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Pirandello era fascista ma credeva nel caos

di Marcello Veneziani - 29/06/2026

Pirandello era fascista ma credeva nel caos

Fonte: Marcello Veneziani

Luigi Pirandello era perdutamente fascista. E dire che l’aveva fatta franca finora, almeno dalle prime linee, non è stato guardato con fastidio e antipatia, come è successo invece a Gabriele d’Annunzio o a Filippo Tomaso Marinetti, considerati troppo vicini al fascismo e al suo duce. Pirandello non era stato rimosso con disprezzo o con imbarazzo, come è capitato a Giovanni Gentile, a Giovanni Papini o ad Ardengo Soffici per il loro dichiarato fascismo. E il suo teatro, la sua prosa, che costeggia l’abisso e la follia, si tormentano nell’intellettualismo e nel relativismo, fu comunque lontano da un regime che aveva invece certezze granitiche, detestava i tormenti cerebrali e coltivava l’ordine e gli assoluti. L’accusa di “contaminazione” col fascismo la pati più Giuseppe Ungaretti che lui.

Da qualche tempo è in atto il tentativo di storici e critici di salvare D’Annunzio, Gentile, Malaparte, Pound e altri autori dal marchio d’infamia, sottolineando il loro implicito antifascismo, la loro distanza dal regime, il loro dissenso. Tentativi a volte benemeriti, o in buona fede, per poterli finalmente redimere e “sdoganare”, riconoscendo finalmente la grandezza di quegli autori senza doverli sottoporre alla malevola censura dei patentini, che vanno ancora di moda oggi, a più di ottant’anni dalla morte del regime.

Con Pirandello invece è successo il contrario. Di lui, che è il cantore del caos, dell’assurdo, del gioco delle parti e il rovesciamento dei ruoli, emerge con sempre maggiore evidenza il suo legame ideale e reale con il regime fascista e con Benito Mussolini. Un legame dalla parte dei fascisti più intransigenti, non dei più moderati. A confermare questa lettura è una fonte autorevole: la presidente dell’istituto degli studi pirandelliani, Annamaria Andreoli, storica e studiosa di d’Annunzio e di Pirandello. È uscito, in vista dell’anniversario pirandelliano (nacque il 28 giugno del 1867 e morì novant’anni fa, nel 1936), un suo ponderoso volume “Io Pirandello, uomo del caos” (Rizzoli Bur) che narra la sua vita in relazione alla sua opera e al suo tempo. Lui, uomo del caos e dei mille volti del reale, che s’identifica col regime dell’ordine e della disciplina…

La Andreoli dimostra in modo inconfutabile che i legami del drammaturgo col fascismo non furono occasionali e superficiali, ma profondi, costanti nel tempo, organici e anche radicali. Lui stesso si reputa un precursore del fascismo, con trent’anni d’anticipo sulla marcia su Roma. Prende la tessera del Partito dopo l’assassinio Matteotti, firma il Manifesto degli intellettuali fascisti di Gentile, incontra più volte Mussolini, viene nominato nell’Accademia d’Italia, è sempre vicino al fascismo. E quando fa la fronda è perché vorrebbe che Mussolini e il fascismo siano più coerenti e più duri. Ad accostarlo al fascismo sul piano delle idee, anzi della filosofia, era stato un filosofo che si innamorò dell’opera di Pirandello e che lo considerava un pensatore, con una sua visione del mondo: dico Adriano Tilgher. La sua tesi del 1921 che il fascismo fosse l’applicazione pratica e politica del pirandellismo, quando ancora Mussolini non è andato al potere, viene sposata dal duce. Anche perché in quel momento il fascismo stava dando prova di relativismo politico e rovesciamento delle parti; stava passando da movimento rivoluzionario e radicale a partito d’ordine, autoritario. E dunque la natura relativistica del fascismo si addice perfettamente al nascente regime e ne giustifica i capovolgimenti o la coincidenza degli opposti. Pirandello non disdegna la lettura tilgheriana, anzi la fa propria, rivendica il suo relativismo, indipendentemente da Einstein, e non gli dispiace l’applicazione politica del suo modo di pensare. Paradossalmente, colui che era stato il sensale delle nozze tra Mussolini e Pirandello, diventerà poi un fervente antifascista: quando il fascismo diventò regime, Tilgher lo criticherà aspramente e attaccherà duramente il ministro e filosofo Gentile, abbandonando Pirandello nelle mani del Duce.

Ma per comprendere e valutare quanto abbia realmente pesato il rapporto col regime, credo che si debbano usare alcuni criteri di discernimento. Per esempio chiedersi quanto il prestigio di Pirandello e i suoi successi interni e internazionali siano stati effettivamente legati o promossi dal regime fascista o prescindano in larga parte; se la sua opera possa leggersi in un intreccio fondamentale col fascismo o sia piuttosto lo specchio di una condizione umana dell’uomo contemporaneo, in cui di politico e di fascistico vi era in realtà ben poco. O ancora se abbia scritto opere e testi che possano considerarsi manifesti e breviari del fascismo. Mi pare di poter dire che nulla di tutto questo è in Pirandello, il suo legame col regime è biografico, non concerne l’opera e il pensiero.

I suoi temi, i suoi personaggi, i loro travagli, appartenevano a più mondi: al teatro greco antico e alle sue maschere, alla Sicilia arcaica e al carattere siciliano, alla borghesia italiana che si affaccia e si perde nel novecento, alla condizione umana del nostro tempo tra nichilismo, alienazione e relativismo, alla follia che serpeggia dentro di noi e vive accanto al simulacro della ragione… Temi che superano di gran lunga l’esperienza fascista, o la sfiorano appena, nel nome di un irrazionalismo e attivismo epocale ma si ritrovano negli abissi poliedrici della personalità umana, nella vita assurda di un mondo che non ha più fedi né certezze, in un soggettivismo che è quanto di più lontano dalla politica e dalla mobilitazione di massa. Insomma Pirandello sarebbe stato Pirandello anche senza il fascismo. E D’Annunzio e Gentile sarebbero stati D’Annunzio e Gentile anche senza il fascismo. Ma il fascismo deve molto a d’Annunzio e Gentile.

Pirandello resta l’uomo che viene dal Caos, la contrada girgentina in cui nacque, nel Caos cresce e nel Caos infine sfocia. Il fascismo c’entra poco. Una volta Indro Montanelli chiese a Pirandello cosa fosse il fascismo. Il drammaturgo rispose che vedeva il fascio come un tubo vuoto in cui ognuno ci metteva ciò che voleva metterci: da qui il suo “relativismo”, il suo essere tutto e il contrario di tutto, reazione e rivoluzione, autorità e folla, ordine e populismo, destra e sinistra, cattolicesimo e anticlericalismo, socialismo e aristocratismo, proletariato e borghesia… Un tubo vuoto, un giudizio non positivo e forse neanche negativo, comunque non apologetico, forse cinico…

A dir la verità non esce molto bene Pirandello dalle pagine di Andreoli, nella sua vita, nei rapporti d’amore e nelle relazioni umane, e anche con altri grandi, nei rapporti con i figli e con la famiglia, oltre che in alcuni risvolti psicologici del suo carattere o alcuni aspetti venali. Insomma i suoi aspetti peggiori non emersero nei legami col fascismo. Poi le pagine su alcuni aspetti famosi: dal suo faticoso cammino nel teatro al successo quando ormai ha quasi sessant’anni, fino alla fama mondiale, al premio Nobel, da sua moglie internata ai dissapori con i suoi figli, fino al suo testamento con la richiesta di una morte “nuda”, come se ad essa si addicesse la nuda verità dell’essere, dopo la girandola multiforme dell’apparire. “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Morto non mi si vesta. Nessuno mi accompagni nel funerale. Bruciatemi, e il mio corpo sia disperso, perché niente, neppure la cenere vorrei avanzasse di me”, disperso nella campagna di Girgenti. La chiamava così, l’antica Akragas, mentre il regime l’aveva ribattezzata Agrigento. In quel testamento c’era l’urna del suo pensiero, la cupa visione del mondo, la convinzione che dell’essere non resti niente e niente ci sia da salvare. Neanche di lui, Pirandello.