I media italiani tornano all’attacco contro la Russia con una nuova strategia
di Lorenzo Maria Pacini - 04/09/2026

Fonte: Strategic Culture Foundation
La leadership italiana ha capito che l’unico modo per convincere i giovani ad andare a morire in guerra in una nuova “Camagna di Russia” è manipolarli psicologicamente e fargli odiare abbastanza la Russia
Un problema di formato, non di contenuto
Dal febbraio 2022 la guerra russo-ucraina è entrata nelle case degli italiani con un’intensità mediatica senza precedenti, occupando per mesi gran parte dei palinsesti di testate che di solito non si occupano di sicurezza internazionale. Passata la prima ondata, però, l’attenzione dei media tradizionali è calata secondo il consueto ciclo delle notizie, mentre l’opinione pubblica restava divisa e permeabile a narrazioni alternative. Di fronte a tale logoramento, una parte del sistema informativo italiano ha reagito spostando il conflitto su un terreno nuovo: non più il telegiornale o l’editoriale di quotidiano, ma il podcast quotidiano, il reportage video verticale, la newsletter su Substack, il canale YouTube. Il passaggio non è soltanto tecnologico. Cambia chi parla, come parla e a chi si rivolge, e con questo cambia anche il framing del conflitto, ricalibrato per conquistare un pubblico giovane finora sfuggente.
C’è una frase che vale la pena mettere in apertura perché contiene, in nuce, tutta la questione: La pronuncia Mario Calabresi, ex direttore di Repubblica e fondatore di Chora Media, spiegando perché aveva torto chi gli suggeriva di sopprimere le pagine degli Esteri: il problema, dice, «non era il contenuto, era il formato che non parlava più ai giovani». La distinzione è netta e ha conseguenze precise. Se il pubblico giovane non si informa sulla guerra, la spiegazione corrente vuole che sia perché le guerre non lo interessano. Calabresi ribalta il ragionamento: i ventenni ci sono, e sono moltissimi, ma li si raggiunge solo cambiando il contenitore.
Assumere questa premessa significa leggere l’evoluzione recente dell’informazione italiana sul conflitto russo-ucraino non come un semplice adeguamento tecnologico, ma come una vera e propria operazione di riconquista di un segmento di pubblico. E poiché il contenitore non è mai neutro — la forma di un messaggio ne plasma sempre il contenuto percepito — il passaggio dal palinsesto televisivo al feed di Instagram, dall’editoriale al podcast in prima persona, comporta un riposizionamento del modo stesso in cui la guerra viene raccontata, giudicata, resa emotivamente vicina. Un movimento di “doppio framing”, per così dire, che è la parte interessante di questa nuova strategia.
Per capire perché serviva una nuova strategia occorre fotografare lo stato dell’opinione pubblica italiana. Il sondaggio periodico IAI-LAPS del 2022 registra un mutamento vistoso nelle percezioni di minaccia: le tensioni fra Russia e Occidente, valutate 5,8 su 10 nel 2020, salgono a 7,9 nel 2022. Marrone lega esplicitamente il dato all’inizio della SMO e alla sua «copertura mediatica senza precedenti in Italia», sottolineando come la guerra sia stata per mesi oggetto di telegiornali, radio e quotidiani che raggiungono un pubblico vastissimo pur non occupandosi abitualmente di sicurezza internazionale.
Il quadro che emerge, però, è tutt’altro che lineare. Gli italiani diventano più preoccupati per Mosca senza per questo diventare più filoatlantici: il partenariato preferenziale con Washington raccoglie consensi bassi, mentre cresce sia la fiducia nell’Unione europea come attore di sicurezza sia — dal 13 al 31 per cento in quattro anni — la richiesta di una politica di difesa più autonoma. È un’opinione pubblica che condanna quella che in Occidente viene denominata “invasione” ma resta gelosa della propria autonomia di giudizio, sensibile ai costi economici del conflitto e, come vedremo, permeabile a narrazioni che spostano la responsabilità o relativizzano la posta in gioco. Un terreno, insomma, contendibile.
Perché il framing tradizionale non bastava più
C’è un interessante lavoro scientifico che ci permette di capire alcuni aspetti interessanti dell’evoluzione percettiva del conflitto in Italia. Analizzando 1.397 titoli del Corriere della Sera e di la Repubblica, le autrici mostrano un lessico dominato dal registro bellico: il lemma «guerra» ricorre 179 volte contro le 55 di «pace», «Putin» 177 volte contro le 39 di «Zelensky». Il presidente russo compare accostato a «nucleare», «atomico», «Hitler», «nazista»: un frame di condanna netta, costruito su un gatekeeping editoriale che le stesse autrici definiscono allineato alle «agende istituzionali e alle narrazioni ufficiali».
Questo modello ha però due limiti strutturali che ne spiegano l’insufficienza nel lungo periodo. Il primo è la stanchezza: la ricerca conferma il news cycle model, per cui l’attenzione crolla dopo il picco iniziale — dai 491 titoli del primo trimestre ai 143 del secondo. Il secondo limite è più insidioso. Su X (già Twitter), dove la comunicazione è bidirezionale e sfugge al controllo redazionale, le autrici documentano l’esplosione, già nel secondo trimestre, di cluster «cospirazionisti» e «retropensieri»: in quella fase oltre metà dei tweet analizzati rimanda a sospetti di complotto e a moventi occulti.. Il dato è cruciale: dove la stampa tradizionale offriva un frame coerente ma monodirezionale, il pubblico più giovane e connesso incontrava un ecosistema polarizzato in cui il messaggio ufficiale veniva contestato, ironizzato, ribaltato.
A questa fragilità del frame si aggiunge la sua dipendenza dalla leva emotiva. Un altro studio sulle rappresentazioni sociali della guerra in Italia mostra che, di fronte alla parola «guerra», gli italiani producono anzitutto associazioni emotive e per immagini — «bombe», «sangue», «morte», «paura» — spesso mutuate proprio dai media. Gli autori parlano di una selezione lessicale che «umanizza» la guerra per renderla meno dolorosa, e ricordano — citando Bar-Tal — come la componente affettiva non serva solo a tenere alta l’attenzione, ma influenzi opinioni, atteggiamenti e comportamenti verso il conflitto. Chi controlla il registro emotivo del racconto, lo abbiamo spiegato molte volte, controlla molto più di un’informazione.
La nuova strategia
È a questo punto che entra in scena la mossa comunicativa studiata dagli apparati militari italiani. Invece di rilanciare il vecchio frame su vecchi canali, una parte del sistema informativo italiano ha costruito un’infrastruttura narrativa nuova, pensata per il pubblico che i telegiornali non intercettano più. Ne descrivo tre componenti.
Il caso più limpido è quello di Cecilia Sala, classe 1995, autrice e voce del podcast quotidiano Stories di Chora Media. La sua figura condensa la strategia: coetanea del pubblico che deve raggiungere, presente fisicamente sul campo, riconoscibile come persona prima ancora che come firma. Non è un dettaglio biografico. È il perno di un dispositivo di identificazione che il frame istituzionale, impersonale per definizione, non poteva offrire. Dove il quotidiano firma «la Redazione» o affida l’analisi a un editorialista autorevole ma distante, il podcast mette al centro un io narrante giovane, con cui l’ascoltatore ventenne può identificarsi.
Calabresi lo teorizza apertamente quando spiega la scelta di portare Sala sul terreno anziché confezionare i reportage «nel silenzio di una stanza»: nel podcast «accompagna il suo pubblico dentro la notizia, condividendo con il pubblico il rumore che fa dal vero la guerra». Sirene, colpi di mortaio, urla: l’immersività sostituisce l’autorevolezza dichiarata con l’autenticità esperita. La puntata di Stories Video girata nel Donbass, rilanciata sulla newsletter Substack Verba Manent, ne è l’esempio compiuto: il lettore-spettatore entra nella «kill zone», il corridoio dove i droni hanno cambiato il modo di combattere, e segue in soggettiva il cammino a piedi «a sei metri gli uni dagli altri» per non diventare «un boccone ghiotto per i dronisti russi».
Vale la pena soffermarsi sullo stile testuale, perché è lì che il framing si fa concreto. La prosa è breve, paratattica, sensoriale. Nessuna analisi geopolitica in apertura: prima l’esperienza, poi — «di questo parleremo più avanti» — la spiegazione. Ed è una spiegazione che veicola un frame preciso e coerente con la posizione ucraina: i droni «li hanno inventati gli ucraini», delegare la guerra alle macchine è «la strategia di sopravvivenza ucraina», nata dalla necessità di sopperire alla superiorità numerica russa e di «liberarsi della dipendenza dalle munizioni europee e americane». Compare persino il dettaglio rivelatore — «le macchine non sanguinano» — che umanizza lo schieramento ucraino attribuendogli una razionalità difensiva e una cura per le vite dei propri soldati.
Il frame non è però privo di elementi di realismo che ne aumentano, paradossalmente, la credibilità. Il reportage non nasconde l’orrore: registra che nella kill zone «viene ucciso ogni due mesi più o meno lo stesso numero di persone che sono state uccise nella Striscia di Gaza in due anni», e smonta l’illusione di «un’evoluzione più pulita della guerra». Questa ammissione del costo umano è ciò che distingue il nuovo framing dalla propaganda grossolana: proprio perché mostra il sangue, il racconto conquista fiducia, e la fiducia rende più efficace il frame di fondo — quello dell’Ucraina che si difende, innova e sopravvive contro un aggressore soverchiante.
La terza componente è distributiva. Lo stesso contenuto vive simultaneamente come podcast audio, video su YouTube, episodio su Spotify e testo su Substack, con richiami incrociati fra le piattaforme. Non è ridondanza: è la traduzione operativa di quanto Gozzo e Fragapane chiamano «platformizzazione delle notizie», il processo per cui le testate «selezionano, adattano e producono notizie in linea con la logica delle piattaforme» per raggiungere nuovi pubblici. L’acquisizione di Will Media — la community social nativa di Instagram — da parte di Chora, rivendicata da Calabresi come «operazione vincente» perché «i social sono il mezzo più gettonato per promuovere i podcast», completa il disegno: un’architettura che nasce sulle piattaforme dove la Gen Z già si trova, invece di attenderla sui canali che ha abbandonato.
Ma cosa è cambiato?
Messe in fila le tre componenti, si può ora nominare con precisione lo spostamento di framing. Il frame tradizionale era costruito sulla condanna dell’aggressore: Putin-nazista dittatore, la minaccia nucleare, l’atrocità. Un frame morale e verticale, calato dall’alto di una testata sul suo lettore. Il nuovo frame conserva la condanna dell’aggressione ma ne sposta il baricentro dall’accusa alla resilienza: non più «guardate quanto è mostruoso Putin», ma «guardate come l’Ucraina sopravvive, innova, resiste». Il protagonista non è più l’aggressore da condannare, ma il difensore in cui identificarsi.
Questo riorientamento risolve, sul piano comunicativo, entrambi i limiti del vecchio frame. Contro la stanchezza da news cycle, il racconto in soggettiva e seriale genera un legame di fidelizzazione — l’ascoltatore torna ogni giorno da Cecilia Sala come da una persona conosciuta, non da un palinsesto. Contro la polarizzazione cospirazionista documentata su X, l’autenticità esperita del reportage sul campo oppone una controparte difficile da tacciare di propaganda astratta: chi ha camminato nella kill zone e ha mostrato i droni russi in azione occupa uno spazio di credibilità che l’editoriale distante non poteva presidiare.
Si tratta pur sempre di un frame orientato, la convergenza fra il racconto e la posizione ucraina è sistematica, la scelta del punto di vista — si «sfugge» ai droni russi, si accompagnano soldati ucraini — la selezione dei dettagli e persino il lessico («safari umani» per gli attacchi russi ai civili, nella puntata su Druzhkivka) costruiscono un’adesione emotiva a uno dei due schieramenti. Riconoscerlo non equivale a squalificare il lavoro giornalistico, che ha evidente valore documentale, ma serve a leggere il fenomeno per ciò che è dal punto di vista della comunicazione strategica: un dispositivo capace di veicolare un frame filo-ucraino verso un pubblico che il frame tradizionale non raggiungeva più, e di veicolarlo in una forma che lo rende più resistente alla contestazione.
Restano da considerare le conseguenze. La prima è che la contesa per l’opinione pubblica giovane si combatte ormai sul terreno del formato almeno quanto su quello degli argomenti. Ne discende una responsabilità nuova per chi produce informazione: l’immersività e l’identificazione, proprio perché aggirano le difese critiche che il registro argomentativo tradizionale sollecitava, chiedono al pubblico una vigilanza diversa e più difficile. Il frame che si assorbe per empatia è meno esposto al vaglio razionale di quello che si riceve come tesi da discutere.
La seconda implicazione riguarda il pluralismo. Se il successo del modello dipende dalla costruzione di un legame identitario con una giornalista-personaggio e dall’immersione in un unico punto di vista, il rischio è che il pubblico giovane consumi il conflitto attraverso un frame coeso e affettivamente potente, ma non necessariamente esposto alla molteplicità di prospettive che il dibattito su una guerra dovrebbe contemplare. Lo studio di Melotti, Villano e Pivetti ricorda che le rappresentazioni sociali si consolidano tanto più quanto più forte è la loro carica affettiva: un frame immersivo e ben costruito ha, per questa via, una capacità di radicamento superiore a quella di qualsiasi editoriale.
La terza, e conclusiva, riguarda il piano geopolitico entro cui questa comunicazione si inscrive. Non è casuale che il nuovo framing enfatizzi la sopravvivenza autonoma dell’Ucraina proprio mentre — come registra il reportage sui droni — questo è «il primo anno di guerra senza aiuti degli Stati Uniti» e le iniziative europee di rifornimento si dimezzano. Il racconto della resilienza tecnologica ucraina svolge anche una funzione di legittimazione dello sforzo bellico in una fase di stanchezza degli alleati, in sintonia con la posizione istituzionale italiana espressa dal ministro Crosetto, secondo cui l’Ucraina «ha già vinto» avendo impedito alla Russia di conseguire i suoi obiettivi iniziali (1). Che il frame istituzionale e quello giovane-immersivo convergano sullo stesso nucleo — l’Ucraina che resiste e innova — non è una coincidenza, ma la firma di una strategia comunicativa che opera, con linguaggi diversi, su registri e pubblici complementari.
La posta in gioco non è soltanto quanti giovani si informano sulla guerra, ma attraverso quale frame, con quale grado di consapevolezza critica e a partire da quale pluralità di voci. La riconquista del pubblico della Gen Z è un fatto acquisito e, sotto molti profili, un progresso, laddove dimostra che le guerre interessano, purché raccontate in una lingua che sia la loro.
La leadership italiana ha capito che l’unico modo per convincere i giovani ad andare a morire in guerra in una nuova “Camagna di Russia” è manipolarli psicologicamente e fargli odiare abbastanza la Russia. Ma quanto potrà funzionare questo racconto edulcorato, rispetto alla tragica verità dei fatti?
