La conservazione delle vetrine rotte
di Claudio Capo - 26/10/2026

Fonte: Claudio Capo
È la conservazione delle vetrine rotte. Nient’altro che la conferma del paradigma degli utili idioti – che i veri idioti faticano a comprendere, da una parte, il buonsenso del “signora mia, dove finiremo?”, dall’altra. Due modi diversi per accoltellare Machiavelli alle spalle. Lati speculari della medesima incapacità di distinguere i mezzi dai fini, il gesto dalla sua funzione, la superficie delle cose dalla realtà dei rapporti di potere che le attraversano. Mutatis mutandis, George Sorel, a distanza di centovent’anni, fa ancora centro. In Réflexions sur la violence, il francese riconduce la violenza nell’alveo dell’arcaicità e la forza alla manifestazione di una potenza che si afferma, si misura e si riconosce nel conflitto. Declinata in termini politici, la distinzione separa la violenza, quale espressione di una volontà di rottura, dalla forza, quale capacità di riprodurre un dominio. Questa differenziazione non è legata all’identità specifica del soggetto agente, ma alla posizione che occupa in un rapporto. In tal senso, ciò che conta davvero non è tanto chi agisce, ma la funzione che svolge la sua azione. Ciò che conta davvero non è la disponibilità dello strumento, ma la sua subordinazione a un progetto. Pertanto, un soggetto può esercitare violenza nel conquistare il potere, ma anche ricorrere alla forza per mantenerlo.
Ora, tutto questo appartiene al “politico” e, in uno spazio depolarizzato come quello attuale, non sembrano sopravvivere che simulacri. La violenza si traduce in una valvola di sfogo del complesso d’inferiorità, in una ribellione che si esaurisce nell’omologazione; la forza è falsata e ridotta all’amministrazione burocratica, alla conservazione inerte di uno status quo esausto e che non ha più nulla da dire. La prima scambia la castrazione per rivolta, l’altra l’impotenza per stabilità.
“Chi dice umanità cerca di ingannare”, scrive Schmitt. È il sospetto radicale verso ogni pretesa di sottrarre il conflitto alla politica, di rivestire interessi particolari con gli abiti solenni di un’universalità indiscutibile. La violenza per un “mondo più umano” e la forza invocata per “conservare l’umano” sono paccottiglia dello stesso discorso. Perché quando l’“umano” diventa una parola d’ordine, quando il "bene" si trasforma in un argomento che chiude ogni storicità, ciò che resta non è il superamento del conflitto, ma la sua degradazione in spettacolo, tra esaltazione e indignazione rituale. Ed è così che si spaccano le vetrine non per abbattere il sistema (sic!), ma per confermarlo, ed è così che si ricostruiscono per non turbarlo. Risorse incappucciate, anime pie dell'umanità, grassoni incravattati: cani da guardia dello stesso padrone.
