Il vertice SCO di Biškek dovrebbe avere tolto all’Europa almeno un’illusione: la Russia è isolata
di Sergio Caruso - 02/09/2026

Fonte: Sergio Caruso
Il vertice SCO di Biškek dovrebbe avere tolto all’Europa almeno un’illusione: la Russia è isolata soltanto nelle dichiarazioni di Bruxelles e delle capitali più oltranziste. Putin continua a incontrare Xi Jinping, Modi, Pezeshkian e i leader di gran parte dell’Eurasia, partecipa ai vertici internazionali, sviluppa nuovi canali commerciali e finanziari e contribuisce alla costruzione di un sistema mondiale sempre più multipolare.
A Biškek, i dieci paesi dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai hanno approvato ventotto documenti riguardanti sicurezza, energia, trasporti, commercio, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali. La dichiarazione finale ha chiesto una riforma della governance mondiale e un ruolo maggiore per il Sud globale. Si può discutere sulla reale compattezza della SCO, attraversata da interessi e divergenze profonde, ma è ormai impossibile considerarla una semplice riunione propagandistica di paesi marginali.
Proprio quelle differenze dimostrano l’utilità del dialogo. Modi ha mantenuto solidi rapporti economici con Mosca e, nello stesso tempo, ha potuto dire direttamente a Putin che occorre passare dalla “guerra senza fine alla fine della guerra”. Ha potuto farlo perché era seduto allo stesso tavolo con lui. I Leaders europei, invece, con un atteggiamento quasi bambinesco, sembrano attribuire maggiore importanza al rifiuto di una fotografia con il ministro russo Siluanov, come se l’assenza da un’immagine potesse cambiare i rapporti di forza o avvicinare la pace.
L’invito personale di Trump a Putin e Xi Jinping per il prossimo G20 di Miami va letto in questo contesto. Washington ha compreso che, rifiutando il confronto con Mosca e Pechino, il centro della diplomazia mondiale si sposterebbe semplicemente verso la SCO, i BRICS e gli altri organismi dai quali l’Occidente è assente. Trump cerca quindi di riportare quel confronto negli Stati Uniti e di conservare al G20 una centralità che rischia di perdere.
I governi europei reagiscono parlando ancora di isolamento, nuove sanzioni e impossibilità di “normalizzare” i rapporti con la Russia. È una posizione sempre più lontana dalla realtà internazionale e soprattutto pericolosa per il popolo ucraino. Ogni possibilità di dialogo viene trattata come una concessione a Putin, ogni apertura come un cedimento, ogni ipotesi di compromesso come una capitolazione. Intanto la guerra continua sul territorio ucraino, le città vengono distrutte, aumentano i morti, si aggrava la crisi demografica e intere generazioni vivono lontano dal proprio paese.
La storia ci dirà se l’avvio della guerra da parte russa era inevitabile per la stessa sopravvivenza della Federazione russa, o c’erano ancora margini di trattativa. Ma la storia non assolverà mai l’Europa dalla responsabilità di non aver esplorato tutte le possibilità per cercare la conclusione di questa guerra. Sostenere l’Ucraina dovrebbe significare anche costruire una via d’uscita diplomatica, valutare i rapporti di forza e impedire che il paese venga consumato da un conflitto senza prospettive certe. L’oltranzismo europeo sta di fatto trasformando la resistenza ucraina in una guerra permanente, combattuta fino all’ultimo ucraino mentre i leader europei si limitano a promettere nuove armi, nuove sanzioni e una vittoria di cui nessuno riesce più a indicare condizioni e tempi.
Il rischio maggiore è che, quando il negoziato diventerà inevitabile, siano Trump, Putin, Xi Jinping e le potenze del Sud globale a stabilirne il quadro, lasciando l’Europa ai margini. Le condizioni potrebbero allora risultare persino peggiori per Kiev rispetto a quelle che sarebbe possibile discutere oggi.
Al G20 di Miami l’Europa dovrebbe presentarsi con una propria proposta politica, sostenere le esigenze di sicurezza dell’Ucraina e partecipare seriamente al confronto con Mosca. Continuare a rifiutare fotografie e colloqui serve soltanto a rassicurare una classe dirigente incapace di riconoscere il fallimento della strategia dell’isolamento. A pagare il prezzo di questa ostinazione, però, non saranno i governi europei. Sarà ancora una volta il popolo ucraino.
