Alterare il linguaggio per creare sottomissione
di Antonio Catalano - 09/08/2026

Fonte: Antonio Catalano
L’annientamento di qualsiasi legame col passato è la “mission” delle élite globaliste, le stesse che considerano “datati” gli stati-nazione, con i suoi popoli colpevoli di frenare un progresso considerato valore in sé. Qualsiasi legame col passato, qualsiasi difesa della propria identità storica, culturale, religiosa, linguistica da queste è considerato ostacolo alla piena affermazione di una società liquida e aperta.
La comprensione di questa dinamica è la precondizione perché si possa seriamente pensare a una battaglia più generale in difesa dei ceti popolari.
Una lotta politica, infatti, centrata sui temi di giustizia sociale ma priva di consapevolezza della necessità di smantellare l’apparato di controllo sociale che passa attraverso l’imposizione di codici linguistici e comportamentali pensati al solo fine di conformare culturalmente i popoli al format globalista non solo è debole, ma si presta a una complicità col potere che infine inficia la stessa battaglia per la giustizia sociale.
Si pensi alla cosiddetta sinistra “radicale” (un Potere al popolo, tanto per intenderci) che declama la difesa degli interessi dei lavoratori e degli “ultimi”, come oggi usa dire, ma poi sul piano culturale accetta e condivide le idee confezionate dall’élite globalista su questioni come immigrazionismo, cambiamento climatico su base antropica, genderismo, mercificazione dell’utero femminile, criminalizzazione del maschio bianco, ambientalismo ideologico, cancellazione della memoria storica e sua razzializzazione, eutanasia…
È stata proprio questa sinistra (la “nuova sinistra”, la “new left”, in polemica con la “vecchia”, espressione della classe operaia, nasceva negli Usa verso la fine degli anni ’50, poi da noi dilagò negli anni ’60 e da lì un po’ alla volta informò di sé tutta le “vecchia” sinistra, Pci compreso), spesso di formazione troskista, a rappresentare il miglior cavallo di troia per la riprogettazione del linguaggio, la migliore paladina di blacklist nelle quale inserire le parole cattive invise ai paladini globalisti transumanisti. È stata lei principalmente a veicolare nel tessuto culturale e sociale la riprogettazione del linguaggio.
Provate, per esempio, a leggere o ascoltare il linguaggio utilizzato in quelle vere e proprie fucine dell’ideologia globalista che sono i cosiddetti centri sociali, nei quali domina la cosiddetta intersezionalità con tutti gli annessi e connessi. Provate, per esempio, ad ascoltare – finché vi regge la pompa – radio come “Onda rossa”. Provate, per esempio, ad ascoltare l’eloquio della Schlein e delle sue emule (Alfonsi, assessore all’agricoltura del Comune di Roma, così presenta la nuova invenzione della giunta Gualtieri dopo l’abbattimento di più di 30mila alberi: «Questo è un rifugio fitobioclimatico che serve appunto per fare ombra e potenziare il lavoro che già fanno le piante attraverso l’acqua…»). Vi troverete di fronte a un parlare surreale degno del miglior Ionesco, che però ancora non sapeva delle piacevolezze del linguaggio “inclusivo”, inventato di sana pianta nelle “prestigiose” accademie del pensiero globalista americano, poi travasato in quelle europee.
Questa lotta per il controllo del linguaggio – tesa all’annullamento di qualsiasi potenziale contraddizione con gli assetti funzionali al globalismo dell’alta finanza internazionale – si esprime fondamentalmente con la cancellazione di qualsiasi legame di significato con le passate generazioni, con la distruzione di qualsiasi memoria alla base delle comunità nazionali e la colpevolizzazione tout court della civiltà europea.
Quando si lavora alla delegittimazione di parole che hanno sempre avuto un significato profondo per le comunità passate (mamma, papà tanto per fare un esempio) si sta dichiarando l’intenzione di cancellare la memoria comunitaria. Quando si lavora alla trasformazione forzata del vocabolario, si intende mettere in discussione i valori culturali una volta espressi dalle parole ora delegittimate. Si pensi alla parola donna, per la quale non si riesce neanche più a dare una definizione che sia congrua e ragionevole (per esempio, la parola “donna” sostituita da “persona con ha il mestruo”). Si pensi alla distinzione sempre stata significativa tra maschio e femmina, ora ritenuta datata se non reazionaria. La parola “femmina” è da cancellare, bisogna accettare il dogma che “non tutte le donne sono biologicamente femmine”, in quanto vi possono essere persone che si “identificano” come donna.
Questa trasformazione è giustificata dalla necessità di promuovere un linguaggio “inclusivo”. Dove per inclusivo è da intendersi tutto quanto esclude la normalità, da considerarsi il male assoluto. Usare la parola normalità è rischioso, espone all’accusa di discriminazione fobica. Separare la società dalla lingua utilizzata da sempre perché in questo modo si recide il legame con il passato, il grande nemico.
C’è un gustoso aneddoto riferito a S. Tommaso d’Aquino (XIII sec.). Si racconta che il religioso, oltre che fine teologo, all’inizio dei suoi corsi universitari mostrasse ai suoi allievi una mela dicendo «questa è una mela. Chi non è d’accordo può andar via». Come a dire, non è il pensiero a determinare l’essere, ma è l’essere che determina il pensiero. Il teologo contemporaneo ceco Tomas Tyn, a proposito: «Solo Dio si può permettere il lusso di essere idealista, perché solo Dio determina l’essere, perché il suo essere non è determinabile». Un’affermazione potente, a prescindere che si abbia o mene fede religiosa.
Conclusione. L’importanza di dare battaglia al linguaggio forgiato nei circoli delle élite liberali e liberiste non è solo un fatto culturale, ma sociale e politico. Ma è una battaglia, campale, che si ingaggiare solo se si è dotati di un solido impianto teorico-politico sovranista e popolare. Agli “inclusivi” non solo non interessa, è considerata una battaglia reazionaria in odor di fascismo.
