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Il linciaggio e il genocidio

di Pino Cabras - 12/02/2026

Il linciaggio e il genocidio

Fonte: Pino Cabras

La macchina del fango di tanti fiancheggiatori e baciapantofole di Bibi il Genocida sparsi in Francia e in Italia contro Francesca Albanese (Relatrice speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati), non è scoppiata per una sua frase. È scoppiata perché Albanese ha osato rompere il silenzio su un SISTEMA.
Albanese ha fatto ciò che il diritto internazionale impone e ciò che molti governi occidentali temono: ha tracciato la mappa delle complicità economiche, industriali e politiche che rendono possibile un genocidio sotto gli occhi del mondo. Ha collegato bombe, filiere finanziarie, tecnologie militari, coperture diplomatiche. Ha messo nomi e cognomi dove normalmente si trovano solo astrazioni e discorsi vaghi. Come osa fare nomi e cognomi?
Ed è a quel punto che è partita l’operazione di delegittimazione.
Il copione è noto e vale anche per il suo intervento di Doha. Si prende un passaggio di un discorso complesso sulle responsabilità sistemiche, lo si ritaglia, lo si deforma e lo si spaccia come attacco all’esistenza stessa di Israele. Poi si attiva il riflesso pavloviano più utile al potere: l’equiparazione automatica tra critica al sionismo realmente esistente – quello storico, politico e militare che produce occupazione, apartheid e distruzione, quello che io definisco “Sionismo Reale” – e antisemitismo. 
È una tecnica di blindatura ideologica. Serve a impedire qualsiasi analisi delle strutture reali del potere, trasformando la denuncia dei crimini in reato.
Non è un caso che nel luglio 2025 le sanzioni statunitensi contro Albanese fossero scattate appena poche ore dopo la pubblicazione del suo dossier sulle complicità economiche del genocidio. Il Segretario di Stato Rubio non reagiva mica a semplici parole. Reagiva alla rottura di un equilibrio. Reagiva al fatto che qualcuno aveva smontato la narrazione del conflitto inevitabile e mostrato il funzionamento di una macchina globale di guerra e profitto. Una filiera che partiva dalle grandi conglomerate del dominio digitale e si connetteva alle industrie a produzione militare. Una linea continua tra una mangiatoia e un mattatoio.
Chi oggi finge che Albanese ragioni in termini manichei rovescia la realtà. Il manicheismo è quello di chi divide il mondo tra violenze giustificabili e violenze indicibili. Tra diritto internazionale applicabile ai nemici e immunità garantita agli alleati.
Il nodo politico è esattamente quello che ho provato a denunciare nel mio libro “Contro il sionismo reale”: l’esistenza di un dispositivo ideologico che trasforma la critica alle politiche concrete di uno Stato in un tabù assoluto. Un dispositivo che svuota la memoria storica dell’antisemitismo per usarla come scudo di impunità geopolitica.
Difendere il diritto di analizzare le responsabilità strutturali del genocidio non significa attaccare un popolo. Significa difendere l’idea stessa che il diritto internazionale sia universale e non uno strumento selettivo nelle mani delle potenze.
Perché la verità che si vuole cancellare è semplice e brutale: i genocidi moderni non si reggono sulle armi. Si reggono su banche, contratti, lobby, diplomazie compiacenti e silenzi interessati. Sono queste strutture il “nemico dell’umanità” che Albanese denuncia. Non uno Stato, non un popolo, non un’etnia, non una religione. 
Ed è proprio quel sistema che oggi reagisce con furia, trovando tanti piccoli politicanti e tanti  presstituti pronti a scattare sull’attenti.