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Le quattro quote

di Lorenzo Merlo - 18/01/2026

Le quattro quote

Fonte: Lorenzo Merlo

Quattro allegorie disponibili a tutti – se non già da tutti osservate – sulla cosiddetta evoluzione esistenziale, ovvero come tendere all’armonia e al benessere, lungo quel percorso detto vita.


Quota 1
Dal sentiero di fondovalle, in una bruma leggera, il pascolo mostra le diverse specie d’erbe che lo compongono. Se ne vede l’oscillazione degli steli e dei fiori e si coglie così il movimento dell’aria. Se ne ascolta il setoso frusciare che accarezza il silenzio assoluto e genera quello che sentiamo. Vediamo gli insetti volare, posarsi e ronzare. La loro presenza è uno spartito della melodia della vita. Proseguiamo partecipi e complici della coltre inavvertita cosparsa sulla vallata. Osserviamo quelli che camminano a terra, ne seguiamo l’incedere per noi illogico e altrettanto indomito. Scavalcano, scivolano, rotolano indietro ma non giudicano e così non hanno difficoltà. La resilienza avviene fuori dal pensare, fuori dal futuro e dal passato, solo nel presente, ma pare che ciò sia per noi un segreto. E poi si distinguono le pietre e i sassi piccoli come scaglie, le foglie cadute di ontani e di olmi, paglierine e scurite, i grumi di terra e le raccolte sabbiose delle piogge. E le pagliuzze, ultimo stadio disponibile agli occhi, prima che anche possenti castagni, anziane betulle e monumentali faggi, come la scienza garantisce, tornino ad essere molecole e atomi. 
Siamo alla Quota 1, reame del pensiero logico-razionale, che sebbene non sia che un atollo di conoscenza, è scambiato per il continente, il pianeta, il sistema solare, la galassia e il cosmo da chi lo abita, ignaro di disporre di un immaginario succube d’un incantesimo d’ottusità. È in quel tipo di pensiero che avviene la separazione tra le cose, è lui che crea sia il vuoto che la materia che ne riempie parte. È sempre da lui che fiorisce l’idea della realtà oggettiva, una specie di magnete, che trattiene gli uomini nel mondo delle forme, scandite dai suoi eruditi ma piccoli argomenti razionali, con i quali crede d’essere in cammino verso la conoscenza. Per i quali però, è costretto ai conflitti, le inquietudini e al mal di vivere.
La Quota 1 è anche detta Pensiero logico e materia. 

Quota 2
Quando il sapere quantitativo, in forma di ordinati dati accumulabili, cede il passo a quello energetico-contemplativo, l’avanzare cessa di essere sospinto dall’esca della vetta. È il punto in cui la valle si amplia e il sentiero prende a salire. La bruma di fondo valle si dirada rilasciando una lucidità insospettata. L’osservare si libera dalla frenesia dei particolari. Il paesaggio ora ammansito rilascia orizzonti e vedute sorprendentemente sfuggiti fino a quel momento, dai quali sfavilla e palpita una luce prima assente perché la consideravamo ovvia. I dettagli scorrazzanti che brulicavano nel mondo della Quota 1, con le loro alabarde, non invadono più gli sguardi, né la conoscenza, né radono al suolo la creatività. Al loro posto, foreste e radure, alpeggi e ruscelli, armenti e contrade non hanno il peso della prosa tassonomica, non appaiono da una descrizione, sono invece simboli, volani di liriche, provocazioni di sentimenti, e quindi di legami, tutt’altro che inconcreti e per niente minori d’importanza rispetto allo “scientificamente provato”, per certo maggiori di significato. La fatica del procedere scompare, i passi si fanno solenni e leggera la salita. La scala del sentire ha preso il posto di quella del dovere. È la circostanza della sublimazione della vita, del mondo, dell’altro, di noi. Si vede come la fiducia nel nostro giudizio sia un bisturi che ci separa dal mondo e come l’emancipazione da esso, ce ne riunisca, quasi fossero rispettivamente espressioni dell’odio e dell’amore, con tutte le loro sfumate dissimulazioni. Ci si chiede come potevamo difendere il nostro io e i suoi spartiacque fino, se necessario, alla sopraffazione, alla censura, alla criminalizzazione di chi, a nostro insindacabile diritto, l’aveva offeso o ne portava uno di differente genealogia. Allora, a questo livello, non c’è la contrada, ma lo spirito e la metafora di tutte le contrade, non la radura, ma lo spirito e la metafora di tutte le radure, non c’è la misurazione ma l’assurdità che solo la nostra quantificazione definisca l’identità di quanto osserviamo. E non c’è più neppure il vuoto né la materia che ne occupa qualche porzione, ma un solo organismo, in cui tutto è contiguo e cangiante, sempre rispettoso della nostra biografia e del suo sentimento. C’è la consapevolezza che tutto appare in quanto siamo noi a concepirlo nei pensieri e a narrarlo e che qualunque descrizione conterrà anche noi stessi. È la quota della vita piena, senza differenza né separazione tra noi e il mondo. La quota naturale dei bambini, che salendo su una scopa galoppano davvero la realtà. 
La Quota 2 è anche detta Visione lirica e sublimazione.

Quota 3
Dalle visioni-consapevolezze di Quota 2, nelle quali il mondo non è più percosso, violentato, travestito e mortificato entro la bidimensione imposta dall’incantesimo del tempo lineare né da quella positivista e neppure da quella meccanica del causa-effetto, il sentiero seguita a salire lungo il fianco della montagna. Entra nei valloni ombrosi per poi riemergere sulle costole esposte al cielo. Un’allegoria che offre di riconoscere così l’intero, l’abbraccio degli opposti che avevamo maldestramente separati, la morte come termine della vita. Ma si trattava di una superficiale concezione egoica, della quale ora se ne poteva sorridere. Nelle regioni della Quota 3, non c’è più ragione di prendere ossessivamente parte, non c’è più ragione di vantare un’immagine di sé e difenderla, non c’è più ragione di evitare i sottoscala oscuri in cui abbiamo nascosto prima a noi che al prossimo ciò che non poteva tollerare. E c’è invece la chiarezza per fare luce là sotto e riconoscere che in quegli scarti c’è la scuola della nostra evoluzione verso la saggezza, la conoscenza, il benessere, la salute. Ciò che fuggiamo è una voce che ci indica su cosa metterci al lavoro per divenire uomini compiuti, per realizzare gesti e dare esempi in forma di dono, mai più di consiglio (l’esperienza non è trasmissibile), né di pretesa occulta. Ma anche per comprendere, finalmente, che capire non conta nulla e che ricreare è necessario. Una banalità per chi ri-crea e vive artigianalmente la propria vita, ma un segreto per chi replica e amministra il già noto. A Quota 3 risulta evidente che la cognizione intellettuale si può muovere, e può avere le sue ipertrofiche soddisfazioni, solo nel coagulo di energia che dà forma alla materia, ma non alle sue correnti sottile e universali, che fluttuano ovunque, oltre il tempo, lo spazio e la piccola logica. E quando il pendio si fa ripido e la traccia zigzaga per risalirlo e la fatica, come un maestro, ci mette alla prova, alcuni saranno pronti a cogliere che solo amando, le difficoltà, da vivide e penose inaridiscono fino a dare gioia; che la meditazione, magari sulla cadenza dei passi, ha il potere di sostituirsi ai pensieri dell’orgoglio che fanno di ogni metro un peso da superare. 
Alla Quota 3 avviene la piena constatazione del potere luciferino, creatore del mondo duale, ovvero della pesante zavorra che impediva il volo dal quale osservare che il male non è estirpabile in quanto generatore del bene. Quel peso, che ci teneva sul fondo a combattere per le nostre buone ragioni e le cattive del prossimo, ora si disperde lasciandoci allibiti ad osservare l’abbraccio degli opposti, una dimensione della realtà sulla quale la cultura quantitativa ci ha insegnato a essere bulli. Come può non essere effimera l’incastellatura morale – e tutte le altre – che ogni popolo, ogni uomo, formula per sé, anche con estranee se non opposte visioni?
La Quota 3 è anche detta Meditazione e amore.

Quota 4
Se alla Quota 1 corrisponde la realtà che impariamo sui sussidiari, poi sempre ribadita fin su ai master. Celebrata con le specializzazioni nelle aule erudite delle sapienze, il cui succo ha a che vedere solo con la ricerca delle differenze formali e lo sminuzzamento delle parti, la cui sostanza guida uno status quo esiziale per uomini, animali, natura e terra intera, e col vanesio nettare della superiorità dell’uomo su tutto, nonché, quindi, con la sua indipendenza dal creato; e se alla Quota 2 corrisponde un’emancipazione e un sollievo per lo svincolo dai fili consuetudinari che ci muovevano e ci impedivano una nostra personale interpretazione del reale, non più univoco come appreso, ma totalmente soggettivo come ricreato, non più composto da parti inerti, ma come organismo ovunque senziente, sensibile ad ogni azione e pensiero, alla Quota 3 esistiamo nella consapevolezza dei pochi archetipi dell’umanità dai quali emergono le infinite forme di ogni uomo e delle sue idee, e del potere della meditazione – un Simurgh (vedi la leggenda) che rivela quanto la conoscenza sia già in noi e quanto un’opportuna ecologia di noi stessi, possa permetterci di sfruttarla, possa donarci la miglior vita. Alla Quota 4 l’apparire del mondo, che avviene solo al nostro cospetto, rivela la natura della coscienza simile alla mutevole increspatura del mare, sempre assoggettata dalle circostanze atmosferiche del cielo o della psiche, perciò, necessariamente effimera nelle sue affermazioni. 
Alla Quota 4 vediamo che la vetta non è che l’ultima illusione. Chimera o carota, luciferini espedienti non più efficaci per tenerci sotto il giogo della competizione, dell’orgoglio, del ruolo e, in generale, dell’importanza che davamo a noi stessi. È la quota in cui l’io non corrisponde più a noi, ma – per quanto con le sue ragioni storico-culturali – a un’incastellatura arbitraria che ora non è più destinataria di tutte le nostre energie, non più dominatrice dei nostri comportamenti. Siamo alla quota in cui si compiono gesti dedicati all’infinito, senza attesa di ricompensa alcuna.
La Quota 4 è anche detta Bellezza e Uno.