancora dentro e in corso; ma poi propone rimedi arcaici e pratici, come il ritirarsi nella provincia, nel locale, nella baita e nella terra. Di fronte alla fine dell’uomo e del mondo, Heidegger si rifugia in campagna, tra i contadini. Heidegger ha colto la questione centrale dell’epoca, il dominio della tecnica e il ritirarsi dell’umano ma non ha tentato una risposta, semmai ha indicato un rifugio e un’attesa, verso cui possiamo solo pre-disporci. Da buon contadino Heidegger dissoda, semina e poi aspetta, a dio piacendo, il tempo del raccolto, che non vedrà.
