La scuola "inclusiva" che non garantisce il diritto allo studio
di Antonio Catalano - 22/09/2026

Fonte: Antonio Catalano
Partiamo da una premessa. Quando si ideologizzano questioni che andrebbero invece affrontate secondo la semplice regola del buon senso, diventa esercizio vano provare a portare con raziocinio argomenti che non debbano dimostrare che l’erba è verde. E questo succede sia per il tema in questione che per altri, per i quali la logica di schieramento ormai prevale, domina forse è meglio dire, sulla possibilità di “ragionare”. Ed è evidente come entrambi gli schieramenti, di destra e di sinistra, siano aggrappati come l’edera al muro a posizioni “identitarie” sulle quali coltivare le rispettive fortune.
A meno che non si vogliano mettere in discussione i capisaldi di una politica che dà per scontato alcune cosucce, l’immigrazionismo e con esso la condivisione di una politica economico-militare UE che si muove a passi di elefante nella direzione di un conflitto bellico con la Russia, da questa individuata come l’agnello sacrificale da immolare sull’altare della propria “rinascita”.
Ma per amore di verità, non per appartenenza, devo ammettere che mentre la destra “cavalca” temi avvertiti dalla popolazione come reali (sicurezza, ordine pubblico, immigrazione massiccia…) la sinistra cavalca invece temi ideologici sventolati da minoranze agguerrite e fortemente ideologizzate (genderismo, ambientalismo, accoglientismo…). Per cui succede che affrontando determinati temi secondo il criterio del rispetto del principio di realtà si viene automaticamente etichettati dalla sinistra come di destra, con tutte le declinazioni del caso (fascista, omofobo, sessista, razzista…). Ciò determinando, inevitabilmente, una certa radicalizzazione che porta gli ambienti popolari, quelli meno o per niente inclini a suggestioni immaginifiche e fuori dalla realtà, a simpatizzare per la destra. Come ormai si registra un po’ ovunque. Cosa che invece di far riflettere la sinistra porta costei a strillare ancora più forte contro le “destre che avanzano” e a rafforzare quei posizionamenti ideologici che hanno portato all’allontanamento dei ceti popolari dalla sua orbita.
Per quanto mi riguarda, ormai da tempo mi sono sottratto a questa logica binaria e di sistema, avendo compreso la necessità del superamento di categorie (destra-sinistra) ormai svuotate del loro significato storico, per abbracciare il sovranismo popolare. Una politica ispirata al principio dell’autodeterminazione dei popoli che metta al centro gli interessi del moderno proletariato. La cui composizione non corrisponde più a quella novecentesca, in quanto vi sono stati potenti processi di trasformazione. Oggi possiamo benissimo parlare di necessità di considerare una nuova composizione, formata dal mondo del lavoro dipendente, dai ceti medi impoveriti dalla crisi, dall’esercito delle partite Iva e dalla piccola e anche media imprenditoria. Non tener conto di questa nuova realtà sociale vuol dire ignorare i grandi cambiamenti e fare un po’ come quel soldato giapponese che pensava di essere ancora in guerra nonostante questa fosse finita trent’anni prima.
Ma veniamo, dopo questa lunga premessa, all’oggetto dell’intervento. Il governo Meloni ricorda qualcosa che già molto tempo addietro aveva firmato l’allora presidente della Repubblica Azeglio Ciampi e controfirmato dall’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, dall’allora ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer e dall’allora ministro della Solidarietà sociale Livia Turco. Stiamo parlando del governo D’Alema (1988-1999). Cioè che «l’equa distribuzione degli alunni stranieri serve per favorire l’apprendimento della nostra lingua e facilitare l’integrazione» (art. 45 Dpr 1999).
La proposta del presidente Meloni è quindi in piena sintonia con questa impostazione. Siamo quindi alla classica situazione in cui ci si rifiuta di riconoscere che l’erba è verde. Cioè che la presenza eccessiva di alunni non italofoni per classe non favorisce nessuno. Per il semplice motivo che se in classe ci sono tanti alunni che parlano (e comprendono) male la lingua italiana, o addirittura non la parlano affatto, è inevitabile che la didattica registri una frenata e quindi non si possa sviluppare secondo normale e prevista programmazione. Ma io direi che sia sbagliato introdurre anche un solo alunno che non parli bene la lingua nazionale. Bisogna conoscere la lingua, la quale deve essere garantita innanzitutto a partire dagli ambienti familiari di provenienza, poi in determinati passaggi preliminari. Non è che ci voglia un grande acume per comprendere che senza conoscenza della lingua nessun processo educativo può essere avviato. Qui sto parlando della scuola, naturalmente. È solo questione di buon senso. E chi lavora nella scuola, come il sottoscritto, sa bene quanto sia difficile, se non impossibile, spiegare argomenti rivolgendosi ad alunni che hanno una scarsa, se non nulla, alfabetizzazione nella lingua italiana.
Eppure, apriti cielo, si aprono le cataratte dell’opposizione ideologica, la quale finge di dimenticare che trent’anni prima era stato un governo amico a definire questa impostazione. Si scatena così la solita battaglia ideologica ruotante intorno all’abusato concetto di “inclusione”, arma ideologica per introdurre forzatamente elementi propagandistici nel corpo scolastico, visto che qui limitiamo il discorso appunto alla scuola. Come, tanto per capirci con alcuni concreti esempi, attraverso la campagna contro il bullismo, con la quale si sono introdotti temi cari al genderismo, così come, e ancor più energicamente, accade per la strumentale e cosiddetta educazione all’affettività, che altro non è che l’indottrinamento contro gli “stereotipi di genere” a partire dai bambini della materna.
In nessuno degli allarmati inclusivisti si affaccia il dubbio che si tratti di una norma di buon senso. Non si può infatti insegnare decentemente in una scuola se mancano i presupposti della conoscenza della lingua su cui è fondato l’insegnamento. Perché non c’è nessuna inclusione se non si è in grado di comprendere la lingua attraverso cui è veicolata la didattica, la quale, per essere compresa, a queste condizioni, non può che esprimersi al livello minimo, super semplificato, il che vuol dire negare il diritto allo studio non solo agli alunni italiani ma anche a quegli alunni figli di immigrati ormai integrati che parlano correntemente la nostra lingua.
E così succede che specialmente nelle scuole a forte estrazione popolare si creino classi-ghetto composte prevalentemente da alunni non italofoni. Fenomeno, e siamo sempre alla solita, ma centrale questione sociale, nello specifico di classe, che vede una profonda differenziazione tra scuole periferico-popolari e scuole centrali prevalentemente frequentate da alunni di estrazione medio-alta borghese. In queste ultime neanche si pone la questione della cosiddetta inclusione, quando v’è presenza di alunni non italiani di solito si tratta di figli di diplomatici, ambasciatori, comunque di gente appartenente ad ambienti di élite.
Non va bene che ci siano classi nelle quali si arriva a percentuali, come succede in molte scuole, specialmente del Nord, dove si raggiungono percentuali a dir poco elevate. Come accade, tanto per fare qualche esempio, all’istituto “Giulio Cesare” di Mestre, dove si va oltre il 90% dei bambini iscritti in prima elementare di origine straniera; oppure, alla primaria A. Volta” di Fiumicello (Brescia) dove si arriva al 75%. Ben oltre il limite del 30% già indicato da una circolare ministeriale del 2010.
La retorica dell’inclusione non si pone la questione fondamentale: si può a queste condizione continuare a parlare di diritto allo studio? Una vera e propria integrazione a livello scolastico – ma in più in generale nella vita sociale – richiede la conoscenza della lingua del Paese dove si vive. Precondizione perché ci possa essere un corretto e adeguato percorso scolastico che non penalizzi nessuno, che siano italiani o figli di immigrati integrati.
