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Per comprendere 72 anni di resistenza iraniana contro la propaganda sionista americana

di Hakimeh Saghaye-Biria - 07/02/2026

Per comprendere 72 anni di resistenza iraniana contro la propaganda sionista americana

Fonte: Come Don Chisciotte

La mattina del 13 giugno 2025, l’Iran si è risvegliato con una notizia devastante: un regime genocida aveva lanciato un attacco contro il Paese, prendendo di mira scienziati e comandanti militari di spicco, causando al contempo la morte di uomini, donne e bambini civili innocenti. Questo atto brutale si è verificato proprio mentre i sostenitori americani del regime avevano ingannato la comunità internazionale, facendole credere che un sesto colloquio di negoziati sarebbe iniziato di lì a soli due giorni (ovvero il 15 giugno). Eppure, stravolgendo le aspettative dei suoi assalitori, l’Iran ha risposto con la forza e la lotta è continuata per i successivi 12 giorni, culminando con un cessate il fuoco richiesto proprio dai sionisti il ​​24 giugno.

Ma ciò che potrebbe essere sfuggito all’attenzione globale è il fatto che per diversi anni, anche durante il genocidio di Gaza e per tutti i 12 giorni di guerra, Israele ha utilizzato le sue reti di propaganda in lingua persiana al fine di convincere il popolo iraniano che il regime sionista non era in guerra con lui, bensì contro la Repubblica Islamica; un’altra linea di propaganda, rivolta principalmente all’opinione pubblica mondiale, sosteneva che questa guerra era mossa contro il programma nucleare civile dell’Iran. In realtà, si è trattato di “una guerra per il Medio Oriente allargato”, riprendendo le parole di Andrew Bacevich sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella regione sin dalla vittoria della Repubblica Islamica; una guerra che, più in generale, “fa parte del piano statunitense per il dominio globale”, così come l’economista americano Michael Hudson l’ha definita.

Dopotutto, negli ultimi 24 anni, l’Iran ha permesso ispezioni rigorose ai suoi impianti e mantenuto livelli di collaborazione senza precedenti con le organizzazioni internazionali, tant’è che, prima delle recenti escalation, le valutazioni di queste varie entità, tra cui la stessa intelligence americana, concludevano a più riprese che l’Iran non stava affatto perseguendo lo sviluppo di un’arma nucleare né aveva un programma nucleare attivo. Ciononostante, due Stati dotati di armi nucleari – gli Stati Uniti e Israele – hanno condotto attacchi illegali e non autorizzati contro gli impianti nucleari pacifici dell’Iran, costruiti grazie all’esperienza e agli sforzi del popolo iraniano.

Questo articolo si propone di dare uno sguardo a oltre sei decenni di propaganda rivolta principalmente alla popolazione iraniana, sebbene, più in generale, l’opinione pubblica mondiale e le personalità influenti dovrebbero riconoscere come la recente guerra imposta, durata 12 giorni, rappresenti l’ennesimo conflitto istigato dagli Stati Uniti contro una nazione che si sforza di liberarsi dalla morsa dell’ordine mondiale imperialista americano.

Il punto di partenza è il colpo di Stato del 1953 sostenuto dalla CIA, in cui gli Stati Uniti utilizzarono un’ampia campagna di propaganda per sopraffare il movimento iraniano per la nazionalizzazione del petrolio, creando una frattura tra le guide del movimento e plagiando un’opinione pubblica unita che, secondo l’allora ambasciatore statunitense in Iran, appoggiava Mossadeq per il 95-98%. Il colpo di Stato della CIA contro Mossadeq comprendeva, tra le altre cose, una massiccia campagna di propaganda atta a “creare, estendere e accrescere l’ostilità, la sfiducia e la paura dell’opinione pubblica nei confronti di Mossadeq e del suo governo”. Ciò che va notato, tuttavia, è il fatto che tale propaganda non si concluse con il successo del colpo di Stato: unendosi “all’impero statunitense degli Stati clienti”, per usare i termini dei professori Sylvan e Majeski, l’Iran post-golpe avrebbe dovuto soddisfare gli interessi statunitensi nella regione, e il popolo iraniano era il principale ostacolo lungo questo cammino.

L’imperialismo culturale rappresenta uno strumento feroce per contrastare il popolo iraniano, ponendosi due principali obiettivi: rendere “attraente” la presenza e il dominio degli Stati Uniti in Iran e nella regione dell’Asia occidentale, da un lato, e promuovere la dipendenza dalla borghesia statunitense come l’unica via sicura per “progredire”, dall’altro. Affinché ciò funzionasse, era necessario inculcare una cultura del dominio, come è avvenuto in altri Paesi che hanno sperimentato una dominazione coloniale diretta o indiretta. Ma, prima di procedere, occorre riportare una breve spiegazione riguardo all’impero statunitense degli Stati clienti. Sulla base delle conclusioni dei professori David Sylvan e Stephen Majeski nel loro libro US Foreign Policy in Perspective: Clients, Enemies, and Empire, gli Stati Uniti hanno concentrato la loro politica estera nell’ultimo secolo sulla creazione di una rete di clienti, ognuno dei quali ha il compito di perseguire gli interessi statunitensi nella propria regione. Un tale approccio ha portato ad una forma unica di dominio, che gli autori definiscono “impero degli Stati clienti”, laddove uno Stato cliente è una nazione che consente agli Stati Uniti di esercitare una supervisione e un controllo completi sui propri affari interni e allinea la propria politica estera esclusivamente al servizio degli interessi americani. Questo è noto, in altri termini, come Neocolonialismo.

Alla luce di ciò, all’indomani del colpo di Stato del 1953 sostenuto dagli Stati Uniti, l’Iran dello Shah divenne uno dei clienti più strategici degli Stati Uniti nell’Asia occidentale. Questo rapporto cliente-patrono si basava su due obiettivi primari per l’Iran: opporsi all’Unione Sovietica e sostenere Israele, come dimostra chiaramente il ruolo cruciale svolto dal petrolio iraniano nell’alleviare gli effetti dell’embargo petrolifero arabo su Israele nei primi anni ’70. La ricerca di Sylvan e Majeski evidenzia uno schema ricorrente nelle relazioni estere americane, in cui gli Stati clienti cercano di ritirarsi dal loro ruolo di dipendenza o subordinazione, come si è visto nel caso dell’Iran durante la Rivoluzione Islamica. Le loro scoperte suggeriscono che gli Stati Uniti definiscono “nemici” le nazioni che divergono deliberatamente e sistematicamente dalle posizioni americane su importanti questioni politiche, economiche, di politica estera e interna; in altre parole, i nemici sono coloro che agiscono, nei loro affari interni ed esteri, in maniera indipendente rispetto agli Stati Uniti, i quali tendono a sviluppare un sistema ibrido di ostilità per indebolire e infine rovesciare quegli Stati che insistono sul diritto di perseguire la sovranità.

In questo contesto, la Repubblica Islamica dell’Iran è classificata come un avversario a causa della sua costante ricerca dell’indipendenza dall’influenza statunitense e, inoltre, del suo rifiuto dell’influenza statunitense (attraverso Israele e le guerre di invasione e destabilizzazione condotte dagli Stati Uniti) nella regione circostante. La Repubblica Islamica dell’Iran non solo incarna l’indipendenza sistematica dagli Stati Uniti, ma ha anche sviluppato una teoria distintiva dell’indipendenza radicata in quella che definisce la “cultura strategica della resistenza”. Questo approccio è diventato fonte di preoccupazione per i funzionari imperialisti americani e gli ambienti di politica estera anti-iraniani, temendo l’esportazione di questa ideologia ad altre nazioni – spesso definita con l’etichetta di “minaccia di esportazione della rivoluzione”.

Pertanto, uno dei risultati più significativi della Rivoluzione Islamica iraniana del 1979 fu lo smantellamento del rapporto clientelistico con gli Stati Uniti, un rapporto che si era consolidato attraverso strumenti clientelari come la creazione della famigerata SAVAK – l’agenzia di intelligence dello Shah creata da ufficiali della CIA all’indomani del colpo di Stato e addestrata dalla CIA e dal Mossad per oltre dieci anni – e le diverse migliaia di consiglieri militari americani presenti nell’Iran del tempo. Pertanto, la Rivoluzione Islamica non fu semplicemente il rovesciamento di una monarchia dispotica, bensì segnò la rimozione di un regime subordinato agli interessi statunitensi, che si sarebbe spinto fino a torturare i propri connazionali in nome degli interessi americani.

Fu anche un movimento contro il tentativo degli Stati Uniti di creare una “cultura del dominio” in Iran, riportando le parole dell’Ayatollah Khamenei nel suo discorso al movimento dei Paesi Non Allineati ad Harare, Zimbabwe, nel 1986: “La cultura del dominio ha condizionato le nazioni più deboli ad accettare l’umiliazione e a diventare dipendenti dall’oppressione. Per contrastare questo fenomeno, l’umanità deve essere guarita dall’interno e, a tal fine, è essenziale instillare una profonda fede nella dignità umana, nella forza, in Dio, nei veri valori umani e nella vacuità dei poteri tirannici. Tale fede funge da scudo incrollabile per gli individui. L’Islam, insieme a tutte le religioni divine, allontana l’umanità dalla via del dominio e la dirige verso questa fede che dà potere. La Rivoluzione Islamica dell’Iran e l’istituzione della Repubblica Islamica rappresentano una straordinaria prova vivente dell’errore secondo cui il dominio globale è invincibile e la sua volontà non può essere contrastata. Il messaggio centrale della rivoluzione alle nazioni è chiaro: sottomettersi a sistemi di dominio e legittimare l’autorità dei potenti semplicemente a causa del loro potere è sia sbagliato che una grave ingiustizia, ed un simile atto di sottomissione diventa di per sé il più potente strumento di controllo illegittimo. La grande Rivoluzione Islamica dell’Iran vede il suo profondo successo nella sua incrollabile fiducia nell’eterno potere di Dio e nella volontà del popolo, considerando i poteri ostili e aggressivi come, in ultima analisi, vincibili. Questo spirito ci ha dato il potere di rifiutare apertamente e coraggiosamente i sistemi globali di oppressione e tirannia. Consideriamo questo rifiuto nostro dovere e restiamo profondamente fiduciosi di poter portare avanti questa missione”.

Il tentativo americano di creare una simile cultura del dominio in Iran si basava su due pilastri: spingere l’Iran a soccombere a una versione colonizzata del nazionalismo e a credere nel mito dell’eccezionalismo americano. In altre parole, l’apparato dell’imperialismo culturale statunitense tentò di rinchiudere l’Iran, proprio come nel caso di altre nazioni non occidentali, nei quadri dell’Orientalismo e della versione americana dell’eurocentrismo, cementando il modello neocoloniale in un altro Paese della regione. La versione colonizzata del nazionalismo iraniano si basava su tre fondamenti: la glorificazione dell’antico passato dell’Iran, la de-islamizzazione e l’occidentalizzazione. Vale la pena notare che tale sviluppo in Iran rifletteva un modello di dominio culturale in altre nazioni musulmane che avevano sofferto della colonizzazione occidentale.

Il movimento guidato dall’Imam Khomeini ispirò i musulmani di tutto il mondo a liberarsi da tale dipendenza. In un messaggio rivolto ai musulmani di ogni dove, egli invitò alla resistenza contro l’oppressione e la sottomissione, esortandoli a superare la paura della morte e ad affrontare gli avversari con determinazione, dichiarando inoltre come la dignità e la vita vadano raggiunti attraverso la lotta e come la resistenza inizi con la determinazione a rifiutare il dominio, in particolare da parte di potenze come gli Stati Uniti. L’Imam ebbe modo di affermare, nel suo storico discorso sull’accettazione da parte dell’Iran della Risoluzione 598 delle Nazioni Unite che poneva fine alla guerra imposta dopo 8 anni: “Oggi, il dolore e l’angoscia dell’America e dei blocchi orientale e occidentale risiedono nel fatto che non solo l’Iran si è liberato dal loro patrocinio, ma chiama anche altri a liberarsi dalla tirannia degli oppressori”; inoltre, aggiunse: “Quale gioia più grande potrebbe esserci che vedere la nazione iraniana rovesciare i pilastri e le istituzioni della monarchia oppressiva e mandare in frantumi il fondamento vitale dell’America in questo Paese?”. L’Iran aveva raggiunto un punto in cui non voleva più “tirare il carro della politica americana o sovietica”.

E le seguenti parole dell’Imam Khomeini risuonano ancora nelle nostre orecchie mentre assistiamo al genocidio di Gaza: “La realtà è che i governi arroganti dell’Oriente e dell’Occidente, e in particolare degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, hanno di fatto diviso il mondo tra liberi e in quarantena. Nella parte libera del mondo, sono le superpotenze a non conoscere limiti e a non rispettare alcuna legge, considerando la violazione dei diritti altrui, il colonialismo, lo sfruttamento e la schiavitù delle nazioni una necessità, del tutto giustificata, logica e in linea con tutti i loro princìpi e le regole internazionali. Ma nella parte politicamente in quarantena, in cui purtroppo la maggior parte delle nazioni deboli, e in particolare i musulmani, sono state imprigionate, non esiste alcun diritto alla vita e alla libertà di parola. Tutte le leggi, le regole e le formule sono quelle dettate a favore dei governi fantoccio e in conformità con gli interessi delle potenze arroganti. E, sfortunatamente, molti dei funzionari di questa parte di mondo sono governanti imposti o seguaci delle principali linee guida degli arroganti, che considerano persino un grido di agonia in queste catene alla stregua di un crimine e un peccato imperdonabile”.

Il defunto Dr. Kalim Siddiqui, dirigente musulmano e scrittore inglese, ha sottolineato nel suo libro del 1996, Le fasi della rivoluzione islamica, che il raggiungimento di un governo islamico richiede una “rivoluzione intellettuale” nel pensiero politico dei musulmani, enfatizzando come, senza sradicare la profonda influenza dell’Orientalismo nel tessuto del pensiero musulmano, non si verificherebbero alcuna vera trasformazione e nessun tipo di progresso nelle società musulmane. Uno dei risultati politici più significativi della Rivoluzione Islamica è stata l’istituzione di una tale “rivoluzione intellettuale”, non solo in Iran, bensì in tutto il mondo islamico e probabilmente anche nel resto del mondo. In effetti, la Rivoluzione Islamica ha sfidato il paradigma accuratamente elaborato dalle potenze coloniali nel corso di decenni per definire un ordine globale auspicabile in termini di un sistema di dominio e subordinazione. L’indipendenza costituisce il fondamento della politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran, come stabilito dall’articolo 152 della Costituzione iraniana, ove sono delineati esplicitamente princìpi quali il rifiuto di ogni forma di dominio, la preservazione della sovranità e dell’integrità territoriale, la garanzia della difesa dei diritti dei musulmani, l’astensione dall’allineamento con le potenze egemoniche e il perseguimento di relazioni pacifiche con gli Stati non ostili.

Nella prospettiva dell’Ayatollah Khomeini e dell’Ayatollah Khamenei, l’indipendenza è intesa come un processo a più livelli piuttosto che come un semplice risultato. Il primo livello riguarda la decolonizzazione mentale, in cui una nazione non solo desidera una sovranità autentica, ma percepisce anche l’affidamento a potenze straniere come incompatibile con il monoteismo islamico; l’indipendenza non è quindi un obiettivo facoltativo da perseguire, ma un obbligo religioso. Il secondo livello richiede l’emancipazione nazionale, concentrandosi sul progresso delle capacità dell’Iran, includendovi la tecnologia nucleare pacifica attraverso il progresso scientifico, nonché il rafforzamento delle infrastrutture economiche, politiche, culturali e militari, che sono prerequisiti per l’indipendenza. Il terzo livello enfatizza la gestione strategica delle relazioni internazionali per unire le nazioni indipendenti in un solo fronte contro le egemonie globali: questo sforzo collettivo si concretizza nella formazione di alleanze come l’Asse della Resistenza.

Due obiettivi primari guidano queste coalizioni: in primo luogo, creare alleanze regionali per contrastare l’interferenza americana in Asia occidentale; in secondo luogo, stabilire collaborazioni globali per contrastare l’egemonia economica statunitense a livello mondiale. La responsabilità del raggiungimento del primo obiettivo spetta alla Forza Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), che ha ampliato con successo la presenza strategica dell’Iran nella regione dopo gli otto anni di guerra imposta dall’Iraq (1980-1988). Questa cultura di resistenza strategica è stata resa operativa e, quindi, trasferita ad altre nazioni come modello per affrontare le pressioni esterne. Il ruolo cruciale dell’Iran come guida dell’Asse della Resistenza ha significativamente sconvolto i programmi militari statunitensi in Asia occidentale, innescando una campagna multiforme contro la Repubblica Islamica da parte di Washington. La profonda animosità della dirigenza americana e del regime israeliano nei confronti dell’IRGC, in generale, e del comandante martire Qasem Soleimani, in particolare, deriva da questo ruolo decisivo nel frustrare i piani statunitensi nella regione. Il progresso verso il secondo obiettivo – lavorare per la costruzione di un blocco di potere di resistenza globale – ricade sotto la responsabilità dell’esecutivo iraniano, in particolare del Ministero degli Affari Esteri. Sforzi come l’adesione dell’Iran ai BRICS e all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) sono tra i passi fondamentali verso la creazione di un blocco di potere economico non occidentale in grado di sfidare le strutture coloniali, neutralizzare le sanzioni e promuovere la crescita economica.

Nel suo ultimo numero del 1979 (31 dicembre), la rivista Time nominò l’Imam Khomeini “Uomo dell’Anno”, proclamando: “Una cosa è certa: il mondo non sarà più quello di prima del 1° febbraio 1979, il giorno in cui Khomeini tornò in volo per ricevere un’accoglienza tumultuosa a Teheran dopo 15 anni di esilio”. L’importanza del movimento dell’Ayatollah Khomeini risiedeva nella sua capacità di sfidare l’ordine globale incentrato sull’Occidente – in particolare quello guidato dagli Stati Uniti – come paradigma culturale e politico dominante che mirava a un’influenza universale. Secondo il Dr. Salman Sayyid, professore di sociologia all’Università di Leeds, nel suo articolo Khomeini and the decolonization of the political, “è solo con Khomeini che il ruolo del discorso occidentale come interlocutore universale sembra essere scosso. La caduta del Trono del Pavone segnò più della semplice fine di una monarchia assoluta: rappresentò il declino di una visione del mondo in cui l’universalità era sinonimo di occidentalità”.

In un altro punto del suo messaggio riguardante l’accettazione della Risoluzione 598 delle Nazioni Unite che poneva fine alla guerra imposta dopo 8 anni, l’Imam ha condiviso questo ethos rivoluzionario con i musulmani di tutto il mondo, esortandoli a ribellarsi alla dominazione straniera, rivolgendosi a loro con queste profonde parole: “Musulmani di tutto il mondo, finché rimarrete sotto la tirannia di potenze straniere sarete imprigionati in una morte lenta. Superate la paura della morte sfruttando l’energia e la determinazione di giovani coraggiosi votati al martirio, i quali possono sfondare le linee del fronte della miscredenza. Non sforzatevi di mantenere l’ordine esistente: cercate invece la liberazione dalla servitù e lottate per la libertà affrontando i nemici dell’Islam. Ricordate che la dignità e la vita risiedono nella lotta e in una volontà salda. Allo stesso modo, siate fermamente convinti che la miscredenza globale, in particolare il dominio dell’America, vi è proibita”.

Non sorprende che, di fronte alla ferma determinazione dell’Iran non solo di liberare sé stesso dalla dominazione straniera, ma anche l’intera regione, gli Stati Uniti e il regime sionista abbiano fatto ampio uso della propaganda come strumento fondamentale per plasmare le dinamiche politiche e sociali, in particolare nell’ambito dell’istigazione al cambio di regime in Iran. Questo perché il principale ostacolo al cambiamento dell’attuale governo risiede nella sua popolazione. Inoltre, come osservato dai ricercatori Sylvan e Majeski, affinché gli Stati Uniti possano destabilizzare efficacemente e operare per un cambio di regime, devono prima minare la “legittimità internazionale” dello Stato avversario. È qui che la propaganda diventa essenziale, fungendo da pietra angolare della più ampia campagna degli Stati Uniti per creare un ambiente favorevole ai propri obiettivi. Gli Stati Uniti impiegano una vasta gamma di strumenti attraverso il loro impero mediatico, utilizzando tanto i media statali quanto quelli che oscurano o negano qualsiasi associazione formale con le istituzioni americane. La portata di questa guerra dell’informazione si è evoluta e con l’era moderna stiamo assistendo alla creazione di una rete sempre più sofisticata e pervasiva, in grado di influenzare ogni aspetto della vita all’interno delle cosiddette nazioni nemiche. Le piattaforme di social media, spesso di proprietà privata, svolgono un ruolo significativo nel promuovere questi obiettivi di politica estera, offrendo nuove opportunità di diffusione e coinvolgimento.

La strategia alla base dell’uso della propaganda da parte degli Stati Uniti risale all’epoca della Guerra Fredda. Secondo il professor Greg Simons dell’Università di Uppsala, nel suo articolo The Evolution of Regime Change and Information Warfare in the 21st Century, i pensatori conservatori negli Stati Uniti durante le ultime fasi della Guerra Fredda (anni ’70-’80) credevano di perdere la competizione geopolitica principalmente a causa della percepita efficacia della guerra dell’informazione comunista. Carnes Lord, professore al Naval War College, ha evidenziato questa preoccupazione nel suo libro Political Warfare and Psychological Operations: Rethinking the US Approach, indicando la sconfitta psicologico-politica degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam come un esempio lampante, allorquando le forze comuniste riuscirono a dominare attraverso l’influenza ideologica e psicologica, mentre gli sforzi statunitensi vacillarono. In risposta a questa percepita vulnerabilità, gli Stati Uniti cercarono di creare la propria versione di sforzi rivoluzionari volti sia a contrastare che a contrattaccare l’influenza sovietica. Questo approccio portò a iniziative come il sostegno ai Contras contro il governo sandinista di sinistra del Nicaragua, in quello che divenne uno scontro violento e sanguinoso, alimentato sia dalla guerra diretta che da campagne d’informazione.

Anthony Codevilla, esperto di relazioni internazionali della Boston University ed ex ufficiale di marina, approfondisce ulteriormente la questione in un articolo intitolato Guerra politica nel libro sopra menzionato. Egli ipotizza che, prima di impegnarsi in un intervento diretto e fisico in un Paese bersaglio, gli Stati Uniti utilizzino sistematicamente la guerra politica per gettare le basi per un cambio di regime. Questo processo si sviluppa su diversi livelli, tra cui operazioni psicologiche, manovre diplomatiche e strategie mediatiche mirate, volte a indebolire la fiducia nei poteri governativi. Mentre gli strumenti e le strategie che circondano la propaganda continuano a svilupparsi, il loro impatto sulla politica globale rimane innegabile, sottolineandone l’importanza nel raggiungere risultati strategici senza un immediato scontro fisico. In particolare, la guerra politica contro gli Stati nemici viene perseguita su diversi livelli, come descritto di seguito:

  1. Generare una diffusa insoddisfazione pubblica, come quella derivante da una prolungata stagnazione economica.
  2. Eliminare i canali di comunicazione aperti tra il governo bersaglio e la sua popolazione.
  3. Manovrare un evento simbolico per provocare e mobilitare un’azione pubblica di massa, ad esempio un’elezione contestata o un uso sproporzionato della forza da parte del governo.
  4. Sostenere una potenza straniera impegnata che offre supporto materiale e finanziario organizzando al contempo la cosiddetta opposizione.

 In particolare, negli ultimi due anni, e soprattutto nei mesi e nelle settimane che hanno preceduto lo scontro militare contro l’Iran, il regime sionista ha svolto il ruolo di potenza straniera di cui si è detto al punto 4. Solo dopo il raggiungimento di queste condizioni possono iniziare gli elementi operativi nell’ambiente fisico.

Le seguenti istituzioni svolgono un ruolo chiave nel facilitare gli sforzi di soft power e di intervento (comunemente denominati “soft warfare”) per conto del governo degli Stati Uniti. Tutti sono attivamente coinvolti nel territorio iraniano da anni:

  1. Le reti satellitari internazionali di trasmissione del governo statunitense all’estero, tra cui Voice of America e Radio Farda, operano sotto la supervisione dell’Agenzia statunitense per i media globali.
  2. L’Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
  3. L’Ufficio per gli Affari Educativi e Culturali del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
  4. Il Fondo Nazionale per la Democrazia e le sue istituzioni affiliate, come l’Istituto Internazionale per la Democrazia del Partito Democratico, l’Istituto Repubblicano Internazionale del Partito Repubblicano, il Centro per l’Impresa Privata Internazionale e il Centro Americano per la Solidarietà Internazionale del Lavoro.
  5. Le organizzazioni no-profit che ricevono aiuti governativi tramite USAID per “promuovere la democrazia”, ​​tra cui Freedom House.
  6. Le unità associate alle operazioni psicologiche all’interno del Dipartimento della Difesa.
  7. I gruppi di operazioni psicologiche segrete sotto la Central Intelligence Agency (CIA).

 

L’ex Segretario di Stato americano Mike Pompeo, in un discorso pronunciato il 21 aprile 2019 alla Texas A&M University, ha fornito un’intrigante descrizione delle operazioni di propaganda della CIA, in particolare di un’organizzazione da lui stesso guidata, affermando che, durante il suo mandato: “Abbiamo mentito, imbrogliato, rubato. Abbiamo seguito interi corsi di addestramento. Questo ci ricorda la gloria dell’esperimento americano”. Considerando questa prospettiva, non sorprende che inganno e manipolazione siano componenti integranti dell’attuale guerra ibrida dell’informazione condotta contro l’Iran.

Si può sostenere che gli Stati Uniti siano impegnati in un conflitto con l’Iran sin dal colpo di Stato del 1953 sostenuto dalla CIA, ma soprattutto dalla vittoria della Rivoluzione Islamica. Questo confronto ha assunto varie forme, tra cui il rovesciamento del governo di Mossadeq, la creazione di una brutale dittatura clientelare in Iran tra il 1953 e il 1979, la guerra economica e, non ultima, la guerra militare. Il confronto militare americano si è concretizzato nell’incoraggiamento a Saddam Husayn ad attaccare l’Iran nel 1980 e nel suo sostegno durante gli 8 anni di guerra imposta. Per 72 anni di conflitto, di cui il sostegno a Israele nella guerra dei 12 giorni e gli attacchi diretti degli Stati Uniti alle infrastrutture nucleari iraniane sono gli esempi più recenti, ciò che è rimasto costante è l’ampio utilizzo della propaganda. Mentre Netanyahu vuole farci credere che questa sia una guerra tra “le forze della civiltà e le forze della barbarie”, in realtà, si tratta piuttosto di una guerra che riassume 533 anni di resistenza contro il colonialismo. Infondendo nazionalismo con la resistenza islamica, il popolo iraniano ha dimostrato di stare dalla parte giusta della storia. Ora la lotta continua: Gaza sanguina ancora, il genocidio deve cessare, il mondo dovrebbe rimanere vigile e unito contro le forze del colonialismo d’insediamento, dell’apartheid, dell’oppressione e del genocidio. Restiamo tutti dalla parte giusta della storia.

Hakimeh Saghaye-Biria, membro del corpo docente dell’Università di Teheran, ha conseguito la laurea in Comunicazione presso l’Università di Houston negli Stati Uniti nel 2002, un M.S. in Comunicazione di massa presso la Louisiana State University nel 2009 e un Ph.D. in Studi sull’America del Nord presso l’Università di Teheran nel 2015. È membro del Consiglio per la politica culturale e sociale delle donne in Iran. La maggior parte delle sue pubblicazioni è in inglese e riguarda le relazioni tra Iran e Stati Uniti, spesso citate a livello accademico.