Il pensiero italiano in breve
di Marcello Veneziani - 18/03/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Va’ pensiero nel giorno del compleanno dell’Italia unita, nata il 17 marzo del 1861, che non ricorderà nessuno. E riprende in sintesi come nacque e da chi l’idea dell’Italia. Il pensiero italiano è una parabola durata sette secoli. Nacque nel Medioevo finì nel Novecento, salvo imprevisti. È possibile esporre e definire il pensiero italiano? Non la storia della filosofia italiana ma dei filosofi che pensarono l’Italia. Su proposta della “Dante Alighieri” che veicola l’italianità nel mondo a partire dalla nostra lingua, mi sono cimentato a sintetizzare in dieci brevi video-pillole il cammino del pensiero italiano, che si snoda parallelo alla nascita e diffusione della lingua italiana.
Il primo a pensare l’Italia fu proprio Dante Alighieri. Egli infatti non è solo il padre della lingua italiana ma è il padre della civiltà italiana e ha pensato l’Italia quando era un ricordo e una profezia, “nave sanza nocchiere in gran tempesta”: un ricordo della civiltà italica ormai alle spalle, cresciuta all’ombra della romanità; e un’attesa, un presagio, dell’Italia ventura. Oltre che poeta massimo, Dante fu per Giovanni Gentile un vero pensatore; e in opere come il Convivio, in parte nel De vulgari eloquentia e poi nel de Monarchia, Dante espose un pensiero italiano ispirato da Platone e da Aristotele, dalla tradizione romana e cristiana, con profonde implicazioni spirituali e civili. Sul piano poetico Petrarca proseguì il filo sommerso dell’invocazione lirica all’Italia. Ma sul piano del pensiero politico la vigorosa ripresa avvenne con Niccolò Machiavelli. Il suo Principe è universale, come la Monarchia dantesca ma il suo pensiero è rivolto a colui che dovrà unire l’Italia, seguendo la lezione degli antichi. Il suo pensiero si può sintetizzare in tre punti: la trascendenza degli scopi sui mezzi, che poi fu volgarizzato nella massima il fine giustifica i mezzi, in realtà Machiavelli distingueva la transitorietà degli strumenti rispetto alla nobile finalità degli scopi (oggi i mezzi si sostituiscono ai fini); l’autonomia della politica dalla morale e dalla fede, che non escludeva tuttavia la decisiva importanza del legame religioso nel tenere uniti i popoli; e infine la questione che al principe non basti solo essere, occorre pure sembrare; ossia è importante l’arte politica, l’estetica, la comunicazione, la capacità di impressionare. “Amo la patria mia più che l’anima mia”, il suo rovello.
Nell’umanesimo e poi nel rinascimento il pensiero dell’Italia trovò corpo in Marsilio Ficino, che fondò a Firenze l’Accademia platonica e tradusse le opere dei classici e il de Monarchia di Dante. Poi trovò espressione nel pensiero fiorito a sud, tra Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella che pure non esprimono un pensiero dell’Italia. I filosofi antichi venivano ripresi per fondare un pensiero laico e civile, con forti ascendenze magiche e naturalistiche, gettando le basi eroiche all’individualismo. Il rinascimento è il presupposto del risorgimento sul piano del pensiero, ne costituisce l’antefatto storico e ideale.
Il pensiero dell’Italia assunse un preciso contorno con Giambattista Vico che dopo aver scoperto le matrici italiche dell’antichissima sapienza, oppose il pensiero mediterraneo, italiano, cattolico e romano al razionalismo cartesiano, che poi sarà illuminismo, e al protestantesimo del nord Europa, soprattutto di Olanda e Germania. Vico sottolineò il nesso vitale tra pensiero e geografia, prefigurò il risorgimento delle nazioni, oppose al primato della ragione il valore del mito e della fantasia creatrice, la centralità della storia, del sentire comune e delle tradizioni. Con la sua Scienza nuova prende corpo un pensiero italiano e universale come già fu con Dante e con Machiavelli.
Il versante tragico del pensiero italiano fu espresso da Giacomo Leopardi; egli non fu solo poeta, ma come sostennero Gentile e poi Severino, pensatore esistenziale e cosmico; pensò l’avvento del nichilismo prima che si palesasse. Con lui l’Italia si fa rimpianto e invettiva, nasce quel filone (già dantesco) degli antitaliani, severi con i costumi decadenti del proprio paese, antiretorici. Leopardi pensò e amò l’Italia ma ne descrisse l’impossibile rinascita rispetto al glorioso passato.
Diversa tempra e diverso atteggiamento invece prevalse tra quegli autori che sulla scia di Dante, Machiavelli, Vico diedero vita al pensiero risorgimentale. A partire da Vincenzo Cuoco, allievo di Vico, poi Giuseppe Mazzini e Vincenzo Gioberti, ad Antonio Rosmini, fino ai fratelli Spaventa e Francesco De Sanctis. L’impronta del pensiero risorgimentale è spiritualista e romantica, anche se via via si allontana dal pensiero religioso per farsi pensiero civile, secolare e laico. Ma sul terreno filosofico resta profondamente spiritualistico e percorso da un afflato religioso.
Quando l’Italia si unì, Benedetto Croce fu il più alto interprete dell’Italia post-risorgimentale. Considerato a ragione da Gramsci il Papa laico della cultura italiana, esercitò il suo magistero nell’ambito del pensiero, della storia e della letteratura italiana. Ma il suo pensiero oscillò tra il sud (Napoli in particolare) che rappresentava il legame con la storia passata e l’Europa, che costituiva il futuro nella sua visione liberale. Sullo sfondo la lezione dei fratelli Spaventa, a cui Croce era legato anche da vincoli familiari, in tema di “circolazione del pensiero europeo” . Croce porta l’Italia in Europa.
Il pensiero italiano invece fu il filo conduttore costante dell’opera di Giovanni Gentile. Egli legò in una linea coerente tutti gli autori prima citati; la sua filosofia sarebbe stata l’esito finale di quel percorso. Gentile pensò l’Italia come nazione e paradigma del pensiero mondiale. Parallelamente a Gentile sorse in Italia agli inizi del Novecento l’interventismo della cultura, tra esteti armati (D’Annunzio e Marinetti prima di tutti) e Papini, Soffici e Prezzolini, esponenti di quell’Idealismo militante che voleva tradursi in nazionalismo senza però disdegnare influssi e riferimenti a culture europee.
All’ombra di Croce e di Gentile ma nei ranghi del socialismo e poi del comunismo, crebbe Antonio Gramsci che pensò l’Italia nella chiave del marxismo rivoluzionario e della sua filosofia della prassi. Elaborò il nazionalpopolare, ripensò la letteratura nazionale, attribuì al partito comunista il ruolo di Intellettuale Collettivo e di Principe, erede dunque sia del pensiero religioso che del potere politico, teorizzò l’egemonia culturale come premessa per la conquista politica e sociale. Con Togliatti e con l’italo-marxismo sorse in Italia l’egemonia postuma del gramscismo, poi ibridato col pensiero di Gobetti e di Salvemini e si fece gramsciazionismo, come lo definisce Dino Cofrancesco: un nuovo illuminismo per le masse, per liberarsi dal predominio cattolico e tradizionale.
Finite le grandi narrazioni del Novecento, il pensiero italiano si slegò dal contesto nazionale: scientismo e neopositivismo, esistenzialismo e filosofia analitica, lo stesso marxismo furono filosofie senza territorio, globali, contro il provincialismo. Non mancarono autori di notevole incidenza, da Pareyson ad Abbagnano, da Sciacca a Spirito, da Garin a Geymonat, da Calogero a Bontadini fino a Vattimo e Severino, solo per citarne alcuni; ma il loro pensiero non si configurò come italiano, non ebbe cioè diretta attinenza con l’idea dell’Italia. Filosofi italiani ma senza un pensiero dell’Italia. L’ultimo che pensò la tradizione italiana e prefigurò un nuovo risorgimento fu il pensatore cattolico Augusto del Noce. L’ultimo tentativo di ricostruire un profilo del pensiero italiano è di Roberto Esposito nel Pensiero vivente (2010). Chi assegna valore al pensiero nazionale è tacciato di provincialismo: mi chiedo se non sia più provinciale sentirsi periferia di un impero globale e seguire i suoi trend come riflessi condizionati. Resta la domanda finale: è ancora possibile un pensiero italiano, venendo meno sia il pensiero che l’italianità? Si avverò la tesi di Hegel: la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero. Il proprio tempo, dunque, non il proprio luogo, la matrice nazionale. Il pensiero restò spaesato, non ebbe più casa. E si perse nel tempo.
