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Il triangolo delle sofferenze

di Lucio Caracciolo - 08/02/2026

Il triangolo delle sofferenze

Fonte: La Repubblica

Stati Uniti, Cina e Russia si contendono l’Olimpo del potere planetario. Chi sta peggio è il numero uno. Ma gli sfidanti non si godono la vita, anzi

 Tempi duri per i Grandi. Stati Uniti, Cina e a distanza Russia, le potenze che si contendono l’Olimpo del potere planetario disegnano un triangolo delle sofferenze. Chi sta peggio è il Numero Uno, anche perché franare dalla vetta è più ripido e pericoloso. Ma gli sfidanti non si godono la vita, anzi. Costellazione abbastanza singolare nella storia.

Di norma nelle transizioni egemoniche osserviamo la traiettoria di un detentore ammalato, avvicinato e infine scavalcato dal primo sfidante. Percorso a ostacoli che può durare secoli. Nell’ultimo caso — staffetta tra impero britannico e impero americano — sono bastati cinquant’anni scarsi. Quelli che segnano l’affacciarsi degli Stati Uniti sulla scena globale nella guerra contro la Spagna (1898) e l’esaurirsi della talassocrazia britannica nelle due “vittoriose” guerre mondiali (1945). Come da antico copione: il Due si afferma Uno e l’Uno scivola dal podio, liberato per ancelle o avversari del nuovo capo.

L’impressione è che stavolta non sarà così, almeno per il tempo visibile. Perché la superpotenza a stelle e strisce era sovraordinata. Eravamo abituati a un egemone assoluto. Parametro universale, portabandiera della globalizzazione intesa americanizzazione del pianeta. Non battistrada di omologhi, valori diversi nello stesso mazzo: entità superiore. Non prima della classe: fuoriclasse. L’America resta unica nella storia universale.

Lo scalino più alto del podio sarà per un certo tempo biposto, riservato ad americani e cinesi. Gli altri due affollati di ascendenti e discendenti ugualmente inferociti. Meno certezze, più caos. Altro che nuovo ordine mondiale.

Da parecchi anni l’impero globale di Washington accumulava declino. C’è voluto il fischio finale di un arbitro che più globalista non si sarebbe potuto — banchiere centrale inglese virato in premier canadese — perché le élite mondial-americaniste ammettessero finita la favola cui credevano o, secondo Carney, fingevano di credere.

La sua idea è di scaricare la sconfitta dell’Occidente su Trump e di salvare la sostanza del sistema via alleanza tra medie potenze che ne incarnano i valori. Peccato che non condividano gli stessi interessi, senza di che i valori restano appesi al soffitto dei sogni, alla cadenza delle buone maniere.

Eppoi quando mai una dozzina di volenterose ancelle potrebbe pesare quanto l’ex egemone assoluto, pur in vena suicida? L’Occidente senza America non esiste. Gli europei senza Europa non contano. Vengono contati. Selezionati con cura da Cina, Russia e Stati Uniti per i rispettivi interessi. Con l’Italia esposta alle scorrerie perché vale molto più di quanto conti. E nessun ombrello la protegge davvero.

Scocca dunque l’ora della Cina regina? Presto per dirlo. Gli stessi leader cinesi sono consapevoli di non potersi ancora sostituire agli americani. Per storture e debolezze del proprio sistema economico e finanziario, invecchiamento della popolazione, vincoli e opacità della dittatura rossa, fragilità del marchio. Soprattutto perché circondati da nemici potenti e irriducibili: India, Giappone e Russia, finta e comunque provvisoria alleata. Altro che pesci (in Atlantico e Pacifico) e mezze potenze (Canada e Messico) come nel caso americano.

Nel triangolo si lavora per un compromesso salvavita. Accordo Washington-Pechino-Mosca per competere al di sotto della soglia bellica su base di regole coerenti ai rapporti di forza, con la Russia terzo incomodo oggi collegato alla Cina che oscilla tra le prime due. Grande Componenda nel gergo di Limes, omaggio ad Andrea Camilleri.

Il primo passo sarebbe concordare le rispettive sfere d’influenza. Ma la geopolitica non è geometria. Né in questo pianeta da oltre otto miliardi di umani tutti sono rassegnati a finir colonizzati. La rivoluzione mondiale in corso non è governabile da nessuno. Non dai Grandi, figuriamoci da noi Medi. Attrezziamoci dunque al prolungarsi di questa stagione bellica.

Di conflitti se ne contano oggi una sessantina, per difetto. In comune hanno di riprodurre aggiornandole antiche dispute che dopo una fase di immersione carsica ti riscoppiano in faccia. Con violenza accentuata, stante l’accelerazione nelle tecnologie belliche. La salvezza dipende dalla coscienza che solo la politica può governare e risolvere i conflitti. Il futuro appartiene alla diplomazia. All’artigianato della pace impura. E se fosse l’Italia a battere un colpo?