Maranza a Milano, la vetrina rotta mostra cosa c’era dietro: commessi al lavoro la domenica, famiglie divise e chiese vuote
di Marcello De Santis - 23/10/2026

Fonte: Il Politico
Per capire perché i maranza devastano le città bisogna guardare non a chi ha rotto le vetrine, ma a ciò che le vetrine contenevano e a chi ci stava dietro. Sabato 17 e domenica 18 ottobre, mentre il corteo contro il carovita sfilava in modo pacifico, gruppi di ragazzi, molti minorenni, a volto coperto, hanno sfasciato e saccheggiato negozi tra il Duomo, corso Vittorio Emanuele, piazza dei Mercanti, San Babila e via Torino. È stato preso d’assalto anche un supermercato. La cronaca è tutta lì. Quello che manca è la domanda successiva: che cosa c’era, in quel centro, prima che arrivassero?
Una domenica pomeriggio in centro
C’era un centro commerciale a cielo aperto. Domenica 18 ottobre i negozi di via Torino e di corso Vittorio Emanuele erano aperti come ogni domenica, con i commessi in turno e le casse accese. I ragazzi che li hanno assaltati non hanno interrotto una giornata di riposo. L’hanno interrotta a chi stava lavorando nel giorno che una volta era di tutti.
Dietro ogni serranda alzata la domenica c’è una famiglia divisa a tavola. Davanti a ogni serranda c’è un’altra famiglia che la domenica la passa tra gli scaffali invece che in parrocchia, in oratorio, in piazza con i vicini. La chiesa, nel frattempo, è a cento metri. Vuota.
Nessuno aveva bisogno di un passamontagna per vedere tutto questo. Ma nessuno lo guardava. Il sasso contro la vetrina ha avuto almeno un merito involontario: ha costretto Milano a chiedersi che cosa ci fosse dietro il vetro.
Tempi moderni, novant’anni dopo
In Tempi moderni Chaplin mette Charlot alla catena di montaggio. Stringe bulloni per ore, sempre lo stesso gesto, finché il gesto lo mangia: finisce dentro gli ingranaggi, poi esce e continua a stringere bulloni su tutto ciò che vede, compresi i bottoni sul vestito di una signora. La macchina lo ha ridotto a un movimento e il movimento, impazzito, si ritorce contro la fabbrica.
Il maranza del 2026 è un ingranaggio che non ha mai girato. Nessuno lo ha messo alla catena, perché la catena non c’è più. Gli hanno tolto il padre, o il padre non c’è mai stato. Gli hanno tolto la parrocchia, il quartiere che conosceva il suo nome, il lavoro che ti insegna che le cose costano. In cambio gli hanno dato una sola lingua, quella del marchio: vali ciò che indossi. Quando spacca la vetrina del negozio di scarpe non attacca il sistema. Entra nell’unico tempio che il sistema gli ha lasciato e si prende l’ostia.
Chiamarlo disagio giovanile è comodo e sbagliato, e su questo Vincenzo Sofo ha ragione quando dice che dietro i maranza di Milano c’è altro che il disagio. Ma l’altro non è solo l’organizzazione o il modello francese. È la fabbrica che li ha prodotti: una società che ha smontato Uomo, Famiglia e Comunità pezzo per pezzo, e poi si stupisce che i pezzi vadano in giro da soli.
Perché i maranza devastano le città e perché il sistema non può capirlo
Il mondo borghese non riesce a leggere il sabato milanese perché dovrebbe leggere se stesso. Ha trasformato la domenica in un giorno lavorativo, la piazza in un corridoio tra due insegne, il sacro in una sezione del reparto benessere. Ha sostituito il vicino con il corriere e il parroco con l’algoritmo. Poi guarda il ragazzo col cappuccio e lo chiama alieno.
Non è alieno. È figlio legittimo. È cresciuto esattamente dove lo ha lasciato un sistema che misura tutto in consumo e in fatturato, e si comporta di conseguenza: consuma, e quando non può comprare prende. La sua violenza è inaccettabile e va punita, su questo non c’è discussione, e le ordinanze per i minori e gli arresti dei giorni scorsi sono dovuti. Ma punirlo senza nominare chi lo ha fabbricato è come arrestare il bullone impazzito e lasciare accesa la macchina.
Cinquecento parà per difendere la vetrina
La risposta del governo è arrivata in fretta: cinquecento parà della Folgore a Milano da sabato 24 ottobre, mezzi blindati, droni e un decreto firmato dal Quirinale. È il riflesso del sistema che si difende: altra macchina messa a guardia della macchina.
Funzionerà, nel senso che sabato prossimo le vetrine resteranno intere. Ma nessuno, in quelle misure, nomina il padre assente, la parrocchia chiusa, il quartiere che non conosce più i suoi ragazzi, il lavoro che non arriva o arriva la domenica a sei euro l’ora. Si protegge il negozio. Nessuno si chiede perché il negozio sia aperto nel giorno del Signore e perché, davanti, ci sia una fila.
Anche la piccola scena del prete che risponde col dito medio ai maranza racconta la stessa cosa: la Chiesa che dovrebbe essere l’alternativa al centro commerciale reagisce con lo stesso linguaggio della strada, perché anche lei ha smesso da tempo di essere comunità.
La scelta che spetta alla destra sociale
Una destra che si dice sociale ha davanti un bivio molto concreto. Può schierarsi con la vetrina, chiedere più parà e più decreti e vincere la settimana. Oppure può dire la cosa scomoda: che la devastazione del 17 e 18 ottobre non ha distrutto una comunità, perché la comunità era già stata smontata, con il consenso di tutti, da un modello liberal-capitalista che ha venduto la domenica, la famiglia e il sacro in cambio di un centro sempre aperto.
Il maranza non merita elogi. Merita una condanna e, prima ancora, una spiegazione che il sistema non gli darà mai, perché la spiegazione è il sistema stesso. La scheggia impazzita ha mostrato per un weekend ciò che la Nazione finge di non vedere da trent’anni: che perché i maranza devastano le città lo sa benissimo chi ha costruito città in cui non c’è più niente da amare, solo qualcosa da comprare. Difendere la vetrina è facile. Ricostruire ciò che c’era prima della vetrina è il lavoro che nessuno vuole fare.
