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Quando gli intellettuali temono i libri

di Simone Regazzoni - 06/12/2025

Quando gli intellettuali temono i libri

Fonte: Simone Regazzoni

Sulla questione della censura dei libri che veicolano idee "pericolose per la democrazia" ci giochiamo una battaglia cruciale per la democrazia stessa, per la libera circolazione delle idee nello spazio pubblico, per la nostra libera formazione di soggetti e cittadini.
La questione è semplice.
O lasciamo che siano gli individui a scegliere liberamente cosa vogliono leggere, come vogliono interpretare ciò che leggono, come vogliono formare le proprie idee, oppure affidiamo la nostra libertà nelle mani di qualche sedicente intellettuale che, autoproclamandosi nostro pubblico tutore, deciderà paternalisticamente che cosa è giusto, adeguato, appropriato per noi, che cosa dobbiamo o non dobbiamo trovare non sui banchi di scuola, ma in una fiera del libro il cui motto, giustissimo, afferma che la nostra libertà è direttamente proporzionale al numero di libri: "più libri più liberi".
Non sarebbero dunque i lettori a decidere cosa leggere, ma un gruppetto di menti elette che vuole tutelarci trattandoci da idioti.
Ma "quei testi sono filonazisti!".
Sì, e proprio in nome di questo domani vi diranno che un classico della filosofia come Martin Heidegger è filosofia nazista (è stato scritto) quindi non può stare in fiera. E poi sarà la volta di Carl Schmitt (è stato scritto), poi magari Jünger ma anche Céline e Pound o forse anche Nietzsche che non era proprio un sincero democratico e, perché no?, Platone che è un classico del totalitarismo, lo ha detto Popper...
Quando si affida nelle mani di qualche comitato di sedicenti intellettuali che si autoproclama nostro tutore intellettuale e guardiano della democrazia il diritto di censurare si sa dove si comincia e non dove si finisce.
Il prossimo anno potrebbe essere la volta dei libri sessisti o che veicolano il patriarcato. Un'esagerazione? Abbiamo già visto la censura politicamente corretta intervenire nel corpo stesso dei testi, abbiamo visto classici additati di tutti i mali: ci vuole poco perché il comitato di salute pubblica in nome del nostro Bene, intervenga anche in questo campo.
Meno libri, meno liberi.
Di una cosa si può essere certi.
Si troveranno sempre "buone ragioni" per dire che alcuni libri sono pericolosi: è una storia triste e nota. È la storia della censura che accompagna la storia del libro. Perché il libro facendo appello alla nostra libertà e mettendola in gioco in modo radicale nella lettura sarà sempre, per fortuna, un oggetto pericoloso.
Sta a noi sovrani lettori decidere se cedere la nostra libertà a qualche comitato o tenercela ben stretta, rispedendo al mittente le letterine firmate ogni anno dai soliti noti che hanno una sola cosa in comune: paura dei libri. Intellettuali con la paura dei libri.
Paradossi? No. Quando legittimiamo in nome del Bene censura e censori abdichiamo alla nostra libertà e barattiamo la cultura con la piccola pedagogia degli intellettualini di turno.
Non chiediamo tanto.
Anzi pochissimo.
Il minimo sindacale.
Chiediamo una democrazia in cui un gruppetto di scrittori non decida al nostro posto.
Perché la democrazia è lo spazio aperto, differenziale, in dissidio, del confronto e del conflitto delle idee, non il regno delle presunte idee buone e giuste.