Il trofeo di Trump e il precedente che nessuno potrà più ignorare
di Gabriele Repaci - 04/01/2026

Fonte: Gabriele Repaci
Quanto avvenuto in Venezuela non rientra in alcuna categoria consueta delle relazioni internazionali: non è polizia internazionale, non è regime change. È una forzatura che segna una discontinuità.
La cattura di Nicolás Maduro, così come annunciata da Washington, pone una sola domanda davvero rilevante: non come sia avvenuta, ma perché sia stata possibile senza che il regime venezuelano collassasse. Ed è qui che una lettura realista, spogliata di ogni giudizio morale, offre una spiegazione più convincente di molte narrazioni eroiche o scandalistiche.
Il potere in Venezuela non è mai stato realmente personalistico. Non ruota attorno a un solo uomo, ma a un blocco oligarchico-militare che governa per cooptazione, equilibrio interno e controllo delle forze armate. In questo quadro, Maduro è stato un garante, non il perno insostituibile del sistema. Per l’élite che regge il Paese, la sopravvivenza del regime conta infinitamente più della sorte del suo volto pubblico.
Da questa prospettiva, l’ipotesi di un accordo tacito — o quantomeno di una non-opposizione consapevole — alla consegna del presidente non appare affatto implausibile. Anzi. Per l’apparato venezuelano, un Maduro trasformato in prigioniero esterno può risultare persino funzionale: rafforza il sentimento antiamericano, consolida la coesione interna e consente una continuità di potere senza il peso di una figura sempre più ingombrante.
Dall’altra parte, Donald Trump non ha mai perseguito l’obiettivo di una guerra lunga o di un’occupazione: la sua logica è quella del colpo rapido e del risultato simbolico. Ciò che gli serve è un trofeo. Un’immagine. Un simbolo spendibile politicamente: il “narco-presidente” catturato, l’uomo forte abbattuto senza trascinare gli Stati Uniti in un nuovo pantano latinoamericano. Tutto il resto — dalle dichiarazioni sulla gestione del petrolio venezuelano alle minacce a Colombia e Messico — appartiene alla dimensione dello spettacolo politico, non a un disegno strategico coerente.
In questo senso, l’operazione potrebbe persino apparire, nel breve periodo, un successo per tutti gli attori coinvolti. Trump ottiene la sua vittoria simbolica. Il regime venezuelano sopravvive, anzi si rafforza. Nessuna guerra regionale esplode. Nessuna occupazione si profila.
Ed è proprio qui che si annida il problema.
Perché mentre i protagonisti si spartiscono i dividendi immediati, il sistema internazionale assorbe un precedente dirompente: la normalizzazione del rapimento di un capo di Stato in carica e del suo trasferimento davanti a un tribunale straniero mentre il suo governo continua a esercitare il potere. Noriega, Saddam, Milošević erano stati deposti prima di essere catturati. Qui no. Qui la regola non viene interpretata né piegata: viene semplicemente ignorata. La distinzione tra guerra, operazione di polizia e banditismo internazionale si dissolve in un atto presentato come legittimo perché compiuto da chi ha la forza per farlo.
Non è la prima volta che accade. La guerra preventiva lanciata da George W. Bush contro l’Iraq, giustificata in nome di minacce future e mai dimostrate, ha rappresentato una frattura analoga. Vent’anni dopo, quello stesso schema concettuale è stato ripreso da Vladimir Putin per legittimare l’invasione dell’Ucraina: sicurezza nazionale, prevenzione, necessità di colpire prima. Non si tratta di un paragone morale, ma strutturale. Ed è anche per questo che una larga parte del mondo non occidentale non ha seguito Washington e Bruxelles nella condanna e nelle sanzioni: perché il precedente era già stato assorbito, normalizzato, reso disponibile.
Nel breve periodo, è possibile che tutto finisca davvero “a tarallucci e vino”. Nel medio-lungo periodo, però, gli effetti saranno tutt’altro che benigni. Quando una grande potenza dimostra che certe soglie possono essere superate senza pagare costi immediati, altri attori — più prudenti, più pazienti, meno impulsivi — prendono nota. Non per imitare subito, ma per incorporare quel precedente nel proprio calcolo strategico.
La storia insegna che le grandi potenze hanno sempre forzato il diritto quando lo hanno ritenuto necessario. Ma qui c’è un salto di qualità: le regole non vengono più distorte, vengono sospese. E una volta sospese, non tornano al loro posto per inerzia.
Il mondo che ne emerge non è più ingiusto di prima. È più opaco. Meno prevedibile. Più incline a operazioni silenziose, selettive, asimmetriche. Un mondo in cui il vero rischio non è l’esplosione immediata, ma l’accumulo di precedenti che rendono l’eccezione una nuova normalità.
Ed è proprio questo, per chi osserva con l’occhio freddo del realismo, il prezzo più alto che verrà pagato. La storia non procede secondo una logica teleologica, per tappe ordinate e controllabili. Si muove piuttosto per eterogenesi dei fini: le azioni producono effetti che sfuggono alle intenzioni di chi le compie. Non fu l’attentato di Sarajevo, da solo, a scatenare la Prima guerra mondiale, ma il fatto che il sistema internazionale fosse già saturo di tensioni, precedenti e automatismi pronti a innescarsi.
La politica di potenza funziona allo stesso modo. È una partita di biliardo: il giocatore colpisce la palla con la stecca, ma non governa interamente la traiettoria, né i rimbalzi successivi. Può ottenere il punto immediato, ma non controlla gli urti che seguiranno. E quando si abbassa la soglia di ciò che è considerato lecito, quando si normalizza l’eccezione, non si apre una nuova fase più stabile: si moltiplicano gli angoli ciechi del sistema.
Nel breve periodo, l’illusione del controllo può reggere. Nel medio-lungo periodo, è la perdita di prevedibilità a presentare il conto. E nella storia delle relazioni internazionali, è sempre stata l’imprevedibilità — più che la cattiva volontà — a produrre gli esiti peggiori.
