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Le donne che non vogliono più fare le donne

di Franco Maloberti - 18/01/2026

Le donne che non vogliono più fare le donne

Fonte: Come Don Chisciotte

Guardiamo la natura ogni tanto! Ci sono molti filmati divulgativi che mostrano la vita degli animali. Invariabilmente si vede che la maggiore preoccupazione degli animali, oltre alla sopravvivenza, è la conservazione della propria specie. Si vedono buffe recitazioni da parte dei maschi per attirare le femmine e lotte con altri maschi per prevalere e compiere l’atto sessuale di natura riproduttiva. Quando il risultato è ottenuto, dopo la riproduzione, le femmine, nella quasi totalità dei casi, fanno di tutto per proteggere i figli, coadiuvate dai maschi in qualche modo. E i figli sono legati alle madri da un legame di difficile comprensione, molto più di ciò che si chiama amore filiale: una sorta di connessione paranormale, un sesto senso. Se, ad esempio, un piccolo pinguino si perde in mezzo a una colonia di dimensioni incredibili, cerca la madre con un’ansia e un’assiduità inverosimili e, dopo tanto cercare, la trova anche se è una tra mille o forse di più. Le strategie di difesa dei figli sono diverse: ad esempio, l’orsa polare li protegge per due anni, insegnando loro la caccia e la sopravvivenza nel gelo. Il ghepardo alleva i cuccioli in isolamento e li sposta di frequente per nasconderli ai predatori. Tra gli elefanti ci sono le matriarche che proteggono i piccoli del gruppo. Quindi, la natura insegna che, per la sopravvivenza della specie, la riproduzione e la protezione dei piccoli sono fondamentali.

Anche il genere umano, che è un animale, aveva preoccupazioni simili. In realtà esistono ancora popoli che si “ispirano” alla lezione della natura, come, ad esempio, i poveri dell’Africa o i musulmani, il cui tasso di fecondità è superiore a due. Nel non lontano passato, anche i paesi del cosiddetto Occidente progredito erano “ispirati” dalla lezione della natura. Ad esempio, nel secondo dopoguerra in Italia, le famiglie con quattro o più figli rappresentavano circa un quinto del totale. Le spiegazioni, abbastanza sciocche, sono che quel fenomeno, oggi ritenuto disdicevole, dipendeva dalla bassa istruzione, forse da credenze religiose e dal fatto che i figli costituivano una forza lavoro. Mai nessuno diceva che l’elevata natalità fosse dovuta al naturale istinto di conservazione della specie. Tanti figli erano la risposta all’alta mortalità, come osservato in alcune specie animali, e le donne erano le protagoniste principali del processo. Quelle escluse erano chiamate zitelle, sinonimo di donne che non hanno trovato marito, inacidite e di carattere bisbetico.

L’evoluzione dal mondo antico a quello moderno ha demolito molti capisaldi della conservazione della specie e, prima di tutto, il matrimonio. Il matrimonio non è solo un’unione legale, morale o affettiva tra esseri umani, ma è l’equivalente della più piccola struttura sociale del mondo animale. Molti animali, evolutisi per garantire la protezione del partner debole e per aiutarlo a proteggere e nutrire la prole, sono monogami: vivono in coppia, formando legami che durano tutta la vita, come ad esempio le aquile, i pappagalli, i lupi, i castori, le lontre e così via. Operano insieme per costruire il nido e allevare la prole e restano fedeli per tutta la vita.

La legge sul matrimonio stabilisce che i coniugi hanno gli stessi diritti e doveri (Codice Civile, artt. 143-147), ma il matrimonio viene visto da molte donne come il seguito del patriarcato che avrebbe subordinato la donna per secoli, con radici che risalgono e vanno oltre l’antica Roma, che aveva un sistema sociale dominato dal “pater familias” con la donna legalmente inferiore e economicamente dipendente. In realtà, le donne dell’antica Roma svolgevano un ruolo importante nel dirigere la vita domestica ed erano consigliere del marito nelle decisioni relative agli affari politici. Inoltre, amministravano il patrimonio e godevano della parità di successione. Le proteste delle donne dell’antica Roma riguardarono il divieto di indossare abiti di lusso e una legge che imponeva una tassa speciale alle donne più ricche. Sembra, inoltre, che non si siano mai opposte al loro stato, oggi definito quasi schiavismo. Ovvero, erano soddisfatte di essere donne, nel senso “selvaggio” del termine.

L’emancipazione della donna, ovvero il cammino per ottenere la parità di diritti tra donne e uomini – voto, accesso all’istruzione e al lavoro, ma anche divorzio e aborto – ha visto in Italia, come tappa rilevante, la riforma del diritto di famiglia del 1975. Si deve dire che, dopo mezzo secolo, quella riforma e le leggi che si sono susseguite hanno determinato una galoppante denatalità che ora minaccia la scomparsa non della specie, ma della nostra gente e della nostra cultura (cosiddetta) avanzata. I nostri maschi progrediti (perché dotati di laurea) non sono incentivati alla ricerca “dell’anima gemella”, dato che vedono che questa spesso si trasforma in un carico finanziario per l’assegno divorzile, nella perdita dell’abitazione (se si è avuta la sventatezza di fare figli) e nell’eventuale dimezzamento del TFR. Peraltro, il sesso è ormai libero, ed è praticato esclusivamente per diletto; la gravidanza è evitata da pilloline miracolose e, se si sbaglia, c’è l’aborto, sempre più praticato a gestazione avanzata. Non voglio dire che il piacere sia disdicevole, anzi, una sessualità libera e aperta potrebbe essere la soluzione alle tante frustrazioni e alla noia che derivano spesso dal matrimonio monogamico. Il bonobo, o scimpanzé nano, potrebbe essere un buon esempio. Le sue frequenti prestazioni sessuali non hanno solo una funzione riproduttiva, ma anche una funzione sociale di consolidamento delle relazioni tra i membri del gruppo. Si ha anche una maggiore probabilità di fecondazione della femmina. Fecondazione, appunto.

 

 

Un effetto “secondario” della liberazione sessuale è la nascita di due categorie: “donne che non riescono a fare le donne” e “donne che non vogliono fare le donne“. Alla prima categoria appartengono quelle che dilazionano il più possibile il concepimento, fino a 35-40 anni, un’età in cui la fertilità è ridotta al lumicino. A questo punto nasce il desiderio di un figlio e, dato che non riescono a farlo, vogliono prendere (o rapire, legalmente, adottare) i figli di donne vere, casomai, con la complicità della seconda, più deleteria, categoria. Questa pratica, in Italia, è preceduta dall’assegnazione di bambini a comunità residenziali o strutture “educative” (sic!). Queste, nel 2023, sono state 26.010 (12.632 con permanenza di almeno cinque notti alla settimana [1]). Peraltro, l’affido “rende” poco in termini di adozioni, poiché queste rappresentano solo una minuscola percentuale degli affidi. Sorge allora il dubbio che la motivazione dell’affido, ovvero lo strappare un bimbo alla famiglia, sia diversa dal soddisfare il desiderio della prima categoria, piuttosto che da quanto ambito dalla seconda.

Le donne che non vogliono essere donne sono una moderna edizione, consenziente, delle zitelle di un tempo. In sostanza, una degenerazione del femminismo. Potremmo chiamarle zitelle 2.0. Queste sono femministe arrabbiate con una visione intransigente del patriarcato e del genere. Approvano e aderiscono alle idee del movimento coreano 4B, che prefigura il non uscire con gli uomini, il non sposarsi, il non avere rapporti sessuali, il non avere figli. Tutte le cose che intralciano la scalata verso il potere e un guadagno “da uomini ricchi”. Vanno oltre la lotta, spesso immaginaria, contro la “misoginia” (odio per le donne) e sono affette da una profonda “misandria” (avversione per gli uomini). Le zitelle 2.0 non sono sciatte come le antiche zitelle, ma sono ben curate, con i capelli dipinti e si vestono con discreta eleganza, scegliendo spesso il colore “greige”, inventato da Armani.

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Avendo per obiettivo superare e umiliare gli uomini, raggiungono posizioni apicali ricorrendo anche all’arma della civetteria simulata. Sono, ad esempio, rinomate avvocate, potenti esponenti della magistratura o parlamentari. Ovviamente, incassano stipendi che una comune donna operaia nemmeno sogna. Il denaro, peraltro, non è di grande importanza per le zitelle 2.0; ciò che conta è esercitare il potere per affermare i propri convincimenti. Tra questi, prima di tutto c’è l’odio per gli uomini. A questo proposito, l’autrice dell’articolo [2], che usa * per non distinguere il maschile dal femminile ed era della stessa categoria, definisce le zitelle 2.0 come femministe cattive e ne spiega bene i sentimenti. Spiega che quelle donne, ovunque vadano, vedono perlopiù uomini cattivi, sessisti, maltrattanti e violenti. Uomini da odiare. Pensa che loro sono paladine della giustizia trattate ingiustamente e gli uomini, una massa di stronzi. Invece, questa famigerata categoria” di “stronzi” è un’esigua minoranza, ben rappresentata nelle statistiche della psicologia e della psichiatria. Casi eclatanti di violenza e di uccisione, spesso dovuti a disturbi psichici o alla droga, vengono enfatizzati dai mezzi di informazione e anche dai governanti, stimolando così, nelle menti malate, un senso di emulazione. La conseguenza finale, ovvia, è un’aumentata demonizzazione del maschio e un incentivo allo zitellaggio.

Un secondo convincimento delle zitelle 2.0 è che i bambini sono una cosa sgradevole. Sono il frutto di ciò che pensano sia uno stupro che, al momento del parto, provoca un dolore indicibile. La nascita dei bambini, evento pur disdicevole, va bene solo con la gravidanza surrogata, svolta da donne di seconda categoria. Arrivano a dibattere dell’insano concetto di “bambino di proprietà”, e lo fanno non per riferirsi ai casi isolati di comportamenti criminali, ovviamente da stigmatizzare, bensì per dissacrare il legame extrasensoriale tra madre e figlio. Per le zitelle 2.0, i bambini sono come un’automobile la cui proprietà è registrata al PRA e che può essere confiscata per guida in stato di ebbrezza, guida senza patente o assenza di assicurazione. I bambini-automobile possono essere requisiti e rivenduti: non hanno una spiritualità piena di sogni e ingenuità, non hanno necessità di provare emozioni, di elaborare pensieri che fanno comprendere il mondo, né di amare ed essere amati, né di comprendere, né di esplorare, attraverso il gioco, ciò che li affascina. NO! Per loro, come per una macchina che deve avere una bassa svalutazione, servono solo la presunta protezione dei dieci vaccini e la verifica delle regole standard e formali di istruzione e sicurezza; più o meno, come un’auto, senz’anima, che deve avere l’assicurazione, la marmitta catalitica e gli abbaglianti non troppo alti. Per questa visione, le leggi dello Stato aiutano: se manca una vaccinazione, tipo quella per la pertosse, che, a quanto pare [3], serve a ben poco ma è un “bonus” per le multinazionali farmaceutiche, si vieta ai bambini l’iscrizione alla scuola. C’è l’obbligo scolastico fino a tardi negli anni, ma non importa che la scuola sia sempre più popolata da docenti precari, sottopagati e scarsamente motivati, che si tratti di un ambiente che spesso genera disagio, ansia, emarginazione e un crescente bullismo (la percentuale dei casi è del 30%), con gravi ripercussioni sulla mente dei più indifesi. Quello che conta è l’attenersi alle regole, spesso stupide, che le potenti zitelle 2.0 conoscono e interpretano per punire gli uomini e far soffrire i bambini.

La transizione dal mondo antico a quello moderno ha causato un significativo aumento del costo della vita, anche a causa dello stimolo al consumismo e della crescita irrazionale dei prezzi immobiliari. I giovani di oggi, poi, hanno invertito i valori. Al primo posto non ci sono la famiglia e i figli, ma la sicurezza economica e un certo benessere. Per ottenerli, si deve lavorare in due, non solo per stretta necessità, come succedeva nelle società contadine, ma anche per “godere” di vantaggi effimeri, quali il telefonino di ultima generazione, il week-end sulle piste da sci, l’apericena nel bar più lussuoso. E per questo si sottopongono a ore di pendolarismo e a “fatiche” anche psicologiche che, forse, non valgono il vantaggio desiderato. C’è poi la necessità di “realizzarsi”. Nondimeno, molto spesso, i giovani “non si sentono pronti” perché servono una casa, i mobili, le risorse per le vacanze, i soldi per gadget elettronici e quant’altro. Non è chiaro in che misura questo processo mentale influenzi l’esempio delle zitelle 2.0 (oltre a quello degli eroi del pallone), che, sgomitando, ottengono stipendi di certa importanza. Si suppone comunque che il contributo delle zitelle 2.0 sia rilevante, poiché il valore primario di questa società “evoluta” è il denaro. Invece, nel mondo antico, non c’erano tutte queste preoccupazioni ed esitazioni. In giovane età si formava una famiglia e solo dopo si realizzavano le cose che invece i giovani di oggi vogliono prima. E, stranamente, si viveva felici con una nidiata di figli festosi.

Le zitelle 2.0, quando raggiungono il “potere”, dimostrano la loro totale mancanza di empatia nei confronti degli altri esseri umani e, come bene analizzato in un recente scritto di Alberto Conti [4], si credono superiori e corazzate di una totale indifferenza alle sofferenze altrui. La mancanza di empatia verso altri che non siano esattamente come loro, è, peraltro, una caratteristica dominante di tutta la cosiddetta classe dirigente, fino al livello più alto, la presidenza della Repubblica, stante l’indifferenza mostrata per le tante uccisioni di bambini, uomini, donne e vecchi nella Striscia di Gaza, e i vantati omicidi commessi per sequestrare il Presidente di uno stato straniero, con la ridicola scusa di spaccio di droga. Come dice Alberto Conti, lo scandalo sociale non è proporzionato alla gravità dei loro comportamenti più disumani, bensì all’ipocrita indifferenza degli altri (noi compresi) che non riescono ad andare oltre e fermarli. È per questo che i prepotenti e potenti possono dominare con ogni mezzo, spesso interpretando in modo distorto le leggi o addirittura violandole, e vessano i poveri diavoli che hanno la sfortuna di finire nella rete di questi ripugnanti individui.

Come sopra mostrato, le zitelle 2.0 sono al centro di tutte le cause che provocano la denatalità, verificata dall’infimo tasso di fecondità in Italia: 1,13 figli per donna nel primo trimestre 2025. Questo significa che un’estrapolazione a fecondità costante fa prevedere che, tra quattro generazioni, gli italiani diventeranno il 10,19% di quelli attuali, ovvero spariranno. Non consola il fatto che le zitelle 2.0 non fanno figli, a meno di eccezioni fatali dovute a errori di gioventù: alla fine della loro esistenza, spariscono. Purtroppo, il clamore che fanno, amplificato da sciocche comparse, anche uomini o quasi, fanno proselitismo e perpetuano il danno.

Come difendersi e garantire, da animali coscienziosi, la conservazione della specie? È sufficiente, come suggerisce Alberto Conti, la commiserazione su larga scala da riservare a questi mostri per renderli inoffensivi? O sarà il loro sistema a punirli? Io penso che una spintarella in aggiunta sia opportuna. Comunque, è da applaudire la conclusione di Conti:

 

Per quanto ricchi e potenti siano questi personaggi, crudeli burattini pro tempore del potere ad ogni livello, resteranno sempre dei fragili poveri diavoli, rami secchi dell’evoluzione umana.

  

Franco MalobertiProfessore Emerito presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica, Informatica e Biomedica dell’Università di Pavia; è Professore Onorario all’Università di Macao, Cina, dove è stato insignito della Laurea Honoris Causa 2023.

NOTE

[1] https://www.key4biz.it/famiglia-nel-bosco-42-000-i-bambini-via-dai-genitori-in-italia/557306/

[2] https://www.bossy.it/donne-che-odiano-gli-uomini-storia-di-una-ex-femminista-cattiva.html

[3] https://www.corvelva.it/en/malattie-vaccini/pertosse/qual-e-la-storia-epidemiologica-della-pertosse.html

[4] https://comedonchisciotte.org/i-rettiliani/