La paura o il fascino del bosco
di Alberto Figliuzzi - 10/02/2026

Fonte: Italicum
Brevi note in merito ad una vicenda ancora in corso e ad un recente episodio, che, richiamando sia pure in maniera diversa il bosco, si prestano a indicare una comune, non conformista visione del mondo.
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Avviando l’argomento in maniera leggera (ma forse, poi, non troppo) verrebbe da dire che il bosco, inteso sia in senso letterale che metaforico, non sta tanto a genio ad un diffuso modo di pensare dei nostri tempi; un modo di pensare che fa da fondamento a politiche, norme giuridiche, regolamenti, comportamenti e senza il quale perciò non potrebbero trovare alcuna possibilità di attuazione particolari e talora persino bizzarri provvedimenti, annunciati o varati invece come normali, nel segno di una sorta di ovvietà al contrario; contro i quali, però, si manifesta una inaspettata reazione, quasi il risveglio di un animo assopito ma non spento, che del bosco invece sa cogliere intensamente il fascino.
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Così, per entrare, dapprima, nel merito della vicenda ancora non conclusa che tanta attenzione e partecipazione continua a destare, della famiglia diventata nota, appunto, come quella della “casa nel bosco”, ovvero residente in un casolare di una zona boschiva a Palmoli in provincia di Chieti, è apparso a molti, comprensibilmente, una vera e propria bizzarria intellettuale e professionale ritenere, da parte di assistenti sociali e magistrati, che dei bambini possano avvertire come meno traumatico venire sottratti ai genitori rispetto al fatto, seguendo la concezione del mondo ed educativa di questi, di vivere istruzione, socialità, abitudini domestiche, svaghi, in maniera non conforme ai modelli di esistenza del nostro tempo.
Sebbene questo caso sia purtroppo diventato pretesto per l’invincibile litigiosità tra le due caricaturali imitazioni di opposte visioni della realtà recitate dalla nostra politica, non sono mancate tuttavia voci che, in ambito mediatico, l’hanno saputo trattare con non superficiale interesse e in modo culturalmente appropriato, prestandosi esso a serie considerazioni di carattere storico, sociologico, psicologico, morale, giuridico, nonché attinenti alla concezione dello Stato. Soprattutto in relazione a quest’ultimo aspetto del tema in questione è apparso a taluni osservatori singolare che, nel quadro del tanto decantato individualismo liberaldemocratico che segna le nostre istituzioni, siano stati usati tipici argomenti che invece assegnano a queste un forte ruolo regolatore; sino al punto che, anteponendo la società alla famiglia, sono potuti sembrare quasi in sintonia con la concezione del pur aborrito “Stato etico” (quello, da Platone in poi, che si assume il compito della formazione dei figli in maniera prevalente rispetto al loro naturale ambiente di nascita) al fine di giustificare la sottrazione dei loro bambini a genitori non ritenuti idonei a garantire ad essi irrinunciabili condizioni per una vita di futuri membri della collettività. Del tutto errata si rivela però questa impressione, dal momento che l’obiettivo dello Stato liberale, rispetto a quello etico, o comunque pronunciatamente regolatore, che si prefigge ben più alti fini, è piuttosto quello di mantenere il soggetto umano in uno stato di unidimensionalità e quindi di riportarlo da qualsiasi forma di effettiva trasgressione (sia pure quella di risiedere in una rustica abitazione nel bosco) alla sua consuetudine coi modelli di vita ormai ritenuti, in maniera intransigente, conformi alla normalità, ovvero quelli del benessere consumistico, delle comodità, delle moderne forme di occupazione del tempo.
Questo non implica tuttavia ritenere dotata di qualche fondamento (come pure è avvenuto in ordine ad un altro aspetto della discussione) l’immagine di una drastica e inconciliabile separazione tra la vita nel bosco condotta dalla famiglia anglo australiana e la modernità nella sua dimensione più rappresentativa della tecnologia, apertamente accettata, invece, per esempio, come risulta acclarato, con l’uso degli strumenti telematici e delle relative funzionalità, senza però esserne a tempo pieno soggiogata, diversamente da chi conosce solo il perimetro delle mura di una casa cittadina. Né rifiuta tale modernità, contrariamente a quanto si è potuto leggere, chi difende dall’ingerenza dello Stato i protagonisti della storia in questione; trattandosi piuttosto, semplicemente, di volere mantenere desto il valore positivo di un modello di vita semplice e naturale, che qualcuno ha ancora il coraggio e la volontà, di tradurre in qualche misura in concreta esperienza.
Se tutto ciò è vero, la diffidenza nei confronti dell’educazione ad una vita non certo “selvaggia” (quale sicuramente non può essere, del resto, quella in una campagna di un borgo italiano, che, per quanto isolato, non si trova tuttavia sulla Luna), ma semplicemente per molti aspetti abbastanza “rustica”, come quella comune a tanta popolazione non solo contadina sino a qualche decennio fa, esprime anche il fatto che tale condotta “trasgressiva” svela e denuncia in maniera più o meno diretta un mondo invece “viziatissimo” di gente incapace di fare fronte a qualsivoglia minima difficoltà procurata dal contesto in cui vive.
È la più o meno lucida consapevolezza di tutto questo che forse contribuisce a spiegare perchè la vicenda abbia acquistato grande interesse anche a prescindere dalle reali, oggettive condizioni di vita quotidiana del gruppo familiare in questione tali da giustificare o meno, in base alle leggi vigenti, i provvedimenti adottati; tanto più che la descrizione dell’ambiente di campagna che ospitava i due genitori messi sotto accusa varia molto da una fonte all’altra. Se, infatti,da un lato, il documento del Tribunale dei Minori, basandosi sulla segnalazione del Servizio Sociale, denuncia una situazione affatto “primitiva”, sino al punto d’impedire ai bambini uno sviluppo fisico e psichico minimale in condizioni di sicurezza, nel contempo testimonianze di segno diverso da parte di vicini di casa danno invece tutt’altro resoconto, tanto da fare apparire comprensibile, a molti, la richiesta di un attento esame del rapporto del Servizio Sociale stesso, non potendosi escludere un suo errore di rappresentazione e di valutazione in presenza di un nucleo familiare certamente, oggi, insolito e molto anticonformista rispetto al modello di vita “moderno”, ormai interiorizzato, come si diceva prima, a tal punto da tutti da potere condizionare ed orientare anche il giudizio e l’operato di osservatori professionali in teoria distaccati e indipendenti.
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Un altro episodio che, a poca distanza di tempo, richiamando sia pure in forma solo metaforica l’immagine di un ambiente selvoso, ha suscitato altrettanto interesse, è quello che riguarda la casa editrice Passaggio al bosco, esplicitamente impegnata, nel segno di tale espressione ricavata dal “Trattato del ribelle” di Ernst Jünger, in un “progetto editoriale ispirato alla necessità di ricercare un nuovo ordine di significati in divergenza rispetto ai mantra di questo tempo…praticando la via dell’esempio, manifestando la secessione dal volgare, il disprezzo dell’effimero, la lotta metafisica contro i demoni del pensiero unico, contro le tentazioni del calcolo, contro l’apatia della neutralità, contro le accademie del buonsenso… i dogmi del mercato”.
Un progetto con motivi ispiratori tali da spiegare facilmente quanto accaduto in occasione della Fiera per la piccola e media editoria, Più libri più liberi, svoltasi di recente a Roma, presso la quale la prevedibile sbrigativa catalogazione della detta casa editrice sotto il segno del “fascismo”da parte di un solerte ma settario mondo intellettuale, non poteva che provocare consuete forme di rumorosa “democratica protesta”, di fatto neutralizzata, però, in maniera imprevista, da una copiosa affluenza di visitatori evidentemente interessati alle pubblicazioni “eretiche” oggetto di tanti attacchi o da queste comunque incuriosito.
In verità, esaminando il catalogo della casa editrice, nelle sue collane e riviste, si può constatare che anche temi attinenti direttamente al fascismo, come prevedibile, si collocano all’interno di una più ampia sfera d’interessi e di una più ampia visione del mondo i cui valori, inerenti alla più profonda interiorità della persona, interpretati per giunta da autori di grande fama e di diversa epoca, sono quelli costantemente e accanitamente ignorati, mortificati, deformati e demonizzati dalla pervasiva, subdola, piatta ed esteriore ideologia economicistica del nostro tempo, in veste accattivante grazie alla funzionale appropriazione degli spazi concettuali della “libertà” e della “democrazia”, capace quindi di assopire e uniformare il sentire e i modi di vivere delle genti dalle più diverse radici e tradizioni. Ma anche in questo caso, come in quello della “famiglia nel bosco”, pur nel clima conformistico alimentato da una informazione orientata, si può constatare come una sia pure poco stabile e incostante sensibilità riesca a scorgere con interesse, andando controcorrente, paesaggi ideali e di vita molto alternativi rispetto a quelli ritenuti ovvi e indiscutibili, manifestando insofferenza verso l’omologazione sociale e culturale.
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Per concludere, entrambe le storie ricordate fanno vedere, in maniera molto interessante, come il bosco, quale immagine o concetto, a seconda del modo in cui esso sia psicologicamente vissuto (in forme estreme con un sentimento di paura o sentendone il riparo e la protezione), possa dimostrarsi uno speciale indicatore di diversi o persino opposti atteggiamenti esistenziali, dalle evidenti implicazioni politiche e metapolitiche.

