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L’Europa incapace di difendere lo stato di diritto si arrende agli Usa

di Massimo Cacciari - 11/01/2026

L’Europa incapace di difendere lo stato di diritto si arrende agli Usa

Fonte: La Stampa

Nemmeno nelle scienze della natura possiamo arguire dagli eventi presenti quelli futuri. La credenza in nessi causali assolutamente determinati è superstizione. Così illustri filosofi. E questo dà speranza, poiché se dovessimo trarre previsioni da ciò che vanno combinando le leadership del nostro Occidente potremmo trarre un solo auspicio: l’imminenza di una nuova catastrofe globale. Iniziamo da quella complicata macchina che è l’Europa. Certo, chi ne conosceva la storia non attraverso apologie di maniera sapeva bene come il suo assalto al mondo abbia tenuto in affanno il genere umano per qualche secolo. E tuttavia era realistico pensare che dopo aver regalato, frutto del proprio unico seno, all’umanità due guerre mondiali, l’Europa politicamente unita si sarebbe “convertita” definitivamente a svolgere una missione di intesa, di dialogo, di pace. Che avrebbe concepito come propria impresa quella di costruire una nuova dimensione di diritto internazionale, dando quella concretezza che mai avevano prima avuto principi di diritti umani e giustizia nella relazione tra gli Stati. Che avrebbe difeso e promosso tutti gli organismi e istituti in qualche modo impegnati in tale impresa. Ma soprattutto che avrebbe almeno dato prova di modesta lungimiranza per evitare al proprio interno altri sanguinosi conflitti, altre guerre civili. E della ancora più modesta intelligenza atta a capire che l’Europa può assumere un ruolo politico globale, essere competitiva sul piano economico e tecnologico con i grandi Imperi, soltanto risolvendo il secolare scontro con il proprio Oriente, e convincendo, da autentica alleata e non da vassallo, gli Stati Uniti che questa strategia non intende affatto porre in crisi un’amicizia consacrata col sangue di due immani catastrofi, ma all’opposto rilanciare l’immagine e il ruolo dell’intero Occidente all’interno di un mondo multipolare, dove il diritto internazionale si incarni in patti e trattati assunti nel corpo del diritto positivo dei diversi Stati.
Che fine abbiano fatto queste prospettive dopo la fine della guerra fredda è di tale violenta evidenza che solo per vergogna potremmo nascondercelo. Il dramma è che l’incapacità europea di procedere nell’unica direzione coerente con i suoi stessi interessi materiali sta mettendo a nudo contraddizioni di portata strategica interne al sistema delle alleanze occidentali, contraddizioni sempre rimosse, mai francamente affrontate – e che queste, se esplodessero, porterebbero il mondo davvero a un grado tale di entropia da dover pensare che soltanto attraverso un radicale mutamento di stato un nuovo equilibrio possa essere raggiunto. Era inevitabile – e non si tratta del senno del giorno dopo – che l’impotenza europea a prevenire i conflitti al proprio interno, e che una minima coscienza storica lasciava prevedere, e ad affrontarli con mezzi politici e diplomatici una volta scoppiati, avrebbe spostato tutta l’asse dell’alleanza occidentale sulla iniziativa e sulla volontà dell’America. La crescita quantitativa dell’Europa è stata inversamente proporzionale alla diminuzione non solo del suo peso politico, ma anche della sua quota nella produzione della ricchezza globale. Dopo la caduta del Muro la resa culturale delle leadership europee all’egemonia americana è stata pressoché incondizionata. Ma non si è trattato affatto di una buona notizia per gli Stati Uniti. Ciò ha condotto prima a guerre come l’invasione dell’Iraq e conseguente tracollo di ogni influenza politica europea nelle tragedie medio-orientali, poi a condizionamenti sempre più pesanti sulle stesse strategie dell’Unione in materia economica e commerciale, infine agli strappi recenti e nient’affatto ricuciti su tariffe e dazi. Quando in un’alleanza neppure si finge una certa equipollenza tra le parti, è inevitabile che alla lunga il prevalere esorbitante di una finisca col metterla tutta in crisi.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo. E gli Stati Uniti potrebbero essere i primi a subirne il contraccolpo. Più si indebolisce l’Europa, più l’America si rafforza nei suoi confronti, ma insieme più sarà sola nell’affrontare le grandi sfide globali con Stati, civiltà e culture che non affondano le loro radici nell’avventura grandiosa e tragica del nostro Occidente. O America “great again” significa una nuova politica internazionale dell’intero Occidente, o lo slogan finirà col funzionare contro la stessa America. In questa fase della storia mondiale, che ha rivoluzionato i rapporti di potenza usciti dalla seconda grande guerra, l’America avrebbe vitale bisogno di un alleato che l’aiuti a superare l’attuale confusissimo mix di tendenze imperialistiche e protezionistiche. L’alleato che l’Europa non è – capace oggi soltanto di patetici balbettii sull’incredibile vicenda venezuelana o sulle pretese riguardo alle Verdi Terre artiche. Come non si sapesse dall’epoca di Jefferson che gli Stati Uniti considerano loro “spazio vitale” l’intero emisfero e hanno ritenuto sempre “normale” l’intervento per garantire al suo interno la “pax americana” (poche, negli Stati Uniti, e solo di qualche intellettuale le voci di dissenso a proposito). L’America latina è la nostra India, diceva un senatore un secolo e mezzo fa, “in concorrenza” con l’ancora formidabile impero britannico. Chi potrebbe spingere a rivedere queste tendenze politiche secolari, sulla base di una realistica valutazione delle forze economiche e militari che oggi competono sulla scena globale? L’Europa che ha assistito alle tragedie balcaniche e ora pensa di risolvere quella ucraina con sanzioni (che colpiscono lei stessa in primis) e l’invio di qualche soldato? L’Europa governata, nelle sue capitali franco-carolingie, da coalizioni debolissime e, per reggere, sempre più “volenterose” di virare a destra, abbandonando tutte le politiche sociali che l’avevano caratterizzata fino all’ultima generazione?
Ancora meno lo sarà l’Europa incapace di affrontare la crisi che sconvolge il suo pilastro etico-culturale: lo Stato di diritto. In fondo, democrazia significa questo: un sistema in grado di difendere i diritti della persona, nella sua individualità, nei confronti della potenza o prepotenza degli esecutivi e dell’apparato tecnico-economico operante oltre ogni confine statuale e capace di auto-regolarsi in base alla propria unica “legge”, che è quella del profitto. Il diritto oggi minaccia di soffocare, come ha scritto Natalino Irti nel suo ultimo libro, Sguardi nel sottosuolo, tra una moltitudine indifesa, controllata e manipolata e un sistema economico-politico-militare che gli intima di tacere affermando: i limiti della mia morale sono quelli della mia potenza. Reagire a questa deriva non è anelito da anime belle, ma voler salvare, per l’Europa e l’Occidente, il proprio ruolo, il proprio avvenire e la propria stessa unità. Le parti di qualsiasi organismo si disfano e vanno in rovina ognuna per conto proprio se a esso manca un’anima.