La fine dell'impero
di Alessandro Volpi - 01/09/2026

Fonte: Alessandro Volpi
In un mondo dove il novanta per cento delle merci viaggia via mare, gli Stati Uniti rappresentano ormai un paradosso geopolitico, provando ad agire come l’unico soggetto militare che controlla la navigazione globale mentre le fondamenta economiche di tale primato si sgretolano sotto il peso di contraddizioni strutturali insanabili.
Da un lato, Washington spende cifre astronomiche per mantenere undici task force di portaerei e una rete di basi che monitorano i punti di strozzatura strategici del pianeta, ma questo sforzo titanico viene finanziato attraverso un debito pubblico che ha superato la soglia dei 39 mila miliardi di dollari, rendendo controllo degli oceani un onere finanziario che paradossalmente indebolisce la stabilità interna del paese che lo mantiene per tentare di conservare un primato.
Il costo per mantenere la macchina bellica navale degli Stati Uniti infatti è monumentale e rappresenta una delle voci di spesa più pesanti dell'intero bilancio federale. Per l'anno fiscale 2025, il budget totale per il solo Dipartimento della Marina (che include la US Navy e il Corpo dei Marines) è stato di circa 257,6 miliardi di dollari, finanziato, appunto, quasi interamente con un debito che paga poco meno del 5% sui titoli a 10 anni.
La contraddizione si fa ancora più stridente quando si analizza la natura del traffico marittimo "protetto" dalla marina americana: le navi che solcano le rotte sicure non battono quasi mai la bandiera a stelle e strisce, poiché la flotta mercantile statunitense è ridotta a un’ombra del passato, lasciando il dominio del trasporto commerciale nelle mani di armatori greci, giapponesi o dei colossi europei e cinesi.
Le grandi arterie del commercio globale sono percorse dai giganti dei container come l’italo-svizzera MSC, la danese Maersk o la cinese COSCO.
A questo squilibrio tra potere militare e proprietà dei mezzi si aggiunge l'offensiva infrastrutturale della Cina, che attraverso la Nuova Via della Seta ha acquisito partecipazioni o il controllo totale di oltre cento porti strategici in tutto il mondo, dal Pireo in Europa fino ai terminal africani e sudamericani.
Questo significa che, mentre i cacciatorpediniere americani pattugliano il "vuoto" delle acque internazionali, la Cina sta conquistando il "pieno" delle banchine, dei software logistici e delle gru, rendendo di fatto inutile il controllo delle rotte se i punti di arrivo e di partenza rispondono politicamente o economicamente a Pechino.
Questa asimmetria trasforma l'egemonia marittima americana in un gigante dai piedi d'argilla, dove la superiorità tecnologica dei missili e dei radar si scontra con la realtà di un'economia che ha ceduto le chiavi della logistica e della produzione navale ai suoi stessi rivali, rendendo il controllo dei mari un lusso militare sempre più scollegato dalla realtà del potere economico territoriale.
Se il controllo delle acque non torna a essere supportato da una flotta mercantile nazionale e da una rete portuale sicura, il rischio è che gli Stati Uniti continuino a spendere per proteggere un sistema globale che, alla fine del viaggio, deposita la sua ricchezza proprio nelle casse di chi punta a sostituirli come nuova superpotenza mondi.
Soprattutto, senza controllo dei mari, la posizione del dollaro come valuta di pagamento internazionale diventa ancora più debole.
