Perché i confini sono importanti
di Andrea Zhok - 24/06/2026

Fonte: L'Adige
Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Ha curato la prefazione del saggio di Frank Furedi, professore di Sociologia all’Università del Kent, a Canterbury “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere”.
Prof Zhok, Frank Furedi sociologo ungherese, in un libro che potremmo definire politicamente scorretto, pone l’accento sull’importanza dei confini, quello che i Romani chiamerebbero Limes. Ce ne vuole parlare?
«Francamente non sarei incline a dire che il libro di Furedi è “politicamente scorretto”, a meno che non si voglia usare quest’espressione per qualunque idea non scontata. Si tratta in effetti di un’analisi molto ricca sul piano esemplificativo di un processo culturale di lungo periodo. Quando il sottotitolo del libro parla di “arte di tracciare frontiere”, con “frontiere” si traduce “boundaries”, che è in effetti ogni limite circoscrivente. La parola “frontiera” evoca la geografia, ma ciò che Furedi segnala è una denigrazione culturale generalizzata del valore attribuito al limite, che tocca la politica non meno che la psicologia, la pedagogia, la sociologia».
Frank Furedi
L’idea di “limite”
«Il tema dell’ostilità al limite emerge nel contesto di una questione molto profonda, che in qualche misura abbraccia l’intera modernità. Nel mondo antico l’idea di “limite” è fondamentale perché associata all’idea di giusta proporzione, di equilibrio naturale, di misura e di bellezza. L’infinito emerge come dimensione generalmente percepita come positiva solo a partire dalla modernità, ed invero solo con il XIX secolo. E soltanto in tempi molto recenti – diciamo nell’ultimo cinquantennio – è emersa l’idea per cui il “superamento del limite” possa avere in quanto tale una connotazione positiva».
«L’idea di “limite” non è più associata a equilibrio, armonia, natura, ma a gabbia, imposizione, oppressione. Questa prospettiva è stata alimentata specialmente da quella visione che sa sotto il nome di “progressismo” e che identifica appunto un “andare oltre” purchessia come cosa intrinsecamente buona. Il libro di Furedi non parla solo di confini territoriali, ma parla ampiamente di ogni forma di limite, confine, contorno, e dunque anche di proporzione, equilibrio, natura. Ciò che egli osserva, in maniera a mio avviso inappuntabile, è precisamente questo processo di profonda incomprensione del senso del limite e del confine, che va di pari passo con processi di dissoluzione di ogni determinatezza, di ogni stabilità, di ogni significato».

La cancellazione dei confini è funzionale ai grandi interessi finanziari
Oggi in Europa chi è il nemico principale dei “ confini”? E perché tutta la narrazione Unione Europea centrica finanziaria, legata alle oligarchie internazionali del denaro vede come fumo negli occhi ogni barriera che possa preservare l’identità dei Popoli?
«Al netto delle motivazioni folcloristiche, degli appelli ai buoni sentimenti e altre amenità, la motivazione dell’ostilità verso i confini è strutturale. I confini statali sono per definizione confini politici. Essi sono indispensabili per tutte le decisioni che sono prese in termini politici, legislativi, giudiziari. Le motivazioni di queste decisioni possono riguardare l’interesse pubblico, l’onorabilità, la moralità, le credenze religiose, il patriottismo, la sicurezza nazionale, ecc. Queste molteplici motivazioni possono concordare o confliggere con gli interessi economici, e specificamente con i grandi interessi finanziari.
Ma la circostanza di un possibile conflitto è altamente indesiderabile per ogni potere finanziario. Secondo la modellistica economica, si ha un’ottimizzazione dei processi di “creazione di valore” (massimizzazione dei profitti), quando i principali fattori di produzione sono perfettamente mobili, capaci di spostarsi alla ricerca dei migliori margini. Ergo, si teorizza che un’economia approssima l’ottimalità quanto più liberamente in essa si possono muovere i capitali, le merci e la forza lavoro».

«Ma l’esistenza stessa di confini politici rappresenta una continua possibile minaccia a queste istanze di libero movimento: ci possono essere richieste di interventi protezionistici rispetto a certe merci, ci può essere la volontà di ostacolare il libero movimento dei capitali, ci possono essere contestazioni dei movimenti di migrazione economica. Naturalmente, dal punto di vista di molti valori umani, ci possono essere ottime ragioni per non consentire piena mobilità a capitali, merci e persone, ma nell’ottica degli interessi finanziari il valore che deve avere l’ultima parola è solo l’ottimizzazione della rendita del capitale.
L’Unione Europea, organismo dove le lobby finanziarie hanno un posto di prima fila, dapprima si è costituita come un mercato dove vige la massima libertà di movimento per merci, capitali e forza lavoro, e poi ha spinto per estendere queste libertà di movimento rispetto ai confini esterni».
In un mondo liquido e globalizzato crede anche lei che un ritorno al “ confine” nel suo termine compiuto e storico possa essere una soluzione per ridare spazio alle varie identità nazionali europee, dove la sovranità fa rima con le loro tradizioni, storia, culture, religioni, lavoro, economie?
«Nella storia non ci sono mai “ritorni”, dunque non credo che ritorneremo alle forme di controllo dei confini che si sono costituite nel XIX secolo. Tuttavia, la questione della capacità di definire e far rispettare un confine politico-amministrativo è esattamente equivalente alla possibilità che una forma istituzionale democratica, o almeno “sensibile al demòs”, esista».
Il rischio del tecnofeudalesimo
«Lo stato di welfare, le garanzie sociali, il diritto del lavoro, la legge in generale, esistono per consentire anche a chi non appartiene al vertice della “catena alimentare” economica di vivere dignitosamente. Elon Musk può figurarsi di essere un libero “cittadino del mondo”, indifferente ai confini, nella misura in cui non ha bisogno della sanità pubblica, dell’istruzione pubblica, della sicurezza pubblica, ecc.: volendo, può comprarsi degli equivalenti sul mercato privato.
Sono però solo esigue minoranze a poter vivere in questo modo (e a dire il vero, finiscono comunque sempre per utilizzare mezzi messi a disposizione dagli erari pubblici, dagli aeroporti, alle strade, all’illuminazione urbana, alle molteplici infrastrutture, ecc.). La prospettiva di una distruzione del confine politico è la prospettiva della distruzione delle circoscrizioni politiche, delle amministrazioni pubbliche, delle giurisdizioni legali, è insomma la fine delle comunità storiche, sostituite da corporation private».
«Un mondo del genere non è impensabile. È possibile che il futuro, quantomeno in occidente, ci riservi, al posto degli stati, forme di tecnofeudalesimo, al servizio di una manciata di grandi detentori di capitale. La mia impressione è, comunque, che simili forme sociali, al di là di essere spettrali distopie per la maggioranza delle persone, siano anche ordinamenti assai fragili nel momento in cui verranno in contatto, e conflitto, con Stati unificati intorno ad una dimensione politica e culturale condivisa. Quindi dubito molto che una tale prospettiva si imporrà nel lungo periodo della storia. Tuttavia potrebbe rappresentare una drammatica, e deprimente, fase della storia occidentale prossima ventura».

Prof. Zhok proprio in questi giorni tanto scalpore ha destato la polemica sorta attorno alla traccia B3 della maturità che fa riferimento al libro di Frank Furedi, “I confini contano “. Verrebbe da chiedersi nel vedere l’affannarsi dei chierici italici del “ mondo no borders” del perché di questa levata di scudi … In un Italia dove ci si accapiglia sul sesso degli angeli, per l’uso del termine femmincidio, o per chiamare presidenta quella che prima era semplicemente presidente, lei pensa che anche un tema scolastico potrebbe concorrere ad aprire un vaso di Pandora sui vizi, le derive nichiliste e sulla decadenza dell’Occidente?
Maturità. La traccia chiama tutti ad aderire ad una posizione predefinita
«Sulla questione della traccia del tema di maturità credo ci sia una sola cosa da dire. Una traccia di tema deve essere all’altezza di una richiesta: deve consentire l’esercizio dell’analisi e della discussione critica in una pluralità di direzioni. Non deve, dunque, essere una “traccia a tesi”, che, per così dire, chiama tutti ad aderire ad una posizione predefinita; al contrario deve consentire di prendere una pluralità di posizioni. Se questo accade, e per i titoli di questa tornata di maturità è accaduto, ogni altra critica rientra in legittime questioni di gusto personale, ma nulla più.
Certamente non può avere alcuno spazio l’idea che una citazione non vada proposta perché proviene da un soggetto che si ritiene a qualche titolo riprovevole. Si poteva offrire una traccia con una citazione di Goering o di Nixon o di Stalin, e se la citazione era stimolante, sarebbe stata perfettamente legittima. L’idea che si debbano leggere e discutere solo testi di chi ha il bollino di “bontà” è un’idea che sta tra il parrocchiale e l’orwelliano».
Crede che i grandi cambiamenti geopolitici in corso dal Vicino Oriente all’Asia e all’Ucraina, a cui si aggiungono le rivolte che si accendono sempre più spesso in Europa, dall’Irlanda all’Olanda, passando per la Gran Bretagna, siano tanti squilli di rivolta contro un mondo che avrebbe voluto sancire “ la fine della Storia” per dirla come Fukuyama?
«Quel che è certo è che poche profezie sono state così miseramente fallimentari come quella di Fukuyama sulla “fine della storia” in una cornice di trionfo dell’Occidente liberaldemocratico. È mia convinzione che siamo alla vigilia di sommovimenti epocali, in cui l’Occidente giocherà un ruolo tutt’al più di comprimario. Ma non sono questioni che sia possibile trattare in breve».
