Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela: la fine della sovranità degli Stati

L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela: la fine della sovranità degli Stati

di Alain de Benoist - 17/01/2026

L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela: la fine della sovranità degli Stati

Fonte: GRECE Italia

I recenti avvenimenti in Venezuela sono stati commentati in modo puramente fazioso. Chi detesta Nicolás Maduro ha applaudito al suo rapimento, chi lo apprezza ha gridato allo scandalo. Due modi ugualmente detestabili di perdere di vista l’essenziale. L’essenziale, infatti, non è sapere se Maduro sia un “bravo ragazzo” o un terribile dittatore, ma capire che con questo rapimento siamo entrati definitivamente in una nuova era: quella in cui la sovranità degli Stati non è più riconosciuta dalla potenza dominante.

Il rapimento di Maduro è avvenuto il 3 gennaio, trentasei anni dopo quello del presidente panamense (ed ex informatore della CIA) Manuel Noriega. Ma anche un mese dopo la grazia concessa dallo stesso Donald Trump all’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, condannato nel 2024 a quarantacinque anni di carcere per traffico di droga da un tribunale di New York. Donald Trump ha deciso questo intervento militare, denominato “Absolute Revolve”, senza tener conto del diritto internazionale (è vero, molto maltrattato da diversi decenni) e senza nemmeno consultare il Congresso, come la Costituzione gli imponeva in linea di principio. Ciò gli ha permesso di realizzare il rapimento del presidente in carica di uno Stato sovrano. La vera lezione di questo rapimento è che Washington rivendica ora il diritto di agire unilateralmente ovunque voglia, anche contro Stati sovrani o paesi alleati. Fin dalla loro fondazione, le Nazioni Unite si sono definite come una “lega di Stati sovrani”. Se non ci sono più Stati sovrani, non hanno più ragione di esistere.

Entrando nel merito si tratta anche di un colpo di forza contro la democrazia, poiché questa si basa sulla sovranità popolare: il Venezuela non appartiene né a Trump né a Maduro, ma innanzitutto al popolo venezuelano. Trump non ha indetto nuove elezioni in Venezuela, ma ha preferito annunciare ai venezuelani che d’ora in poi sarà lui a governare il loro Paese.

I sostenitori europei di Trump sono generalmente sovranisti. D’ora in poi dovranno accontentarsi di un presidente che, in materia di sovranità, riconosce solo la propria. Mentre i partiti populisti italiani e spagnoli hanno apertamente gioito per la destituzione di Maduro, solo Marine Le Pen ha avuto il coraggio di dichiarare: «Esiste una ragione fondamentale per opporsi al cambio di regime che gli Stati Uniti hanno appena provocato in Venezuela. La sovranità degli Stati non è mai negoziabile, indipendentemente dalle loro dimensioni, dalla loro potenza, dal loro continente. È inviolabile e sacra. Rinunciare oggi a questo principio per il Venezuela, per qualsiasi Stato, equivarrebbe ad accettare domani la nostra stessa servitù».

 L’alibi del «narcoterrorismo»

L’accusa mossa contro Maduro di essere uno dei capi del «narcoterrorismo» non ha convinto nessuno: il Venezuela non è un produttore di cocaina e nessun Paese dell’America Latina produce fentanil. L’accusa di essere il capo di un presunto «cartello dei Soleils» è stata tra l’altro discretamente abbandonata al momento della sua incriminazione. Per spiegare il rapimento di Maduro, l’ambasciatore americano presso l’ONU ha invocato un altro motivo: gli Stati Uniti, ha semplicemente dichiarato, «non possono avere avversari che controllano le più grandi riserve di petrolio del mondo»!

Il Venezuela possiede le più grandi riserve mondiali accertate di petrolio (303 miliardi di barili, pari al 17% del totale mondiale). Il loro sfruttamento è certamente in condizioni deplorevoli, poiché gli attuali prezzi mondiali non rendono redditizia né l’estrazione né la raffinazione. Ma un’infrastruttura petrolifera può essere ricostruita quando se ne possiedono le chiavi. Anche se gli Stati Uniti sono autosufficienti in questo settore, il controllo strategico del petrolio venezuelano è di primaria importanza. Tanto più che finora la Cina era il principale acquirente del petrolio venezuelano (tra il 55 e il 90% a seconda dei mesi).

La destituzione di Maduro dimostra soprattutto che la politica di Donald Trump non ha nulla di isolazionista. L’isolazionismo negli Stati Uniti trova la sua origine nel famoso discorso pronunciato nel 1796 da George Washington al momento di lasciare la carica, per esortare gli americani a «non impegnarsi in alcun modo in alleanze permanenti (no entangling alliances) con nessun paese straniero». «La nostra grande regola di condotta nei confronti delle nazioni straniere è quella di avere con loro il minor numero possibile di relazioni politiche, sviluppando al contempo i nostri rapporti commerciali […]. L’Europa ha una serie di interessi fondamentali che non significano molto per noi […]. Sarebbe quindi insensato da parte nostra impegnarci con legami artificiali a partecipare alle vicissitudini della sua politica o alle molteplici combinazioni generate dalle sue alleanze e inimicizie». Trump non condivide affatto questa posizione. Ciò che ricava dal discorso di Washington è che gli Stati Uniti non devono impegnarsi in alleanze che non siano loro vantaggiose.

Non è certo una novità. Gli Stati Uniti sono da tempo abituati a intervenire negli affari mondiali. Dal 1947 hanno partecipato a oltre 70 cambiamenti di regime, in flagrante violazione del diritto internazionale! Pascal diceva che la forza senza il diritto è ingiusta, ma il diritto senza la forza necessaria per istituirlo e garantirlo è solo un miraggio o un pio desiderio.

Trump è interventista come lo sono stati quasi tutti i suoi predecessori, ma lo è in modo nuovo. Da un lato, desidera limitarsi a interventi rapidi (alcune settimane per l’Iran, alcune ore per Maduro), sapendo che la sua base elettorale non accetterà un impantanamento come quello del Vietnam o dell’Afghanistan. D’altra parte, e soprattutto, abbandona senza scrupoli la patina ideologica o morale a cui gli americani erano abituati fino ad ora. Abbandonando ogni ipocrisia, non pretende di combattere per imporre «la democrazia liberale e la libertà» (freedom and democracy). E senza alcuna preoccupazione di giustificazione ideologica o morale, si arroga un diritto quasi sovrano sul destino politico di tutti gli Stati che non gli piacciono.

Trump ha annunciato che gli Stati Uniti d’ora in poi “governeranno” il Venezuela. Non ha specificato in che modo (Marco Rubio come governatore?). Nell’immediato, il rapimento di Maduro è un precedente che la Cina potrà sfruttare quando invaderà Taiwan e che Putin potrà utilizzare per ridicolizzare le pretese dell’Occidente di dargli lezioni in materia di rispetto dei confini. A Kiev, Zelensky ha già suggerito a Donald Trump di far rapire il presidente ceceno!

Questa tattica è invece perfettamente in linea con gli orientamenti della nuova «strategia di sicurezza nazionale» (National Security Strategy) resa pubblica lo scorso 5 dicembre dalla Casa Bianca. Gli Stati Uniti vi dichiarano senza remore che l’emisfero occidentale è ormai la loro zona di influenza esclusiva, il loro feudo. Le «reti di alleanze e alleati» degli Stati Uniti sono menzionate nella sezione «mezzi a disposizione dell’America per ottenere ciò che vogliamo», il che ha il merito della chiarezza. Rivelatrici sono le parole usate da Stephen Miller, consigliere politico di Trump, per giustificare l’intervento americano a Caracas: «Viviamo nel mondo reale, un mondo governato dalla forza, dal potere e dall’autorità». Ciò significa chiaramente che i diritti umani, le considerazioni morali e lo Stato di diritto non appartengono al «mondo reale».

 Business first !

Trump ragiona come un uomo d’affari, in termini di accordi e profitti. Abbandonando anche la dottrina del libero scambio, utilizza i dazi doganali come strumenti di politica e geostrategia. In tutti i settori, gli Stati Uniti assumono ormai un realismo brutale: conta solo il rapporto di forza. Si può parlare di “legge del più forte” o di “legge della giungla”, o ancora di ritorno allo “stato di natura” come lo concepiva Thomas Hobbes. Ma ci si può anche chiedere se questa svolta radicale non segni più semplicemente un ritorno a una concezione realistica di ciò che è veramente la politica, il cui motore e segno distintivo sono sempre stati l’inimicizia.

La svolta fondamentale è quindi questa: Washington vuole ancora poter intervenire ovunque nel mondo lo desideri, ma non pretende più di agire come garante di un ordine normativo universale. Non agisce più come difensore dell’ordine liberale internazionale istituito dopo il 1945, ma solo in funzione dei propri interessi nazionali e regionali. Non importa quali siano i confini e gli Stati amici o alleati, contano solo gli interessi dell’America. Come ha scritto l’ex segretario di Stato Pierre Lellouche, «questa America ha volontariamente abdicato al suo ruolo di leader del “mondo libero” e, ancor più, di garante di un ordine internazionale basato su regole. Ciò che conta sono i suoi interessi». In questo contesto, la legalità internazionale è solo uno strumento come gli altri, al pari del dollaro o dell’extra territorialità del diritto americano.

A chi toccherà adesso? Il prossimo intervento americano avrà come obiettivo l’Iran, Cuba, la Groenlandia, la Colombia o il Messico? La Groenlandia è un territorio costituente del Regno di Danimarca (lo era già prima che fosse proclamata l’indipendenza degli Stati Uniti!). Essa nasconde 1,5 milioni di tonnellate di “terre rare” (contro i 2 milioni degli Stati Uniti). Oltre al suo evidente interesse geostrategico, la sua annessione da parte di Washington consentirebbe agli Stati Uniti di diventare il paese più popolato della Terra (22 milioni di km2, contro i 17 milioni della Russia e i 9,5 milioni della Cina). Perché la Groenlandia? La risposta di Trump: «Perché gli Stati Uniti ne hanno bisogno». È semplice. Anche la Danimarca è membro della NATO. E allora?

Trump parla già del «mio emisfero», come direbbe «mia moglie» o «la mia auto». Per rivendicare tutti i diritti nei paesi dell’America Latina, che considera il suo cortile di casa, invoca la famosa «dottrina Monroe». Ma la sua interpretazione non corrisponde alla realtà storica.

 Una «dottrina Monroe» deviata

Nel suo discorso del 2 dicembre 1823, il presidente James Monroe non intendeva affatto conferire agli Stati Uniti il diritto di intervenire a loro piacimento nell’emisfero occidentale o di immischiarsi eccessivamente negli affari dei paesi del continente latinoamericano. La sua «dottrina» consisteva semplicemente nel rifiutare qualsiasi intervento europeo nel continente americano. Era agli europei che si riferiva quando affermava, «come principio riguardante i diritti e gli interessi degli Stati Uniti, che i continenti americani […] non possono essere considerati oggetto di futura colonizzazione da parte di alcuna potenza europea».È proprio per questo motivo che Carl Schmitt si era espresso a suo tempo a favore di una «dottrina Monroe europea», che vietasse ai paesi anglosassoni qualsiasi presenza o intervento militare sul territorio europeo, compresi i mari.

Non si può certo rimproverare a Trump di voler difendere in primo luogo gli interessi del suo Paese. Ci si dovrebbe piuttosto chiedere perché gli europei non si preoccupino innanzitutto di difendere i propri. La risposta è semplice. Poiché la costruzione europea è stata fin dall’inizio legata al rapporto transatlantico, essi non riescono a comprendere che l’Europa potrebbe anche costruirsi senza di loro.

 Il fallimento dell’Europa

Gli europei continuano a ripetere che hanno bisogno degli Stati Uniti e che vogliono rimanere loro alleati a tutti i costi, proprio nel momento in cui questi ultimi fanno loro capire che non hanno alcun bisogno di loro. Abituati a comportarsi da vassalli sottomessi, sono paralizzati dalla paura all’idea di opporsi frontalmente alla Casa Bianca. Mentre assistiamo in diretta a uno storico «disaccoppiamento» all’interno dell’Alleanza Atlantica, essi si rifiutano di trarne lezioni. Si aggrappano a Washington come un cane che pretende di negoziare la lunghezza del proprio guinzaglio. Invece di cercare i mezzi per diventare una potenza autonoma, sono pronti ad accettare di essere umiliati come lo è stata Ursula von der Leyen, quando il 27 luglio scorso si è recata al golf club privato di Trump in Scozia e ha ceduto senza protestare alle sue richieste in materia di dazi doganali imposti all’Europa.

Affidarsi agli americani per garantire la propria difesa, cosa che gli europei fanno da decenni, implicava già da parte loro una rinuncia alla sovranità. Nel momento in cui la garanzia americana scompare, lungi dal voler recuperare la propria sovranità, moltiplicano gli sforzi per proclamarsi più che mai vassalli. Che si tratti di dati, intelligenza artificiale, aggiornamenti software o mezzi di difesa, l’Europa rimane alla mercé della buona volontà americana, proprio nel momento in cui gli Stati Uniti dichiarano freddamente che non si può più contare su una protezione che costa loro troppo cara. Invocano il diritto internazionale, che è praticamente scomparso, parlano di solidarietà occidentale mentre anche l’“Occidente” è scomparso, insistono nel voler rimanere nella NATO mentre questa sta per sgretolarsi. Non avendo ancora capito che stiamo cambiando mondo (il Nomos della Terra), si aggrappano disperatamente al mondo antico che sta scomparendo sotto i loro occhi.

In caso di annessione della Groenlandia, protesteranno, ma si asterranno dal compiere rappresaglie. Tuttavia, il primo ministro danese, Mette Frederiksen, potrebbe benissimo, ad esempio, tornare sulla sua recente decisione di acquistare caccia F-35 americani, invece di dotarsi di aerei europei (quando la Francia aveva espresso stupore al riguardo, lei aveva risposto che il suo Paese si sarebbe sempre sentito più vicino a Washington che a Parigi! Gli europei daranno voce e saliva, e nient’altro. Ancora una volta saranno inesistenti, per mancanza di mezzi e, soprattutto, di volontà.

Questo ci riporta all’osservazione fatta più di 2000 anni fa da Tucidide: «I forti fanno ciò che vogliono e i deboli soffrono ciò che devono », I deboli, oggi, sono gli europei.

 Alain de Benoist, Éléments, L’intervention des USA au Vénézuela : la fin de la souveraineté des États, 16 gennaio 2026.