In Iran una strategia di ingerenza collaudata
di Sergio Caruso - 03/01/2026

Fonte: Sergio Caruso
Le manifestazioni in corso in Iran vengono presentate da gran parte dei media occidentali come l’anticamera di un presunto collasso politico, ma questa lettura appare ancora una volta superficiale, interessata e funzionale a un’agenda geopolitica che nulla ha a che vedere con il benessere del popolo iraniano. Il malcontento sociale esiste, nessuno lo nega, ed è alimentato da una crisi economica reale che pesa soprattutto sulle classi più vulnerabili, ma ridurre questa crisi a una “rivolta contro il regime” significa deliberatamente ignorare la causa principale delle difficoltà economiche iraniane: un sistema di sanzioni illegali, unilaterali e punitive imposto dagli Stati Uniti e sostenuto dall’Occidente con l’obiettivo dichiarato di strangolare l’economia del Paese. È ipocrita parlare di inflazione, svalutazione e povertà crescente senza ricordare che all’Iran è stato impedito per anni di commerciare liberamente, accedere ai mercati finanziari internazionali, esportare risorse energetiche e persino importare beni essenziali senza ostacoli. In questo contesto, il tentativo occidentale di appropriarsi politicamente delle proteste appare come una strategia collaudata: trasformare ogni difficoltà interna di un Paese non allineato in uno strumento di pressione, delegittimazione e destabilizzazione. Le dichiarazioni di esponenti statunitensi che evocano apertamente l’idea di “intervenire” o di “proteggere” i manifestanti non sono atti di solidarietà, ma interferenze palesi negli affari interni di uno Stato sovrano, che confermano i sospetti espressi da tempo dalle autorità iraniane e da larga parte dell’opinione pubblica regionale. Non è un caso che i leader politici iraniani, dal Parlamento alla Presidenza, abbiano denunciato con fermezza questa strumentalizzazione, tracciando una linea rossa contro ogni tentativo di trasformare il disagio sociale in un’operazione di cambio di regime pilotata dall’esterno. A differenza della narrazione occidentale, che parla di un sistema al collasso, la realtà mostra istituzioni funzionanti, un apparato statale compatto e un dibattito interno che, pur acceso, si muove all’interno del quadro costituzionale e nazionale. L’Iran non è la Libia del 2011 né l’Iraq del 2003, e la memoria collettiva del Medio Oriente conosce fin troppo bene il prezzo delle “liberazioni” promosse dall’Occidente. Anche per questo, una parte significativa della società iraniana distingue chiaramente tra la legittima richiesta di migliori condizioni economiche e il rifiuto di qualsiasi progetto di destabilizzazione che possa mettere a rischio l’unità e la sovranità del Paese. Colpisce inoltre il doppio standard mediatico: proteste represse duramente in Paesi alleati dell’Occidente vengono minimizzate o ignorate, mentre ogni episodio in Iran diventa un caso globale, amplificato e caricato di significati politici che spesso non riflettono la complessità del contesto. Questa asimmetria informativa non fa che rafforzare la convinzione, diffusa nel mondo mediorientale, che la questione iraniana non sia affrontata in termini di diritti o democrazia, ma di allineamento geopolitico. Lo scenario più realistico non è quello di un imminente cambio di regime, tanto caro a certi commentatori occidentali, ma quello di una gestione interna della crisi, accompagnata da misure economiche correttive e da un confronto politico nazionale che spetta esclusivamente agli iraniani. Se davvero l’Occidente volesse alleviare le sofferenze del popolo iraniano, la strada sarebbe una sola: porre fine alla guerra economica contro Teheran e rispettare il diritto di un Paese a decidere il proprio futuro senza pressioni, minacce o ingerenze.
