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Homo Alien

di Marcello Veneziani - 06/11/2026

Homo Alien

Fonte: Marcello Veneziani

Ho scritto un libro in difesa dell’uomo che rischia di sparire. L’ho chiamato Homo Alien, riguarda il sopravvento dell’intelligenza artificiale e la sostituzione dell’umano ma non è l’IA da sola a mettere in pericolo l’uomo. È il contesto in cui si sviluppa, il vero problema. Ovvero, da una parte declina l’umanesimo, attraverso l’eclissi di Dio e del senso religioso, della filosofia e dell’intelligenza critica, della storia e della memoria del passato, della civiltà e dei suoi modi di vivere. E dall’altra parte avanza la tecnologia, attraverso quel dio portatile che è lo smartphone, l’avvento dell’androide che si presenta come il Dopouomo, la bioingegneria che ci rende mutanti. E l’Intelligenza Artificiale, extracorporea che sostituisce la nostra. Nel mezzo tra i due mondi, umano e tecnologico, cresce la preoccupazione per il pianeta e gli animali e la convinzione che vadano salvati dai flagelli dell’uomo. Il libro finisce con una riflessione in difesa dell’essere, cioè della realtà di nascere, di vivere e tramontare, e un elogio dell’avventura di pensare. Questo è Homo Alien uscito oggi da Marsilio in libreria (pp.266, 18 euro). Tanti libri si occupano della tecnologia e di IA, Homo Alien si occupa invece dell’uomo davanti alla tecnica. Un tema che riguarda tutti, e in modo decisivo.
È urgente confrontare la vita e il pensiero con la tecnica e il suo dominio; non separando la tecnologia dall’umanesimo ma ponendo paralleli e scambi reciproci. Non è solo un tema importante, è il Tema dei nostri giorni, variamente interpretato e nominato. Tutto porta lì, ogni discorso sfocia lì, sull’uomo che arretra e la tecnica che avanza, dopo aver a lungo creduto che l’uomo avanzasse proprio grazie alla tecnica. Ma è giunto quel punto di svolta in cui la tecnica da mezzo di espansione dell’uomo si profila come sostituzione dell’umano. 
Sul tema esistono oggi mille libri che si occupano sul piano tecnologico o sull’IA e forse cento che si occupano sul versante umanistico-filosofico. Ho difficoltà invece a indicare titoli che intrecciano i due mondi, li confrontano e si pongono due domande a mio parere decisive, una di partenza, l’altra di approdo. La prima è: perché l’uomo non cerca di fermare o di pilotare la marcia della tecnica, cosa spinge l’uomo a farsi sopraffare e cancellare dalla tecnica? Si, la sua stanchezza e fragilità, la sua fiducia nella tecnica e nei suoi innegabili vantaggi, il suo fatalismo tecnologico, per cui non c’è nulla da fare. Ma c’è qualcosa di non detto, o forse di non cosciente che si rivela decisivo: l’uomo è stanco di essere uomo, non vuole più pensare al suo destino di mortale e a ciò che lo precede – il declino, la vecchiaia, la malattia – e allora si affida al dispositivo tecnologico per vivere meglio, durare di più, rimuovere il problema della morte. Sostituisce il vivere col funzionare e il morire col disattivare il dispositivo. Il benessere lo ha reso più fragile, non sopporta più il peso e la sofferenza e non si affida più alla religione e ai pensieri per addomesticare la morte, il dolore e cercare un orizzonte oltre la vita. 
Tutto questo è profondamente umano anche se poi ci consegnamo alla più grande disumanizzazione che la storia umana abbia mai vissuto: la riduzione da persona a utente, pluri-accessoriato e tecnologicamente superdotato, un flusso munito di sensori ma privo di sensibilità cosciente. L’uomo non lo dice apertamente e non lo elabora, non è cosciente, ma avverte il desiderio di liberarsi dall’umano e dai suoi limiti naturali e si lascia trasportare dalla tecnica sostituendo il vivere col funzionare, come le macchine; un modo confortevole e indolore, alla portata di tutti, che ci esime dal confronto con la nostra natura mortale. L’uomo non vuole più pensare e rigetta la storia, la natura, il mondo reale, la civiltà, il pensiero critico, la religione. Come chiamarlo in una parola tonda e piena del suo vuoto? Oblio. La tecnica cresce sull’oblio della realtà, della condizione umana, dell’essere, del vivere e del morire.
Qui comincia il viaggio in nove stazioni – umanistiche, naturali e tecnologiche – che toccano i punti decisivi della nostra esistenza. E giunge alla domanda finale: cosa si può opporre alla sostituzione dell’uomo, cosa resiste all’avanzata della tecnica ed è irriducibile al suo dominio? Non semplicemente l’io, che è piccola cosa di passaggio, non l’umanesimo da solo, che è una dimensione storica e culturale; ma l’essere, che precede la tecnica e l’umano, e comprende ogni essere – la vita, il mondo, l’uomo, la natura e il soprannaturale – ed è il fondamento della vita. Il divenire della tecnica non può modificare l’essere fino a cancellarlo; nell’essere siamo radicati e persiste oltre il raggio della nostra vita. L’essere è la pienezza del reale; la disperazione del nostro tempo deriva dal primato del non essere, del negativo, dell’infinito. Lo spiegheremo nelle pagine del libro.
Infine resta una domanda sospesa: vale ancora la pena essere uomini e difendere la natura umana? Si, ne vale la pena; è l’essere “che abbiamo avuto in sorte”. Se la vita è un compito, dobbiamo portarlo a termine nel migliore dei modi a noi confacente, restando fedeli all’uomo e all’essere. La questione ci riguarda anche come figli, eredi, padri, consorti dell’umana civiltà. Vogliamo restare umani, ereditare e trasmettere umanità; vogliamo che resti l’uomo. È ancora possibile frenare la supremazia della tecnica che insidia l’umano? È possibile resistere all’alienazione, al nichilismo e al fare assoluto che vanifica il pensare per correre verso l’abisso dell’infinito? E in positivo, è possibile concepire la vita come avventura, scommessa e progetto anziché come accelerazione fatale e automatica verso il disumano? Non so sia possibile ma so che è necessario: ne va di noi uomini e della nostra vita in relazione al suo significato. Ne va della vita in relazione alla nascita e alla morte. Ne va del mondo. Se l’uomo è un rischio, accettiamo il rischio di vivere, di pensare, di morire. Quando chiudi gli occhi per sempre, non finisce il mondo, la vita, gli altri. Tutto prosegue come prima e ogni mutamento rientra nel lampeggiare dell’essere, sparire e svelare. Non era il tuo sguardo a tenerli in vita. Ciò rassicura dall’orrore del vuoto, scongiura il pericolo del nulla. L’essere resta, nonostante la nostra fine terrena. La nostra vita è solo un frammento che si è staccato dalla crosta dell’essere. Così, al risveglio, ritrovi quel sentimento originario su cui si fonda la vita: la gioia di essere. Che si dirama come una fonte misteriosa in tanti rivoli, ciascuno il suo. Per quel che ci riguarda, la gioia di pensare, di leggere, di scrivere e di vivere nella luce. Essere è gioire; una gioia primordiale, legata all’essere che viene alla luce del mondo.
Confessione finale. Trovo sempre meno interessanti le cronache del giorno, la politica e le vicende quotidiane; eppure affrontando Quel Tema decisivo so di non uscire dalla vita, dal tempo e dalla quotidianità; so invece di andare alla loro matrice e di toccare l’essenziale. Tutto quel che discende o appare in superficie ne è solo una conseguenza. È il mistero di vivere attraverso l’avventura di pensare; o viceversa, il mistero di pensare attraverso l’avventura di vivere.