L'allineamento di potenza della Cina
di Matteo Martini - 18/01/2026

Fonte: Matteo Martini
Il surplus commerciale cinese nell'ultimo anno è stato di +1200 mld, il massimo storico di sempre. La spesa militare americana prevista per il prossimo anno è dello stesso ordine di grandezza. Questo rende l'idea: una potenza economica contro una militare. La differenza principale è che per la prima si tratta di un bilancio favorevole positivo, per gli USA di una spesa immane e in perdita, da sommarsi a un debito pubblico fuori controllo. Se gli USA non aumenteranno la propria pressione fiscale interna, lo Stato imperiale dell'Egemone semplicemente non potrà mantenersi di questo passo. D'altra parte sappiamo quanta difficoltà ci sia anche sul piano ideologico all'idea di spremere il plusvalore privato negli Stati Uniti. Da una parte gli USA dovrebbero o ripensare completamente il debole rapporto fra ricchezza e proprietà privata e interesse collettivo su cui si è fondato finora il contratto sociale del sogno americano, oppure dover rinunciare alla propria egemonia, anche malgrado la recente "restrizione" continentale. Anche perché è ovvio che solo i super-ricchi, ora che la middle class è distrutta, autotassandosi possono rimediare all'enorme deficit di bilancio e sostenere l'impero.
Qui viene il secondo punto: la Cina non avrà consolidato la propria posizione di vantaggio finché non avrà pienamente comparato la propria forza militare a quella economica (si pensa ciò possa avvenire fra il 2030 e il 2035, non prima) - anche per questo ha bisogno ancora di più dell'apporto russo. Al momento, per quanto in ascesa, la Cina è limitata da una debolezza che è legata all'asimmetria di Machiavelli. Ne 'L'Arte della Guerra' Machiavelli comprava il potere economico (li denari e 'l pane) a quello militare (li huomini e 'l ferro), osservando l'inferiorità del primo rispetto al secondo: gli uomini e il ferro acquistano denaro e pane, ma denaro e pane non acquistano, se non li si ha, gli uomini e il ferro.
Gli strateghi americani lo sanno e ora affrontano il dilemma: o riformare la propria economia rinunciando al capitalismo e sacrificando la ricchezza privata dei miliardari, o quando meno attenuare sostanzialmente alcuni tabù fiscali dell'American Dream, oppure dover scatenare la Terza Guerra Mondiale con un attacco alla Cina (tramite un casus belli sufficientemente narrabile) prima che la Cina possa avere le 1000 testate nucleari e i venti sottomarini a propulsione nucleare che sono pianificati per passare dalla "deterrenza minima" attuale alla "deterrenza adeguata", come scrive l'analista You Ji.
Cinico osservarlo, ma gli Stati Uniti non hanno altre opzioni che scatenare un guerra mondiale nel giro di massimo cinque o al massimo dieci anni, dopo di che il loro vantaggio sarà completamente annullato (sempre assumendo che nel frattempo e all'attuale livello di spesa possano mantenere efficienti le proprie forze armate e nell'ipotesi che la Russia resti fuori da un eventuale conflitto sino-americano).
Per quanto lo scenario sia drammatico questa situazione è abbastanza chiara a chiunque abbia un minimo di conoscenza e lucidità. Gli strateghi statunitensi sanno perfettamente tutto ciò.
C'è un'altra variabile principale che può creare un'alternativa, se non altro allungando i tempi di questo cinico calcolo, e differire decisioni apocalittiche: rallentare lo sviluppo economico della Cina. I sabotaggi al Venezuela e all'Iran, i tentativi di erosione di BRICS, le lusinghe alla Russia, e tutta la poco riuscita guerra commerciale di Trump alla Cina sono state pensate anche in questa logica. Del resto sono anche l'unico razionale che spiega una politica sempre più disinvolta, scriteriata e per certi disperata. In questo, senso, a suo modo, possono persino apparire come la strada meno rischiosa per l'Egemone e per i vari ecosistemi sottostanti. La verità è che però questi aggiustamenti di sistema non stanno drenando molto rispetto ai flussi energetici verso la Cina, e al momento il successo di questa strategia non è dietro l'angolo.
Rimane quindi una dilemma fatale che pesa sui nostri anni futuri (forse entro un lustro o due si dovrà chiudere la partita): molto dipenderà da quanto chi prende le decisioni negli Stati Uniti accetti di perdere il proprio status privilegiato e il vecchio posizionamento mondiale. Il rischio che decidano che una guerra mondiale (come già dopo la crisi del '29) sia la soluzione necessaria è molto alto. Sarebbe il punto terminale di esaurimento di una serie di eventi internazionali e instabilità regionali che, come le varie guerre degli anni Trenta (Etiopia, Spagna, guerra sino-giapponese), hanno poi scaricato le loro tensioni nella Seconda Guerra Mondiale.
