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La Russia ha vinto perchè l'America la riconosce grande potenza

di Jhon Florio - 27/10/2026

La Russia ha vinto perchè l'America la riconosce grande potenza

Fonte: Limes

SPINTA DA TEMPO SUL BINARIO MORTO DEI PRINCÌPI non negoziabili, la guerra russo-ucraina si avvia a essere consegnata al verdetto del campo di battaglia. In una sequenza tragica e inesorabile, ogni mossa avvicina la parabola del governo Zelens’kyj all’unica fine possibile: lo scacco matto. Vicolo cieco – e baratro – in cui la leadership ucraina si è spinta in nome di una politica fondata su assoluti morali, anziché sul principio di responsabilità. Incoraggiata fino all’ultimo dai suoi miopi alleati.
Ma la politica non può ridursi a una sequenza di decisioni isolate né farsi strumento dell’affermazione di assoluti morali senza tradursi, alla lunga, in catastrofe strategica. Al gelido soffio della realtà si dissolve l’hollywoodiana propaganda di guerra ed evapora la spessa coltre di retorica e irrealtà, rivelando l’insostenibile leggerezza della narrazione occidentale.
Abolita la diplomazia, rea di commercio con il nemico, la «brutale e ingiustificata invasione russa» – nel frattempo tramutatasi nel più lungo e sanguinoso conflitto europeo dalla fine della seconda guerra mondiale – si avvia al suo epilogo peggiore, con l’implosione politica e militare di Kiev, tra scandali e faide interne.
Non una pace giusta, ma un’imposizione della giusta realtà, assai più vicina alla resa di quanto avrebbe potuto essere qualunque compromesso negoziato a Istanbul nel 2022, per non dire a Minsk nel 2015.
E benché i contorni del reale, che Hegel voleva razionale, si manifestino solo sul far della sera, rivelando la profondità dell’errore di giudizio di chi soffiava sul fuoco della «guerra giusta» profetizzando l’inevitabile trionfo di Kiev, l’Ucraina questa guerra l’ha perduta molto tempo fa: in Turchia, nella primavera del 2022.
Quando, in nome di princìpi irrinunziabili, la possibilità del compromesso fu gettata tra le fiamme della guerra a oltranza.
All’epoca, la ragione addotta per non fermare il conflitto era che negoziare sarebbe stato un «regalo a Putin». L’Ucraina aveva resistito; la Russia si era rivelata assai meno irresistibile del previsto. Il sillogismo voleva che, prolungando la guerra e aumentando le forniture militari, Mosca sarebbe stata costretta alla resa: servivano dunque più missili, non più diplomazia. Non si doveva cristallizzare mediante accordo ciò che il campo di battaglia sembrava in grado di rovesciare.
Una questione di principio, ma anche di potenza. Il fine non era soltanto difendere l’Ucraina e il suo diritto a entrare nella Nato, casus belli dell’invasione russa, bensì infliggere a Mosca una sconfitta strategica mediante la letale mano ucraina, opportunamente armata. In questo senso erano gli ucraini a combattere per l’Occidente, non l’Occidente per l’Ucraina, come gli strateghi anglo-americani non si stancavano di sottolineare 1. La diplomazia sarebbe venuta dopo, a ratificare la punizione dell’aggressore e con essa il principio che la marcia verso est della Pax Americana non poteva essere né contestata né arrestata. Occorreva imporre a Mosca i termini dell’accordo e costringerla ad accettare manu militari ciò che aveva cercato di impedire: l’ingresso degli ultimi pezzi di mondo post-sovietico nel regno della fine della storia, cioè il loro inglobamento nell’ordine internazionale liberale.
Si finì così per interpretare capziosamente la ritirata delle forze russe intorno a Kiev, a fine marzo 2022, come segno infallibile che l’Ucraina avrebbe potuto sconfiggere la Russia sul campo di battaglia, se solo adeguatamente rifornita di burro e cannoni. Presentando alle opinioni pubbliche occidentali la liberazione di Bu0a, Irpin’ e degli altri centri della cintura di Kiev esclusivamente come vittoria militare ucraina, oscurando la coincidenza – tutt’altro che casuale – tra il ritiro russo e il perfezionamento dell’accordo quadro raggiunto in quelle stesse ore a Istanbul tra le due parti per porre fine al conflitto (neutralità permanente e rinuncia dell’Ucraina all’ingresso nella Nato), di cui tale ritiro era ritenuto precondizione.
Molte questioni rimanevano certamente irrisolte, dalle garanzie di sicurezza alla sorte dei territori contesi (anzitutto la Crimea); e da lì a poco Bu0a avrebbe modificato il clima politico, fornendo il pretesto ideale per affossare i negoziati.
Ma la vulgata secondo cui non esistesse alcuna alternativa alla prosecuzione della guerra non regge. Esisteva uno spazio negoziale.
La Farnesina lo colse e, nel maggio 2022, elaborò insieme a Palazzo Chigi una proposta italiana di pace (oggi sepolta in qualche cassetto), fondata sulla neutralità ucraina, sulla composizione negoziale delle questioni territoriali e su una nuova architettura di sicurezza europea 3. Gli inglesi e gli americani la rifiutarono. Ai primi di aprile Boris Johnson – secondo quanto raccontano gli stessi ucraini e confermano fonti interne alla presidenza ucraina – si era già precipitato a Kiev per fermare la penna di Zelens’kyj, che in ottobre fissò nero su bianco l’impossibilità di negoziare con Putin. La linea politica atlantica si nutriva delle proprie illusioni, a cominciare dal vaticinio dell’imminente collasso dell’economia russa, cui faceva da corollario la tesi, ripetuta coralmente dai leader europei, di un’industria militare ormai in frantumi.
Memorabili, nella loro involontaria caricaturalità, le parole con cui Ursula von der Leyen annunciava dal solenne pulpito di Bruxelles che Mosca era ormai ridotta a cannibalizzare lavatrici e lavastoviglie per ricavarne i semiconduttori necessari alla produzione di armi. Anche la leadership ucraina, inebriata dalle liturgiche dichiarazioni di sostegno illimitato dei suoi alleati, sovrastimava le proprie capacità e sottovalutava sistematicamente quelle del suo nemico. Si narra che, in un pomeriggio d’autunno del 2022, il capo dell’intelligence militare ucraina (Hur) spiegasse con apodittica certezza agli increduli ambasciatori occidentali a Kiev che i russi potevano permettersi soltanto un altro paio di attacchi. Poi avrebbero finito i missili. La previsione non rimase confinata nelle stanze riservate: fu lo stesso Kyrylo Budanov, allora a capo del Hur, a sostenerla pubblicamente. Le scorte russe, spiegò nel dicembre dello stesso anno, erano ormai al «minimo critico»: ancora pochi attacchi massicci e sarebbero arrivate a zero.
Lo spazio del dibattito pubblico si stringeva, tingendosi di nero. Avvelenato dal chiassoso digrignare dei novelli maccartisti, sempre pronti a tacciare di tradimento chiunque osasse suggerire la strada del compromesso, anziché della carneficina. Inneggiando alla guerra totale per ripristinare la libertà e l’integrità territoriale dell’Ucraina, per affermare una pace giusta, per sradicare il Male dalla storia.
La territorializzazione trasfigurava però sottilmente il senso del conflitto, che da contesa geopolitica relativa alla collocazione internazionale dell’Ucraina assumeva i tratti di lotta per il ripristino della sua integrità territoriale. L’originaria matrice geopolitica della guerra veniva così progressivamente oscurata proprio mentre, subordinando la pace al recupero dei territori occupati, il rifiuto del compromesso affidava alla prosecuzione della pressione militare – e dunque dell’occupazione – la soluzione della contesa. La continuazione della guerra contribuiva a territorializzare il conflitto che pretendeva di risolvere, rendendo la sua prosecuzione condizione della sua soluzione. Pietrificazione del pereat mundus, fiat iustitia; abdicazione dell’arte della diplomazia.
Neppure il generale Mark Milley, allora presidente dei capi di Stato maggiore riuniti degli Stati Uniti, il più alto ufficiale militare americano, costituiva confutazione sufficiente: benché avvertisse che una vittoria militare ucraina non fosse realisticamente a portata di mano, suggerendo di cogliere la finestra negoziale aperta dai successi sul campo, si è preferita la vertigine della guerra 6. Senza che
fosse mai chiarito, esattamente, come un paese di poco più di quaranta milioni di abitanti potesse realisticamente prevalere sul campo contro una potenza di oltre centoquaranta milioni, dotata del più vasto arsenale nucleare del mondo e del cui spazio politico, economico e militare aveva fatto parte fino a trent’anni prima.
Tragedia degli errori
Eroismo e tragedia – storia insegna – corrono sul medesimo crinale. La breve parabola iniziata a Jevromajdan tra promesse di gloria nazionale e conclusasi tra le rovine di un paese smembrato ha da tempo assunto i contorni della tragedia. Ciò che giornalisti e politici derubricheranno a errore di calcolo o di esecuzione, verrà ricordato dagli ucraini come catastrofe nazionale. Atto primo: utopia. Una terra di frontiera (u-kraina, secondo la dizione con cui la cartografia polacco-lituana designava i territori ruteni indicati nella terminologia bizantina come Piccola Russia), politicamente gemmata come repubblica indipendente nel 1991 nel segno della neutralità e del non allineamento, trasformata in terreno di scontro e linea di faglia, anziché in quel ponte tra Oriente e Occidente in cui Kissinger aveva individuato la sola condizione della sua sopravvivenza e della sua prosperità.
Atto secondo: hybris, peccato mortale dell’arte di governare. Ignorare i vincoli possibile, cioè la portata dell’azione politica. Cecità che, nella sua forma più diffusa, alimenta la confusione tra diritto e potenza: l’idea cioè che un conflitto possa essere ingaggiato senza misurare le effettive possibilità di successo né le sue prevedibili conseguenze sugli equilibri geopolitici (per non dire sul destino dei popoli sulla cui pelle esso si consuma), ma unicamente in base alla giustezza dei princìpi che lo ispirano. Spesso nella forma di presunzione – regolarmente castigata dagli dèi – che le massime della propria volontà possano valere come principio di una legislazione universale.
Atto terzo: nemesis. Il riconoscimento del limite nella forma inesorabile della caduta delle illusioni e della resa al principio di realtà.
Sacrificata sull’altare di una guerra invincibile, Kiev uscirà dallo scontro frontale con la Russia più povera e più piccola di come vi è entrata. Di quello che era il cuore industriale dell’impero russo e dell’Unione Sovietica, rimarranno macerie, città devastate, infrastrutture distrutte, territori spopolati. Tra dispersi, feriti e sepolti nelle terre di sangue e ghiaccio, i caduti si conteranno nell’ordine del milione. Dei 52 milioni di abitanti ereditati dall’Urss nel 1991 al momento della dichiarazione d’indipendenza, all’Ucraina postbellica ne rimarrà una frazione: quando le armi taceranno, secondo fonti governative ucraine che Limes è in grado di riportare, ne resteranno appena 20. Un inverno demografico già in corso, aggravato dall’emorragia di donne e bambini che da anni hanno ricominciato vite e famiglie altrove.
Come prevedibile, sarà la popolazione civile a raccogliere i frutti avvelenati di un progetto politico irresponsabile, perseguito da una leadership incapace di misurare con saggezza le proprie ambizioni: prima incoraggiata dai suoi sponsor d’Oltreoceano ad andare allo scontro diretto con l’impero di cui era parte in nome di un nazionalismo esasperato, giustificando le proprie politiche (racchiuse nel motto prebellico di «irreversibilità dell’integrazione euroatlantica») in base al ricorso (inconsapevole) alla weberiana etica dei princìpi assoluti, poi, come da manuale, abbandonata al proprio destino una volta schiantatasi contro il muro della realtà.
Ma il fallimento ucraino non coincide con una vittoria russa senza ombre. Mosca ha fallito nel ricondurre pacificamente Kiev nella propria orbita, compromettendo forse per sempre i rapporti con il vicino slavo-orientale, scavando tra i due popoli, legati da profondi vincoli di sangue e cultura, una frattura storica destinata a durare ben oltre la guerra: non necessariamente irreversibile – la storia ha conosciuto guerre civili e conflitti fratricidi seguiti da ricomposizioni, a cominciare dagli Stati Uniti – ma comunque tale da alimentare duraturi rancori e risentimenti, rendendo l’ipotesi di una ritrovata amicizia alquanto remota.
America vs Russia
La Russia, «mai forte come vorrebbe essere e mai debole come si pensa che sia», può perlomeno dirsi piuttosto certa di aver incassato, anche se a costi spaventosi, gli obiettivi dichiarati all’avvio dell’«operazione militare speciale», il 24 febbraio 2022: l’imposizione della neutralità di Kiev e il suo non ingresso nell’Alleanza Atlantica. Incamerando peraltro il controllo diretto su un quinto del territorio ucraino.
Ma soprattutto ristabilendo ciò a cui essa teneva più di ogni cosa: il riconoscimento degli americani, hegelianamente conquistato attraverso la lotta. Per Mosca, guerra in corso, nuovamente ottenuto a suon di migliaia di caduti, è il riconoscimento di status: essere riconosciuta come potenza con la quale Washington deve (tornare a) trattare direttamente sulle questioni fondamentali della sicurezza europea: potenza, dunque, in senso letterale – capace di difendere con la forza i propri interessi vitali. Ripristinando una deterrenza credibile rispetto alla violazione delle proprie linee rosse (poco importa che nelle prime fasi delle operazioni Mosca abbia dato prova di scarsa efficacia: gli errori tattici non cancellano l’esito strategico; Napoleone occupò Mosca, ma non per questo la Francia vinse la guerra). E potenza vuol dire sovranità: essere un paese le cui posizioni gli avversari (americani) – pathei mathos – non possono più permettersi di ignorare, come pensarono di essere titolati a fare inebriati dal sole del momento unipolare, prendendo alla lettera la tesi della fine della storia (1991-2022).
Un risultato tale da compensare ampiamente, agli occhi di Mosca, l’estensione formale dell’Alleanza Atlantica a Finlandia e Svezia, spesso evocata come prova della futilità della mossa russa. Dimenticando però che l’efficacia di un’alleanza militare tende a diminuire con l’aumentare della sua ampiezza e dell’eterogeneità dei membri che la compongono. Certo, la tassa geopolitica che Mosca ha dovuto versare non è insignificante: una Wende nach Osten (svolta verso l’Est) antitetica all’epocale svolta verso l’Europa che fortissimamente volle Pietro il Grande: l’abbraccio con la potenza cinese.
Libbra di sovranità da sacrificare sul preminente e primordiale interesse ad affermare un ordine internazionale multipolare. A dimostrazione che il ridimensionamento dell’egemonia americana contava per i russi più del rischio di una crescente dipendenza da Pechino. Un rischio dal quale, del resto, nessun paese europeo può dirsi immune. Con la differenza che la Russia dispone di una dotazione di risorse naturali, energetiche e alimentari tale da assicurarle un grado di autonomia strategica e una capacità di assorbire le dipendenze esterne assai superiori a quelle di molti paesi europei.
Mosca, in fondo, ha compiuto una manovra geopolitica da manuale, capovolgendo la politica di Kissinger: si è avvicinata alla Cina perché aveva bisogno di riequilibrare il confronto con gli Stati Uniti. Avrebbe preferito altrimenti? Probabilmente sì, stando alle dichiarazioni di Putin dei primi anni Duemila. Ma la realtà, stante l’inefficacia delle proteste verbali e delle proposte formali, si presume abbia lasciato poche alternative.
Politicamente, il riconoscimento della neutralità di Kiev, ottenuto al prezzo di una prova di forza, equivale al ripristino di una forma di sovranità strategica: il ristabilimento del principio negativo essenziale di ogni sfera d’influenza, ossia l’esclusione dell’interferenza di potenze esterne dal perimetro del proprio estero vicino. Militarmente la Russia uscirà dal conflitto più forte di quanto vi sia entrata. Analogamente all’Ucraina, anni di guerra ad alta intensità hanno prodotto esperienza operativa, adattamento dottrinale e una profonda espansione dell’apparato industriale della difesa; ma mentre gli aiuti occidentali hanno reso l’Ucraina strutturalmente dipendente dall’esterno, svuotandola d’ogni effettiva sovranità, le sanzioni occidentali alla Russia, in una prevedibile eterogenesi dei fini, hanno accelerato processi di sostituzione delle importazioni, rilocalizzazione produttiva e maggiore autosufficienza nei settori strategici.
Drammatico, in questa tragedia degli equivoci, è il fallimento dell’Europa. Nata per superare la logica del conflitto, si è dimostrata incapace tanto di prevenirne il ritorno quanto di esercitare un ruolo autonomo nel tentativo di contenerlo.
Quando la guerra è tornata a divampare alla sua periferia, Leuropa ha finito paradossalmente per elevare a princìpi non negoziabili proprio quelli che il suo processo storico aveva inteso superare: l’autodeterminazione incondizionata e il concetto assoluto di sovranità. Disinvolto trapasso dall’europeismo irenistico al fondamentalismo da crociata al grido di «slava Ukraini». Senza tema che tanta disinvoltura nel rinnegare il proprio credo (e, con esso, le virtù del «vincolo esterno», principio stesso di quella sovranità limitata che per decenni aveva predicato agli Stati) potesse insinuare qualche dubbio sulla sua effettiva validità.
Così, anziché aiutare due paesi fratelli, l’uno nato dalla costola dell’altro, a ricondurre una contesa strategica nell’alveo della diplomazia, le classi politiche europee, assecondando la narrazione anglosassone, hanno preferito elevarla al rango di scontro messianico-escatologico, rendendo il compromesso moralmente sospetto e la trattativa una forma di cedimento. Frantumando l’Ucraina sull’incudine della strategia che avrebbe dovuto salvarla (e condannando i propri paesi a non avere, alla fine, né la pace né i condizionatori).
La minaccia russa
La Russia, tuttavia, costituisce una minaccia per l’Europa. Così recita il basso continuo del discorso politico europeo. Proviamo a sottoporre l’affermazione a esame socratico. «Minaccia» è categoria della soggettività: appartiene alla sfera della percezione, non ancora a quella del concetto. Non spiega nulla, né di per sé articola una strategia. È semmai il punto da cui l’analisi dovrebbe cominciare, non quello in cui dovrebbe concludersi. Perché questa guerra è scoppiata? Perché proprio in Ucraina? Perché la Russia ha considerato questo spazio sufficientemente importante da valicare il Rubicone e violare il tabù del divieto dell’uso della forza, accettando costi enormi, isolamento occidentale e il rischio di uno scontro diretto con la Nato? Rispondere semplicemente «perché Putin è imperialista» è scorciatoia intellettuale. Dispensa dall’analisi scivolando in risposte di pancia (à la
guerre!), risparmiando dalla fatica del concetto. Nella notte del pensiero, del resto, tutte le vacche sono nere. È il vizio di certi intellettuali (e politici) intuito da Nietzsche: intorbidire le acque perché sembrino profonde.
Ma il fondo, nel caso ucraino, è perfettamente visibile. Per scorgerlo basta tornare con la mente al 1991. Non per vezzo storico, ma perché è nelle «cose stesse» che va ricercato il bandolo dello sconvolgimento in atto e, insieme, la chiave ermeneutica per arrestare lo scivolamento nel disordine – concettuale, prima che geopolitico. Per provare ad arginare l’ulteriore deterioramento della sicurezza europea. Finché non si risale alla radice dello scontro, isolando il concreto conflitto di interessi tra i protagonisti coinvolti (Russia e Stati Uniti: la giovane Ucraina fu solo terreno del loro confliggere) si continuerà a scambiare le giustificazioni ideologiche, cioè la sovrastruttura, per le cause strutturali.
La posta in gioco di questo conflitto non è tanto, infatti, l’affermazione del diritto di Kiev all’autodeterminazione e all’integrità territoriale, quanto la legittimità dell’ordine internazionale. È questo il filo d’Arianna che le classi dirigenti europee dovrebbero provare a seguire per uscire dal labirinto del disordine globale: riconoscere che il loro compito non è incitare l’una o l’altra delle parti a colpire più duro o in profondità, ma ricomporre il conflitto tra diverse concezioni dell’ordine. Misurandosi con la questione preliminare che tale esercizio pone: ovvero quale margine di acquiescenza si possa realisticamente attendere da una grande potenza di fronte a un assetto strategico costruito senza il suo coinvolgimento, senza il suo consenso e da essa percepito come ostile.
Ignorare questa dimensione significa condannarsi a brancolare nel buio strategico, scambiando le mutevoli rappresentazioni ideologiche del conflitto (guerra di liberazione, guerra imperialistica eccetera) per la struttura profonda degli interessi che lo alimentano: in nuce, preservare quanto resta dell’ordine unipolare o imporne il definitivo superamento.
Proviamo ad articolare. Con il crollo dell’Unione Sovietica scomparve non soltanto uno dei due contendenti della guerra fredda, ma l’equilibrio bipolare che per quasi mezzo secolo aveva disciplinato la competizione tra le superpotenze. Rimase un solo polo: quello superstite. Era il «momento unipolare» americano. E sembrò destinato a durare. Per qualche anno parve addirittura che la geopolitica fosse diventata un residuo del passato. Era arrivata la «fine della storia»: la democrazia liberale avanzava, la globalizzazione a trazione americana prometteva di sostituire la competizione strategica con l’interdipendenza. Dal «balance of power» alla «global governance»: non più un ordine fondato sull’equilibrio tra potenze, ma un sistema di regole e istituzioni tendenzialmente universali, modellato sull’«impero della libertà» americano e garantito, in ultima istanza, da Washington. Come osserva Brendan Simms, fu una parentesi storica: tra il 1989 e la fine del secolo la rivalità tra grandi potenze, che aveva scandito per secoli la politica internazionale, arretrò temporaneamente davanti alla globalizzazione – cioè all’illusione che la politica internazionale avesse oltrepassato la logica dell’equilibrio di potenza.
Fu dentro questa parentesi unipolare che l’architettura strategica occidentale – la «democratica zona di pace», espressione di un ordine fondato sulla supremazia della «nazione indispensabile» concepita come «unica superpotenza» – si estese progressivamente verso est. La Nato si allargò. Quello che a Washington e nelle capitali europee appariva come il naturale ampliamento di un ordine tendenzialmente universale, a Mosca appariva come l’avanzata dell’alleanza militare vincitrice della guerra fredda – che Mosca riteneva però di aver contribuito a chiudere, non di aver semplicemente perduto – fino ai propri confini, dentro uno spazio storicamente ritenuto essenziale alla propria sicurezza. La Russia protestò. L’Occidente a trazione americana rispose, con argomenti giuridicamente impeccabili e politicamente selettivi, che gli Stati sovrani sono liberi di scegliere le proprie alleanze.
Mosca replicò, secondo una logica geopoliticamente prevedibile, che l’ingresso di Georgia e Ucraina nell’architettura militare occidentale avrebbe oltrepassato una linea rossa (per delucidazioni, bussare alla porta dell’ex direttore della Cia William J. Burns 10). Il problema è che la storia non era finita. Era venuto meno, temporaneamente, l’equilibrio di potenza per effetto di un improvviso vuoto di potere. Molti scambiarono quella parentesi per il superamento definitivo della logica dell’equilibrio. Ma la distribuzione della potenza, come ricorda Gilpin, non è mai statica: è dinamica. Nell’illusione unipolare, tuttavia, non solo la supremazia statunitense veniva concepita come definitiva, ma la sua benigna espansione non appariva neppure come esercizio di potenza, perché ordine e potenza avevano finito per coincidere nella Pax Americana.
Per chi quell’ordine lo subiva dall’esterno, naturalmente, la percezione era opposta: ciò che il vincitore chiamava «ordine basato su regole» appariva al vinto universalizzazione della potenza altrui, vale a dire un progetto egemonico. Chi ha responsabilità di governo dovrebbe sapere che spiegare non significa giustificare. Significa comprendere. Ripetere che l’invasione russa viola il diritto internazionale non risolve il problema: identifica il sintomo sul piano giuridico, senza risalire alle cause politiche che lo hanno prodotto. Gli Stati Uniti non considererebbero una questione puramente giuridica l’installazione di un’alleanza militare cinese lungo il Rio Grande, in Messico. Pechino non considererebbe una questione puramente giuridica l’ingresso di Taiwan in un’alleanza militare americana. Nessuna grande potenza nella storia ha ritenuto irrilevante ciò che accade militarmente ai propri confini. Londra, che dei suoi interessi ha sempre avuto un concetto piuttosto vasto, non lo ritenne irrilevante neppure quando, nel 1982, intervenne militarmente nelle Falkland, a migliaia di chilometri dalla Gran Bretagna. Nessuna potenza potrebbe ritenere che le scelte strategiche dei vicini non la riguardino. Pretendere che la Russia fosse la prima a farlo era una scommessa, secondo gli stessi diplomatici americani, azzardata. Immaginare le conseguenze ultime – e, con il senno del poi, inevitabili – del suo rifiuto era tuttavia esercizio al quale la sindrome della fine della storia ci aveva disabituato.
Arriviamo al punto: la libertà (o, sul piano normativo, il diritto) di uno Stato di scegliere la propria collocazione geopolitica e le proprie alleanze può entrare in collisione con l’interesse strategico o di sicurezza di una grande potenza a impedirlo. Cuba docet. L’una pertiene al mondo ideale e soggettivo del diritto, l’altro al regno mondano e oggettivo della politica. Ma dalla legittimità di un principio non discende la necessità della sua effettualità.
Fra dover-essere e realtà si frappongono le condizioni concrete della storia, con le quali la politica è chiamata a misurarsi. Governare la tensione tra «diritti nazionali», rivendicati da una classe dirigente, e «vincoli esterni», imposti dal contesto internazionale, è precisamente l’essenza della leadership. Pretendere, in nome di un concetto astratto di libertà, di potersi sciogliere dai vincoli della realtà, di cui i rapporti di forza sono parte essenziale, è invece la definizione stessa di hybris. E quanto più in alto uno statista si innalza sulle ali di cera della pura ambizione, tanto più tragicamente il suo popolo è destinato a infrangersi sugli scogli del limite.
Gli Stati, infatti, come gli individui di cui sono composti, sono tutto fuorché incondizionati: sono anch’essi gettati nel mondo e nella storia, inseriti in un contesto geopolitico che non hanno scelto, ma in cui si trovano di fatto a esistere e a progettarsi. La storia punisce le collettività che, in preda a deliri di onnipotenza, pretendono di potersi astrarre da tali condizionamenti in nome di un’idea assoluta, dunque irrealistica, di autodeterminazione. È precisamente da questa negazione del limite che nascono le tragedie della storia.
Inteso in senso assoluto, infatti, il principio di autodeterminazione non genera ordine ma conflitto: quando pretese egualmente sovrane diventano incompatibili, il diritto non è in grado di ricomporre il loro confliggere e sciogliere la contraddizione. Riaffiora allora il principio elementare sul quale poggia, in ultima istanza, ogni forma di ordine (anche internazionale): il potere. E con essa l’elemento inevitabilmente fittizio di ogni rappresentazione puramente normativa dell’ordine internazionale. Sotto l’eguaglianza giuridica degli Stati continua infatti ad agire la loro radicale diseguaglianza politica: capacità, potenza, interessi e rapporti di forza non scompaiono per il fatto di essere rivestiti di forme giuridiche. Al contrario, essi costituiscono il sostrato materiale entro il quale il diritto nasce, viene interpretato e può essere effettivamente applicato.
La potenza delimita così il campo del possibile. E come la massa curva lo spaziotempo, così le grandi concentrazioni di potenza deformano lo spazio geopolitico circostante, restringendo la libertà effettiva degli Stati che vi gravitano. È questa deformazione che chiamiamo «sfera d’influenza». Il diritto internazionale non può risolvere conflitti assoluti sulla natura dell’ordine internazionale, perché non precede la politica degli Stati come un ordine esterno e a essi sovraordinato: nasce dalla prassi, dalle regole e dalle istituzioni che gli stessi Stati, soggetti di una comunità internazionale anarchica, riconoscono come vincolanti. L’insieme delle sue norme riflette l’importanza che essi attribuiscono alla ricerca e al mantenimento dell’ordine internazionale; ma la legittimità e l’efficacia di quell’ordine dipendono, in ultima istanza, dal grado in cui gli Stati continuano a riconoscerlo e sostenerlo.
Ne discende che il diritto internazionale, naturalmente, non abolisce né la potenza né l’uso della forza: tenta di disciplinarli. Quando visioni opposte dell’ordine entrano in collisione, il velo giuridico sparisce e riaffiora ciò che gli soggiace, vale a dire il rapporto di forza. In tal caso esistono, in ultima analisi, due modi per risolvere il conflitto: mediante un accomodamento oppure mediante la prevalenza di una parte sull’altra. Nel secondo caso la questione assume i contorni di una prova di forza e dunque – arte militare insegna – di un esercizio di strategia: quale risultato è lecito aspettarsi dal ricorso alla violenza e quale livello di coercizione è razionale sostenere?
Ritornando alla guerra d’Ucraina: se, come vorrebbe un certo bellicismo da salotto nel quale riaffiora una mai sopita (italica) ebbrezza futurista per la guerra, l’obiettivo della «pace giusta» richiedesse uno scontro militare con la Russia, con inevitabile rischio di escalation nucleare, il mezzo entrerebbe in manifesta contraddizione con il fine. Se invece quello scontro non è contemplato – e c’è da augurarsi che nessuno voglia cimentarsi nuovamente nell’impresa che riuscì così bene a Napoleone e Hitler – e posto che la prosecuzione della guerra non può imporre l’esito cercato, il compromesso cessa di essere un’opzione tra le altre e diventa l’unica via. A quel punto, boicottare il compromesso per non premiare l’aggressore significa condannare il diritto a fare naufragio su sé stesso: un sistema di regole concepito per limitare la violenza tra Stati finirebbe per legittimarne il dilagare. Senza garantire né la sconfitta dell’aggressore né il trionfo sulla giustizia, ma aggravando sia il problema della sicurezza sia quello dell’ordine.
Vincere la pace
Il problema ucraino, nella sua tragicità, è soltanto un tassello di un mosaico molto più grande. Quello dell’ordine internazionale. Mentre i governanti paiono intenti a marciare allegramente verso il baratro, nell’antica illusione di una guerra frisch und fröhlich, agli statisti spetta alzare lo sguardo oltre il campo di battaglia e porsi la domanda che conta: quale ordine europeo vogliamo costruire quando questa guerra sarà finita? L’esperienza, anche presente, insegna che l’Europa non può conoscere né pace né prosperità senza un ordine stabile; e la stabilità, a differenza di quanto la retorica del momento vorrebbe suggerire, non è mai stata il portato della vittoria del Bene sul Male, quanto piuttosto di un equilibrio limitato nelle sue pretese morali, ma assai più ambizioso nelle sue implicazioni politiche: un ordine che le principali potenze considerino sufficientemente legittimo da non tentare continuamente di rovesciarlo. È la lezione fondamentale dell’Ottocento europeo.
Nel 1815 i vincitori di Napoleone avrebbero potuto umiliare definitivamente la Francia. Non lo fecero: la reintegrarono nel Concerto europeo perché compresero che un ordine costruito contro una grande potenza sarebbe stato necessariamente un ordine precario. L’ordine europeo che seguì non fu giusto secondo i nostri criteri. Non fu liberale. Non fu nemmeno pacifico in senso assoluto: non eliminò guerre, rivoluzioni o rivalità. Ma evitò per un secolo una nuova guerra generale europea. Il suo segreto non risiedeva nelle pacche sulle spalle, nelle ostentazioni di familiarità o nelle patetiche espressioni di intimità personale a cui la politica contemporanea sembra affidare il surrogato della diplomazia, ma nell’equilibrio di potenza temperato dalla legittimità. Durò, con tutte le sue imperfezioni, sorprendentemente a lungo. L’opposto accadde quando la pace fu concepita principalmente come strumento di punizione e quando intere potenze furono lasciate fuori dall’ordine o determinate a revisionarlo (vedi pace di Versailles).
La Russia del XXI secolo non è la Francia di Luigi XVIII e Putin non è Talleyrand. Le analogie storiche non possono che fornire tracce, ma possono forse aiutarci a ricordare princìpi che la tecnologia non ha cancellato. Uno di questi è quello che il maestro Kissinger, da tutti lodato e da nessuno seguito, ha lasciato come eredità spirituale: non esiste un ordine internazionale stabile se la maggiore potenza nucleare del mondo considera quell’ordine una minaccia esistenziale alla propria sicurezza.
È questo il problema che ci attende con la Russia. Possiamo desiderare che scompaia, come più d’uno a Kiev ha fantasticato: non scomparirà. Possiamo sperare in una Russia meno aggressiva e assertiva, ma il dato di fondo non muta. La Russia resterà dove la geografia l’ha collocata molto prima di Pietro il Grande: accanto all’Europa. Siamo destinati a conviverci. Dobbiamo dunque scegliere se vogliamo costruire un assetto europeo con la Russia o mantenere indefinitamente uno stato di conflittualità permanente contro la Russia. È il problema che Kupchan – professore alla Georgetown University e già consigliere di Obama – pone su scala globale nel suo ultimo studio: costruire un ordine capace di risultare accettabile a potenze che non condividono né lo stesso regime politico né lo stesso orizzonte storico. Organizzando la convivenza tra centri di potenza portatori di princìpi, interessi e culture politiche differenti 13. Riconoscendo che un simile ordine non potrà che fare i conti con il riemergere (o, più esattamente, con la persistente realtà) delle sfere d’influenza. Inevitabile deformazione dello spazio strategico in prossimità di grandi masse geopolitiche e limite ultimo che la distribuzione della potenza oppone alla pretesa di tradurre l’autodeterminazione in principio assoluto.
In assenza di un simile «concerto globale», resta la prospettiva di un equilibrio armato permanente: una condizione di conflitto irrisolto, cristallizzato in uno stato di conflittualità latente. Alcuni lo reputano inevitabile. Ma persino un simile equilibrio, a ben vedere, sarebbe destinato a misurarsi con la Russia. A riprova che non può darsi un ordine continentale, prima ancora che globale, che possa escludere una delle maggiori potenze che lo compongono. Qualunque architettura durevole della sicurezza europea dovrà, prima o poi, tradurre la presenza e la potenza della Russia in qualche forma di rapporto regolato: limiti, obblighi e aspettative reciproche sufficientemente definiti da rendere la competizione compatibile con la stabilità, fondamento della cooperazione internazionale.
Per questo, mentre droni, algoritmi e satelliti ci convincono che stiamo combattendo la prima guerra del futuro, potrebbe essere utile riaprire qualche libro sull’Ottocento. Non per sfoggio di erudizione. Perché Metternich sapeva qualcosa che l’Europa contemporanea sembra aver dimenticato: vincere una guerra e costruire un ordine sono due mestieri completamente diversi. E sulla soglia di ogni politica futura che aspiri a costruire vorremmo vedere incise le parole con cui Kissinger condensò la lezione dell’«ordine restaurato» dopo lo sconvolgimento dell’epoca napoleonica: «La logica della guerra è il potere, e il potere non conosce limiti intrinseci. La logica della pace è la proporzione, e la proporzione implica limitazione. Il successo della guerra è la vittoria, il successo della pace è la stabilità. È la tentazione della guerra di punire, è il compito della politica di costruire».