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Il Brasile non è il cortile di nessuno

di Sergio Caruso - 26/10/2026

Il Brasile non è il cortile di nessuno

Fonte: Sergio Caruso

La rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva alla presidenza del Brasile, per la quarta volta, è un avvenimento che merita un’attenzione ben maggiore di quella che abitualmente la stampa europea riserva alle vicende politiche dell’America Latina. A quasi 81 anni, Lula ha ottenuto oltre 64 milioni di voti, superando Flávio Bolsonaro e confermando la straordinaria longevità politica di un uomo che, partito dalla condizione di operaio metalmeccanico e dirigente sindacale, ha saputo costruire un rapporto duraturo con una parte consistente del popolo brasiliano.
Per comprendere il significato di questa vittoria occorre guardare soprattutto alla politica internazionale. Lula ha rappresentato, fin dal suo primo mandato nel 2003, una delle espressioni più autorevoli della volontà latinoamericana di affrancarsi dalla tradizionale subordinazione politica ed economica agli Stati Uniti. Ha coltivato rapporti con Washington senza accettare che le scelte del Brasile fossero determinate dagli interessi strategici americani, ha rafforzato le relazioni con la Cina, la Russia, l’India e il continente africano, ha contribuito alla nascita dei BRICS e sostenuto con continuità il principio di un ordine internazionale multipolare, nel quale anche i grandi paesi del Sud globale possano esercitare un ruolo autonomo.
Questa impostazione ha restituito al Brasile una dimensione diplomatica coerente con il suo peso demografico, economico e territoriale, facendo di Brasilia un interlocutore capace di dialogare con potenze e sistemi politici diversi, anche quando le loro posizioni entrano in contrasto con quelle degli Stati Uniti.
La forza politica di Lula trova tuttavia le sue radici soprattutto all’interno del paese. I programmi di contrasto alla povertà, l’ampliamento dell’accesso all’istruzione e le politiche sociali avviate durante i suoi primi governi hanno contribuito a consolidare il legame con le classi popolari, in particolare nelle regioni più povere del Brasile. Un rapporto che ha attraversato sconfitte, vicende giudiziarie, il carcere e il successivo annullamento delle condanne, fino al ritorno alla presidenza nel 2022.
La sfortunata parentesi della presidenza di Jair Bolsonaro, dal 2019 al 2022, ha rappresentato una profonda discontinuità, tanto nelle politiche interne quanto nell’orientamento internazionale del Brasile. Anche quella stagione, però, ha espresso un consenso elettorale reale, che purtroppo continua a esistere e che il risultato odierno, con quasi il 48,21% dei voti assegnati a Flávio Bolsonaro, rende impossibile ignorare.
La nuova vittoria di Lula assume dunque un significato che supera i confini brasiliani. In un continente nel quale Washington continua a considerare la propria influenza un elemento essenziale della sua sicurezza e della sua politica estera, il Brasile conferma, attraverso le urne, la scelta di una leadership che rivendica il diritto di decidere autonomamente le proprie alleanze, i propri interessi economici e il proprio ruolo nel mondo.
È questa, probabilmente, la dimensione geopolitica più importante della rielezione di Lula: la continuità di un progetto di sovranità nazionale sostenuto da un consenso popolare che, pur tra contraddizioni e forti opposizioni, ha resistito a oltre vent’anni di profonde trasformazioni politiche e sociali.