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Il declino inarrestabile delle società liberali

di Nicolas Degroote - 12/02/2026

Il declino inarrestabile delle società liberali

Fonte: GRECE Italia

Non è sfuggito a nessuno che l’economia francese sta peggiorando. Si accusano i leader al potere e si spera che le prossime elezioni portino al potere statisti all’altezza della situazione. Senza voler scagionare gli attuali leader, c’è comunque una domanda da porsi: e se la lenta erosione delle economie liberali non fosse legata a una cattiva gestione, ma fosse strutturale, quindi inesorabile?

La migliore definizione del mondo moderno è senza dubbio la seguente: il sistema tecno-capitalista. Il nostro mondo è quello del denaro e delle macchine. È un sistema, perché il denaro e le macchine si richiamano a vicenda. I profitti si realizzano grazie all’innovazione, ma queste innovazioni richiedono investimenti sempre più ingenti. Occorre sempre più crescita per sempre più tecnologia, e sempre più tecnologia per sempre più crescita. Niente denaro senza macchine, niente macchine senza denaro.

La combinazione di macchine e denaro definisce la rivoluzione industriale. Si investe in fabbriche, macchinari, infrastrutture, che producono beni la cui vendita genera profitti che vengono reinvestiti in macchinari più sofisticati, che producono ancora più beni e profitti, ecc. È fondamentalmente la stessa cosa nel settore primario (l’agricoltura e i suoi trattori), secondario (le fabbriche e le loro catene robotizzate) e terziario (gli uffici e i loro computer).

 

Calcolo del valore

Il sistema si basa quindi su merci che devono essere vendute. Tuttavia, questa operazione è piuttosto misteriosa se ci si riflette: da dove deriva il valore di una merce? Perché una baguette costa meno di una camicia? Non è una questione di rarità: le baguette non sono meno rare delle camicie, e ci sono molti beni banali che costano molto, come le automobili. Non è nemmeno una questione di utilità o necessità. Abbiamo bisogno delle camicie tanto quanto del pane, e beni indispensabili come l’aria o l’acqua sono gratuiti o quasi, mentre gadget inutili possono costare una fortuna.

Se una camicia costa più di una baguette, è semplicemente perché la camicia richiede più tempo per essere prodotta. Ci vuole cento volte più tempo per realizzare una camicia che per fare una baguette, la prima vale 100 euro e la seconda 1 euro. Il valore di una merce è la quantità di lavoro che contiene, fermo restando che un lavoro qualificato vale quanto un lavoro semplice moltiplicato: un’ora di recital di pianoforte vale quanto dieci ore di pulizie. Ci sono ovviamente molti casi particolari, ad esempio le carestie in cui i prezzi esplodono, ma in generale e in condizioni di normale funzionamento del mercato, è il lavoro che contengono a determinare il valore delle merci.

Il capitalismo ricerca il profitto. Vuole produrre il maggior valore possibile, quindi aumentare il tempo di lavoro: il futuro appartiene a chi ha dipendenti che si alzano presto. Oggi lavoriamo molto di più rispetto alle società precapitalistiche. Il capitalismo intensificherà anche il lavoro grazie all’organizzazione scientifica del lavoro e al management: il futuro appartiene a chi ha dipendenti efficienti e motivati. Infine, e soprattutto, il capitalismo moltiplica la produttività del lavoro grazie alle macchine: il futuro appartiene a chi innova. La rivoluzione industriale inizia con la comparsa dei telai inglesi.

È qui che occorre prestare attenzione e distinguere gli effetti puntuali dell’innovazione tecnica dai suoi effetti a lungo termine. Gli effetti immediati dell’innovazione sono evidenti. In un mondo in cui le camicie valgono 100 €, il primo che installa macchinari che consentono di produrle due volte più velocemente realizza grandi profitti: le sue camicie valgono in realtà 50 € (tralasciando l’ammortamento dei macchinari) poiché sono prodotte due volte più velocemente, ma lui le vende al prezzo di mercato, 100 €, o poco meno, per sbaragliare la concorrenza. A livello macroeconomico, tuttavia, non c’è creazione di valore, non c’è crescita, poiché il successo dell’azienda innovativa si paga con il fallimento dei suoi concorrenti. L’azienda innovativa prospera, ma il PIL non è cambiato.

Ben presto entrerà in gioco la concorrenza: tutti i produttori di camicie si doteranno delle stesse macchine. E, naturalmente, il prezzo delle camicie scenderà fino a corrispondere al tempo di lavoro ora necessario per produrle. Da quel momento in poi, una camicia non varrà più 100 €, ma 50 €. È il meccanismo del mercato e l’inevitabile movimento della rivoluzione industriale che livella i prezzi verso il basso. Quando il valore di una camicia diminuisce, diminuiscono anche i profitti della fabbrica: ovviamente si guadagna meno su un prodotto che vale meno. Si cercherà quindi di recuperare sulla quantità. Si guadagnerà meno per ogni camicia, poiché il loro valore è diminuito grazie alle macchine, ma se ne produrranno di più grazie alle macchine.

È qui che il sistema va in tilt. Perché tutti hanno capito che il primo a innovare realizzerà grandi profitti prima di essere raggiunto dagli altri, e che chi non innova scomparirà. Quindi tutti innovano continuamente, le macchine vengono perfezionate senza sosta, occorre sempre meno tempo per produrre le merci, il loro valore diminuisce sempre, occorre produrre sempre di più.

 

Fuga in avanti, corsa verso l’abisso

È questa la famosa fuga in avanti del capitalismo, che ha almeno tre conseguenze. Ovviamente provoca un disastro ecologico, poiché occorre produrre queste merci. Ovviamente crea una società consumistica, poiché occorre smaltire queste merci. Ma soprattutto, e questo è meno noto, provoca un affanno del sistema. Dopo un certo tempo, non è più possibile produrre e vendere sempre più merci. Si arriva inevitabilmente a una saturazione dei mercati. Diventa sempre più difficile compensare il calo di valore di ogni merce con la quantità di merci vendute. I profitti diminuiscono.

Eppure non si può rinunciare alla continua innovazione, pena l’essere immediatamente divorati dalla concorrenza. Si aumenta quindi sempre la produttività del lavoro grazie alle macchine senza poter aumentare in misura equivalente il volume delle merci prodotte, poiché non si aumentano le vendite quanto si vorrebbe. In altre parole, occorrono sempre meno dipendenti per produrre più o meno lo stesso: ecco la disoccupazione. Per molto tempo, il meccanismo della distruzione creativa ha funzionato: i contadini cacciati dai campi dai trattori hanno trovato lavoro nelle fabbriche nascenti, poi gli operai cacciati dalle fabbriche dalla robotizzazione hanno trovato lavoro nel settore terziario allora emergente. Ma non esiste un quarto settore economico e i dipendenti cacciati dalla rivoluzione informatica non riescono a trovare lavoro. Se si prendono in considerazione tutte le categorie di disoccupati e i lavoratori a tempo parziale, in Francia, come in tutti i paesi cosiddetti sviluppati, circa il 20% della popolazione è disoccupata da decenni. Non c’è dubbio che l’intelligenza artificiale amplificherà notevolmente questo fenomeno. Il tasso di disoccupazione esercita pressione sui salari, il potere d’acquisto diminuisce, le vendite delle imprese crollano proprio nel momento in cui realizzano margini inferiori per merce.

Il problema è irrisolvibile. Per realizzare profitti occorre innovazione, ma la meccanizzazione della produzione fa diminuire il valore delle merci e crea disoccupazione strutturale. Occorrono macchine per fare soldi e soldi per fare macchine, ma più macchine ci sono, meno soldi ci sono. Nel cuore stesso dell’articolazione tra macchine e denaro, nel cuore del sistema tecno-capitalista, nel DNA del mondo moderno se preferite, si annida un granello di sabbia che blocca il meccanismo, un verme che rode il frutto, diagnosticato già da tempo dai teorici della critica del valore come Anselm Jappe.

Ecco perché più passa il tempo e più la crescita rallenta, nonostante alcuni arricchimenti indecenti e sporadici. È il meccanismo inesorabile di una lenta e inesorabile depressione economica. Nessuno e nessuna elezione potrà cambiare le cose, a meno che non si esca dal sistema tecno-capitalista. Sembra che questo non sia ancora all’ordine del giorno, soprattutto non a destra.

 

 

Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.

 

Nicolas Degroote, L’inexorable déclin des sociétés libérales, Èlèments, 11 febbraio 2026.