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Neoconservatorismo e crisi dell’universalismo occidentale

di Tiberio Graziani - 22/02/2026

Neoconservatorismo e crisi dell’universalismo occidentale

Fonte: La Fionda

Genealogia filologica, periferie europee e adattamenti dell’egemonia statunitense

L’articolo propone un tentativo di ricostruzione genealogica e filologica del neoconservatorismo come forma adattiva dell’egemonia occidentale in una fase di crisi dell’universalismo liberaldemocratico. Lungi dall’essere interpretato come una semplice ideologia contingente o come una regressione reazionaria, il neoconservatorismo viene qui analizzato come una modalità di riorganizzazione del potere quando la capacità dell’Occidente di generare consenso attraverso valori universalistici tende progressivamente a ridursi. Attraverso l’analisi delle sue origini statunitensi, della trasformazione in dottrina di governo e delle successive riformulazioni discorsive, il saggio ricostruisce la sequenza che conduce dall’universalismo decisionista della fase bushiana ai tentativi di restaurazione liberal-internazionalista, fino all’emergere di forme di egemonia post-universalista. Particolare attenzione è dedicata alla struttura centro–periferia all’interno dell’Occidente a guida statunitense, mostrando come il neoconservatorismo europeo non costituisca una tradizione autonoma, ma una derivazione discorsiva e strategica, legittimata attraverso reti transatlantiche e riferimenti culturali selettivi. Il presente testo sostiene che la riduzione dell’autonomia europea non debba essere intesa come assenza di capacità di iniziativa politica, bensì come sua progressiva canalizzazione entro uno spazio del discorso politicamente legittimo sempre più ristretto. In conclusione, la crisi dell’Occidente viene interpretata non come crisi dei valori in quanto tali, ma come crisi del loro potere semantico: quando l’universalismo perde capacità integrativa, l’egemonia tende a riorganizzarsi attraverso dispositivi morali, decisionali e strategici che restringono lo spazio del pluralismo politico interno.

Il neoconservatorismo oltre l’ideologia

Il neoconservatorismo viene comunemente interpretato come una corrente ideologica specifica, riconducibile a determinati ambienti politici statunitensi o a una fase storica circoscritta. Questa lettura, tuttavia, coglie soltanto la superficie del fenomeno. Il neoconservatorismo non è semplicemente un’ideologia tra le altre, ma una forma storica adattiva dell’egemonia occidentale, emersa nel momento in cui l’universalismo liberaldemocratico ha iniziato a perdere la propria capacità di generare consenso.

L’ipotesi che guida questo lavoro è che il neoconservatorismo non rappresenti una rottura con il liberalismo, bensì la sua trasformazione funzionale in condizioni di crisi sistemica. Quando l’egemonia non può più fondarsi prevalentemente sull’attrazione normativa, essa si riorganizza attraverso dispositivi morali, decisionali e securitari. Il neoconservatorismo è il nome di questa riorganizzazione.

Si propone, quindi, una lettura critica del neoconservatorismo non come ideologia marginale, ma come dispositivo centrale attraverso cui l’Occidente sta riorganizzato la propria egemonia dopo la crisi dell’universalismo liberale. La posizione europea viene qui analizzata non come semplice subordinazione passiva, bensì come spazio di capacità di iniziativa politica progressivamente incanalata entro vincoli discorsivi e strategici sempre più stringenti.

Per comprendere tale processo è necessario adottare una prospettiva filologico-genealogica, capace di seguire il mutamento dei lessici politici, delle categorie concettuali e delle strutture di legittimazione del potere, nonché una prospettiva sistemica, che tenga conto delle asimmetrie interne all’Occidente a guida statunitense.

Universalismo liberaldemocratico ed eterogenesi dei fini

L’universalismo liberaldemocratico che si afferma dopo la fine della Guerra Fredda si presenta come orizzonte normativo globale. Democrazia, diritti umani, mercato e stato di diritto vengono assunti non come prodotti storicamente situati, ma come standard universali del progresso politico. In questa fase, il linguaggio liberale svolge una funzione eminentemente egemonica: rende l’ordine occidentale intelligibile come ordine razionale e desiderabile.

Seguendo una prospettiva che tiene conto anche della lezione gramsciana, tale universalismo opera come direzione morale e culturale, capace di tradurre l’interesse particolare dell’Occidente in interesse generale. Tuttavia, proprio questa universalizzazione produce una profonda eterogenesi dei fini. La democrazia cessa progressivamente di essere una pratica di autogoverno e si trasforma in criterio di legittimazione; i diritti diventano strumenti selettivi di inclusione ed esclusione; il pluralismo viene tollerato solo entro confini compatibili con l’ordine esistente.

L’universalismo non collassa, ma si irrigidisce. Quando perde la capacità di generare consenso, tende a trasformarsi in norma coercitiva. È in questo passaggio che matura la necessità storica del neoconservatorismo. Tale necessità non va tuttavia intesa in senso deterministico, ma come il risultato di una combinazione contingente di crisi semantica, trasformazioni geopolitiche e riorganizzazioni del potere all’interno dell’Occidente.

Origine filologica del neoconservatorismo: il liberalismo disincantato

Dal punto di vista genealogico, il neoconservatorismo nasce negli Stati Uniti tra gli anni Sessanta e Settanta come critica interna al liberalismo progressista, non come ritorno al conservatorismo tradizionale. Figure come Irving Kristol provengono da ambienti liberal anticomunisti e condividono i presupposti fondamentali della modernità politica: fiducia nel progresso, relativa centralità dello Stato, razionalizzazione dell’ordine sociale.

La rottura avviene sul piano antropologico e morale. Nei testi neoconservatori emergono concetti come virtue, order, responsibility, moral clarity. Filologicamente, questi termini non rinviano a una restaurazione premoderna, bensì a un tentativo di correzione normativa della modernità. Il liberalismo viene accusato non di essere moderno, ma di essere moralmente neutro e politicamente debole.

In questa fase, il neoconservatorismo non rinuncia all’universalismo, ma lo riformula. Non è più considerato come esito spontaneo della storia, bensì come missione consapevole. La politica deve orientare la storia, non limitarsi ad amministrarla.

Dal discorso alla decisione: il neoconservatorismo come dottrina di governo

La trasformazione decisiva avviene quando il neoconservatorismo passa dalla sfera intellettuale a quella governativa, in particolare durante le amministrazioni di George W. Bush. In questa fase, il linguaggio neoconservatore diventa principio decisionale sovrano.

Espressioni come axis of evil, freedom agenda e war on terror segnano un passaggio filologico cruciale: l’universalismo non è più un orizzonte normativo, ma una giustificazione dell’eccezione. La democrazia non è negoziabile, ma imponibile; il conflitto geopolitico viene moralizzato; la politica internazionale assume la forma di una lotta tra bene e male.

Qui il neoconservatorismo converge implicitamente con il decisionismo di Carl Schmitt. La distinzione amico/nemico struttura il campo politico, mentre la decisione sostituisce la mediazione. Questa è la fase di massima coincidenza tra universalismo e potenza.

Centro e periferia nell’Occidente usacentrico

Il neoconservatorismo non si sviluppa in modo uniforme nello spazio occidentale. Al contrario, esso rivela una struttura centro–periferia. Gli Stati Uniti costituiscono il centro di elaborazione concettuale, strategica e discorsiva; l’Europa occupa una posizione strutturalmente subordinata nell’elaborazione e nella diffusione dell’indirizzo politico dominante.

Questa asimmetria diventa evidente nel ruolo svolto dai centri di elaborazione strategica (think tank) statunitensi – come l’American Enterprise Institute e la Heritage Foundation – che operano come fabbriche transnazionali dell’egemonia. Essi non influenzano soltanto la politica statunitense, ma legittimano e orientano le élite conservatrici europee, fornendo loro linguaggi, categorie e priorità.

Il neoconservatorismo europeo non nasce quindi da una continuità con il conservatorismo storico europeo, tradizionalmente scettico verso l’universalismo e incline alla mediazione istituzionale. Esso emerge come derivazione eterodiretta, producendo una crescente divaricazione tra tradizione europea e nuovo conservatorismo euro-atlantico.

La nozione di ‘periferia europea’ non intende negare le differenze nazionali, ma indicare una condizione strutturale comune di dipendenza discorsiva e strategica dal centro statunitense.

Roger Scruton e la legittimazione periferica del neoconservatorismo europeo

Nel processo di diffusione del neoconservatorismo nelle periferie dell’Occidente usacentrico, un ruolo peculiare è svolto da Roger Scruton, spesso assunto come riferimento teorico dalle destre europee contemporanee. Scruton non è un neoconservatore in senso proprio e non appartiene alla genealogia statunitense del liberalismo disincantato. Il suo pensiero si colloca piuttosto nella tradizione del conservatorismo britannico, caratterizzata da scetticismo verso l’universalismo astratto, attenzione al limite e centralità delle istituzioni storiche.

Tuttavia, nel contesto europeo attuale, Scruton viene frequentemente estratto dal proprio orizzonte teorico e utilizzato come fonte di legittimazione culturale di un conservatorismo che ha progressivamente reciso il legame con le proprie tradizioni storiche. Concetti come oikophilia, comunità morale, identità nazionale e critica del cosmopolitismo vengono isolati dal loro impianto originario e integrati in un lessico euro-atlantico che non mette in discussione l’ordine geopolitico occidentale a guida statunitense.

In questo senso, Scruton svolge una funzione paradossale: egli consente alle destre europee di prendere le distanze dal liberalismo progressista senza mettere in discussione l’egemonia occidentale. Il suo pensiero fornisce una legittimazione filosofica derivata, che sostituisce l’autonomia teorica con l’adattamento discorsivo. Ne risulta un’ulteriore divaricazione tra il conservatorismo europeo storico – fondato sul limite, sulla mediazione e sulla pluralità delle tradizioni – e il neoconservatorismo euro-atlantico, orientato alla moralizzazione del conflitto e alla subordinazione strategica.

In questa prospettiva, l’uso europeo di Scruton non rappresenta una continuità con il conservatorismo britannico, ma un processo di appropriazione funzionale, che contribuisce a consolidare la posizione periferica dell’Europa all’interno dell’Occidente usacentrico.

Ciò non implica una scomparsa della capacità di iniziativa politica europea, ma la sua progressiva riorganizzazione entro un orizzonte del discorso politico definito altrove e sempre più vincolante.

La chiusura del campo politico europeo qui descritta non richiede un’alterità esterna radicale, ma si realizza in modo endogeno attraverso la combinazione di legittimazione culturale, dipendenza discorsiva e, soprattutto, subordinazione strategica.

Obama: l’ultimo universalismo egemonico

L’amministrazione di Barack Obama rappresenta una fase di transizione. Obama tenta una ri-semantizzazione dell’universalismo liberale attraverso un lessico fondato su multilateralism, engagement e shared values. Si tratta di un tentativo di ricostruire consenso dopo l’usura dell’interventismo neoconservatore.

Tuttavia, questo universalismo è già riflessivo e difensivo. Esso opera come gestione della crisi più che come progetto storico. Obama incarna l’ultimo momento in cui l’egemonia statunitense tenta di presentarsi come ordine desiderabile, pur in un contesto che ne riduce drasticamente l’efficacia.

Trump I: la decostruzione del linguaggio universalista

Con l’elezione di Donald Trump (2017–2021) avviene una rottura eminentemente filologica. Trump I abbandona il linguaggio universalistico e adotta un lessico transazionale: deals, interests, winners and losers. La politica viene spogliata di ogni giustificazione morale universale.

Questa fase non produce ancora un nuovo progetto egemonico coerente, ma demistifica il linguaggio precedente. La critica al deep state non mette in discussione l’obiettivo egemonico degli Stati Uniti, ma ne denuncia le modalità inefficaci. L’egemonia resta, ma perde il suo vocabolario legittimante.

Steve Bannon e la prima articolazione ideologica del post-universalismo

All’interno della fase Trump I, una posizione peculiare è occupata da Steve Bannon, la cui funzione non può essere compresa né nei termini del neoconservatorismo classico né come semplice espressione di populismo anti-sistemico. Bannon rappresenta piuttosto un tentativo di articolazione ideologica della crisi dell’universalismo occidentale.

A differenza dei neoconservatori, Bannon rifiuta esplicitamente l’idea che i valori occidentali siano universalizzabili. Il suo lessico non è quello dei diritti, ma della decadenza civilizzazionale, del conflitto storico permanente e della rigenerazione attraverso la rottura. In questo senso, egli opera una traslazione semantica: dalla democrazia come valore universale alla civiltà come soggetto in lotta.

Tuttavia, questa rottura non implica l’abbandono dell’orizzonte egemonico statunitense. Al contrario, l’egemonia viene riformulata in termini post-universalisti: non più guida morale del mondo, ma centro decisionale di un conflitto sistemico tra civiltà. Bannon fornisce così il primo tentativo di dare forma ideologica a ciò che Trump I aveva espresso in modo prevalentemente pragmatico e destrutturato.

È inoltre significativo che Bannon svolga un ruolo centrale nel collegare il trumpismo statunitense alle destre europee, anticipando una circolazione ideologica alternativa a quella dei think tank neoconservatori tradizionali. Questa circolazione, tuttavia, non produce autonomia europea, ma una nuova forma di dipendenza periferica, fondata non più sull’universalismo liberale, bensì su una subordinazione civilizzazionale al centro statunitense.

In questa prospettiva, Bannon non rappresenta un’alternativa al neoconservatorismo, ma una figura di transizione: egli prepara il terreno discorsivo su cui il programma MAGA di Trump II potrà affermarsi come egemonia esplicita, priva di giustificazione universalistica.

Biden e la restaurazione incompiuta

L’amministrazione di Joe Biden tenta una restaurazione del linguaggio egemonico classico: democracy versus autocracy, rules-based international order, defending democracy. Tuttavia, tali significanti risultano indeboliti. Essi non producono più integrazione, ma delimitazione.

La discontinuità con Trump I è soprattutto stilistica. Sul piano strategico permane una continuità: centralità della competizione sistemica, uso selettivo dei valori, subordinazione del pluralismo. L’universalismo viene riproposto come linguaggio, ma non recupera la sua funzione egemonica originaria.

Trump II e MAGA: l’egemonia post-universalista

In questo contesto si colloca Trump II e il suo slogan-programma MAGA (Make America Great Again). Filologicamente, MAGA è un sintagma post-universalista: non promette valori condivisi, ma potenza; non universalità, ma gerarchia.

La “grandezza” evocata è posizionale, non morale. Trump II rinuncia definitivamente all’universalismo come linguaggio legittimante e propone un’egemonia esplicita, competitiva e dichiaratamente asimmetrica. Non guida il mondo: prevale su di esso.

In questo senso, Trump II rappresenta una delle forme più coerenti e compiute assunte dal neoconservatorismo, liberata da ogni residuo universalistico.

Conclusione. Il neoconservatorismo come necessità sistemica

Il neoconservatorismo non è una parentesi ideologica, ma una necessità sistemica dell’egemonia occidentale in crisi. Tale necessità non va, tuttavia, interpretata come esito inevitabile di un meccanismo impersonale, bensì come una forma storicamente ricorrente di adattamento egemonico, emersa all’interno di un insieme finito di possibilità politiche e discorsive.

Quando il linguaggio dei valori perde efficacia, esso viene sostituito da linguaggi della decisione, della sicurezza e della gerarchia.

Nelle periferie dell’Occidente usacentrico, in particolare in Europa, questo processo produce una perdita di autonomia teorica e politica. Il conservatorismo europeo, nella sua forma neoconservatrice, non conserva nulla: importa, traduce e radicalizza un paradigma elaborato altrove.

La crisi dell’Occidente non è soltanto crisi di potenza, ma crisi di pluralità interna. Quando anche le periferie parlano il linguaggio del centro, l’egemonia non si rinnova: si irrigidisce. Ed è in questa rigidità che il neoconservatorismo rivela la sua natura più profonda: non scelta ideologica, ma forma storica di sopravvivenza del potere.