Popolo, democrazia e alcuni fraintendimenti
di Andrea Zhok - 31/05/2026

Fonte: Andrea Zhok
Il problema posto dalla democrazia è il problema dell’esistenza e funzionalità di un popolo (demos). Affermare che “la sovranità appartiene al popolo” è un passo indispensabile ma insufficiente.
La sinistra di progressisti e liberali ha creato una finzione, destituita di ogni fondamento storico e pratico, per cui possono esistere democrazie senza popoli. DI fatto queste “democrazie senza popoli” sono semplicemente la riduzione della democrazia a non-luogo totale (globale) degli scambi volontari. Questa è la “democrazia” per cui “un dollaro è un voto” e in cui la volontà dei popoli si esprime con gli atti d’acquisto sul mercato. Ovviamente qui non esiste alcuna identità collettiva e dunque non esiste nessun orizzonte politico, che richiede la possibilità di una discussione orizzontale tra tutti i decisori. Questo è il “villaggio globale” dei “cittadini del mondo”. La politica è sostituita dall’economia, la democrazia dal mercato. Che ne siano consapevoli o meno, questa è esattamente la direzione in cui si muovono tutti i vari “no border” e tutti coloro i quali pensano che una cittadinanza sia un orpello inutile o un’onoreficenza politicamente corretta.
Le democrazie hanno cominciato ad esistere quando sono venuti alla luce ordinamenti politici territorialmente definiti, dove le leggi, decise da chi appartiene stabilmente al territorio, si applicano a ciò che avviene su quel territorio. (E' questa la ragione per cui esistono quelle eccezioni – l’extraterritorialità - che sono ambasciate o navi, in cui si applica, in via del tutto eccezionale, una legge definita da un popolo per un territorio distante e diverso.)
Altrimenti ci sono imperi, monarchie, od oligarchie plutocratiche.
Ma se la sinistra è confusa ed inconcludente nella propria concezione del popolo e della sovranità popolare, la destra non lo è di meno.
Esiste una parte della destra – oggi minoritaria – che non ha mai riconosciuto l’idea stessa di sovranità popolare e con essa l’idea stessa di democrazia.
C’è poi una parte, consistente, della destra che di fatto abbraccia la concezione liberaldemocratica, per cui un dollaro è un voto, e per cui in ultima istanza le decisioni delle persone si devono “pesare” e non contare: chi è più ricco semplicemente pesa di più ed è giusto così. Questa prospettiva accoglie formalmente la democrazia intendendola come una forma di plutocrazia. Nella limitata misura in cui ci riflette, questa destra si autogiustifica sulla scorta di una qualche forma di “darwinismo sociale”.
C’è infine una parte della destra che rimane ad un livello di puro marasma culturale, immaginando che basti chiacchierare di “tradizioni”, di “radici giudaico-cristiane” o di “italianità” per aver qualcosa in mente. Questa è la parte più insidiosa, perché la confusione mentale consente di mescolare in maniera indistinta cose diversissime, giuste e sbagliate, acquisendo paradossalmente credibilità proprio per questa confusione in cui ciascuno può riconoscervi qualcosina di affine.
Il concetto di “tradizione” è enormemente importante, giacché è sostanzialmente un equivalente per “trasmissione culturale” e non esiste alcun popolo (né alcuna politica democratica) se non alla luce di una buona comunanza nella “trasmissione culturale”. Ma la “tradizione” in bocca alla destra è di solito roba tipo la sagra dei osei o il festival della porchetta, cose degnissime s’intende, ma sostanzialmente brand da vendere ai turisti come “prodotti tipici”. Nello stesso momento in cui si riempie la bocca di queste “tradizioni” la destra (proprio come la sinistra) smonta i programmi scolastici, demolisce i teatri, accoglie con gioia l’americanizzazione delle accademie, ecc.
Quanto ad amenità come le “radici giudaico-cristiane”, si tratta dell’ipostatizzazione di un ircocervo, un prodotto di fantasia, visto 1) che la storia del cristianesimo è proverbialmente spaccata al suo interno, 2) l’ebraismo in Europa non ha contato nulla come culto – per lo più circoscritto ai ghetti - , e 3) visto che le più ampie e unitarie radici comuni della cultura europea sono quelle greco-romane, rispetto a cui i cristianesimi si sono insediati in forme assai divergenti (si pensi al nesso tra il cristianesimo ortodosso e radici greche dell’Impero romano d’Oriente).
Questa ipostatizzazione non è però un errore innocente. Esso ha in effetti una funzione di DISTRUZIONE delle radici europee, riconducendole nell’area d’influenza dell’Occidente a guida americana. Le “radici giudaico-cristiane” sono un’invenzione il cui senso autentico non è quello di riallacciarsi alla propria (europea) tradizione culturale, ma quello di assimilarsi alla diade USA-Israele, che domina la scena politica occidentale dopo il 1945.
È su questa scorta che sorge l’anti-islamismo della destra, che confonde intenzionalmente il problema (reale) di flussi migratori fuori controllo con il problema (fittizio) dell’islamizzazione dell’Occidente. Come se le rivolte delle banlieue o gli attentati dell’ISIS fossero momenti di un “processo di islamizzazione”.
Nota finale.
Questo, tuttavia, non significa che l’Europa non possa ad un certo punto “islamizzarsi”.
Premesso che esistono innumerevoli varietà di Islam e che quindi ogni discorso di “islamizzazione”, senza precisazioni, mette insieme cose letteralmente incommensurabili, tuttavia non è affatto escluso che l’Europa ad un certo punto possa “islamizzarsi”.
Se questo accadrà non sarà per un colpo di stato o l’imposizione della Sharia con un atto di forza, ma per la conversione volontaria degli europei: il raggiungimento di un’egemonia per vie interne.
L’Islam è oggi una religione in crescita perché rappresenta una prospettiva spirituale in un mondo, come quello dell’Europa neoliberale, che ha sistematicamente sradicato ogni dimensione spirituale. Conta poco che l’Europa possa riallacciarsi di diritto a una ricchissima tradizione spirituale. Se questa rimane un gagliardetto da brandire in qualche cerimonia pubblica, con niente dietro, il suo destino è segnato. La natura, inclusa la natura umana, aborrisce il vuoto. E il vuoto spirituale (le vicissitudini della decadenza dell’Impero romano lo mostrano bene) non viene mai tollerato a lungo. essere terreno di scontro internazionale. Per dirla con le parole di Jean Thiriart, il cavaliere euroasiatico che fondò la Giovane Europa, “dall’avvenire dell’Europa dipende il destino stesso dell’uomo e nessuno è in grado di prendere il posto dell’Europa in questa missione verso l’umanità. La missione dell’Europa è di essere la Nazione-guida."
