Maranza
di Francesco Petrone - 23/10/2026

Fonte: Francesco Petrone
Il termine maranza, oggi fin troppo abusato, nasce in tono ironico a Milano negli anni ottanta. La prima traccia è del 1988 in Jovanotti, nel brano Il capo della banda: di matti di maranza e di malati di mente, fissati con le moto e coi vestiti americani. Allora non c'entrava nulla con l'immigrazione. Voleva dire tamarro, coatto, truzzo, il tipo vistoso e un po' volgare di periferia. Era un insulto tra paninari, quasi affettuoso, originato forse da zanza, zanzara, fastidioso.
Poi succede quello che la sociologia chiama rovesciamento dello stigma. La parola nasce fuori, per deridere, e a un certo punto viene presa dentro, adottata dagli stessi giovani per dirsi. Da insulto ironico diventa etichetta identitaria.
E qui cambia tutto. Maranza smette di descrivere uno stile e diventa un contenitore comodo dove si butta dentro seconda generazione, disagio giovanile, violenza urbana, consumo vistoso. Per questo molti hanno parlato di emarginazione, perché è la diagnosi più semplice. Se è emarginato, la colpa è della società cattiva che non lo include, basterebbe includerlo maggiormente.
Ma l'emarginato è un'altra figura. È uno che è stato messo fuori, non ha scelto. Non ha lavoro, non ha casa, non ha lingua, la società lo spinge ai bordi e lui ci resta. Il disadattato è diverso. Sta dentro, va a scuola, ha lo smartphone, ha i soldi per le Nike e per il giubbotto, ma non accetta le regole del posto dove sta. Non è fuori perché non può entrare, è dentro e non vuole adattarsi.
Il maranza di cui parliamo non è emarginato in senso tecnico. Molti sono di seconda generazione, nati qui, vanno a scuola in italiano, hanno documenti, stanno su TikTok, a volte sono più dentro al consumismo di un ragazzo di un centro minore. Non è escluso dal mercato, ne è dentro fino al collo, vuole il marchio, vuole apparire, e spesso l'apparire è l'unica compensazione che gli resta.
Quello che manca non è il pane, è il patto sociale. Non crede che se studia, se rispetta le regole, se aspetta, avrà qualcosa in più. Vede che quel patto non vale nemmeno per i suoi coetanei italiani, allora se ne costruisce uno parallelo: il branco, il quartiere, l'ostentazione, la provocazione rumorosa. Per questo chiamarli emarginati è fuorviante. La domanda scomoda non è perché non li includiamo, ma perché uno che è già dentro non vuole adattarsi a quello che c'è dentro. Non è risentimento per carenza, è bisogno di recuperare un'identità che sente smarrita.
Questo ragazzo nasce qui e va a scuola dove gli dicono che per includerlo bisogna togliere. Togliamo il Natale per non offendere, togliamo la storia locale perché è colonialista, togliamo il merito perché esclude. Per essere gentili con chi arriva, azzeriamo la casa che ospita.
Poi torna a casa e anche lì l'identità è dimezzata. Se la famiglia viene da un'altra cultura, quella cultura qui non può essere vissuta fino in fondo, resta folclore tra le mura, fuori non è riconosciuta. Così non è né di là né di qua.
Il risultato è che non ha un'identità da ereditare e nemmeno una da conquistare. L'italiano medio gli dice sii come noi, ma se lui chiede come voi, cioè come, non trova risposta, perché per includerlo abbiamo tolto pezzi di noi. Gli diamo regole, wifi, bonus, ma non un racconto.
Il risentimento nasce lì, non dall'esclusione materiale ma da quella simbolica, dal sentirsi preso in giro. E allora cosa fa il disadattato? Si costruisce un'identità con quello che trova: brand visibili, drill che parla di strada, branco che dà appartenenza immediata, provocazione che almeno ti fa notare. Non è cultura d'origine né cultura d'arrivo, è una cultura di reazione al vuoto.
Non è l'eccesso di identità altrui che crea il maranza, è la mancanza di un'identità comune abbastanza forte da voler essere tradita o abbracciata. Senza quella, resta solo il disadattamento come unica identità possibile. Questo giustifica anche il disadattamento di molti italiani.
