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Per affrontare il caos, ripartiamo dalla geopolitica

di Marcello Veneziani - 13/07/2026

Per affrontare il caos, ripartiamo dalla geopolitica

Fonte: Marcello Veneziani

Alla fine chi comanda il mondo? Il disordine. Non c’è un ordine mondiale, né vecchio né nuovo, non c’è un impero sovrastante, universale, non c’è una società delle nazioni, un luogo neutrale super partes, riconosciuto da tutti, che sia arbitro, paciere e garante in caso di gravi situazioni di crisi. Non c’è nulla che somigli a un equilibrio tra potenze o un patto che metta in salvo il pianeta su alcuni rischi che riguardano tutti.

L’impero del disordine s’intitola il fascicolo di Rinascita, l’antica testata comunista, fondata da Palmiro Togliatti nel 1944, che fu la punta di diamante del disegno di egemonia culturale del Pci, diretta poi da eminenti esponenti del Partito e poi chiusa da anni, che rinasce ora, fedele al nome ma non al vecchio Pci, con Goffredo Bettini. Rinascita chiama a raccolta autori e politici per capire il caos globale e come muoversi. È una sfilata di nomi che appartengono alla sinistra, fino al “progressista” Giuseppe Conte, ma con due intrusi, Pietrangelo Buttafuoco ed io, invitato a scrivere un saggio sul tema.

Quel che mi preme sottolineare è che se la politichetta piccola, furba e ipocrita inscena ogni giorno il teatrino della destra e della sinistra, in guerra tra governo e opposizione, qui lo scenario cambia e le consonanze prevalgono sulle dissonanze. Siamo giunti a un grado di caos che non si può più fingere che esistano due blocchi, due o più idee contrapposte, con lo spartiacque del bene e del male.

Per spirito di sintesi riprendo il saggio d’apertura di Bettini, considerato una mente politica, se non il regista, nel retrobottega della sinistra, della sua strategia e delle sue alleanze. Bettini sostiene le seguenti tesi che riassumo: il disordine mondiale, nato dal crollo dell’ordine bipolare e poi dal rigetto dell’impero americano di larga parte del mondo, ha perso il pilastro europeo, che non è in grado di suscitare un suo patriottismo e si perde nell’assurda guerra contro la Russia. Nel disordine servirebbe la politica ma sembra sparita. Non c’è politica senza forza, ammette Bettini, ma la forza senza politica è “volontà di potenza che tracima nell’istinto di morte”. La politica è sempre ordinatrice, mentre la tirannia è la forma estrema dell’anarchia; la tecnica è il contrario della politica.

Premesse generali, o generiche direte voi, sulle quali concordo. E su cui converge in queste pagine Lucio Caracciolo, direttore di Limes. Entrambi sostengono, ed io concordo, che l’Occidente non può pensarsi come universale, a sua volta è diviso in almeno tre occidenti discordi; e poi non è l’unica civiltà al mondo. L’Europa, osserva nel suo saggio Roberto Esposito, non può limitarsi a difendere i diritti universali o i diritti in generale; deve esprimere una differenza, una posizione geopolitica, restando indipendente dai due grandi imperi, americano e cinese, propensa al multipolarismo, incentrata nel suo ruolo mediterraneo e in grado di riaprire il dialogo con la Russia… Anche qui devo ripetermi: concordo e non lo dico col senno di poi, perché nel saggio pubblicato su Rinascita, sostengo in altri modi una visione geopolitica analoga.

So che se scavassimo su altri versanti troveremmo motivi di divergenza: sui flussi migratori, sul ruolo significativo delle identità e comunità nazionali, sull’importanza delle tradizioni religiose e civili, sul senso del sacro e del mito, sui diritti civili, sull’idea stessa di comunità, e sulla dialettica tra coesione e differenza. Ma è significativo notare che quando si ragiona e non si pensa ai voti, ai sondaggi, ai vantaggi immediati, al teatrino; insomma quando si va oltre il circo della politica, ci si rende conto che siamo sulla stessa barca e cerchiamo soluzioni analoghe.

Potremmo dire che basta ragionare, avere buon senso e si arriva a conclusioni affini… ma non è solo per questo. Se applichi il realismo intelligente della geopolitica non puoi arrivare a conclusioni diverse; cogli le affinità e le differenze, le possibili alleanze, le provvisorie convergenze, il punto d’equilibrio, traendolo dalla reale situazione dei paesi, mettendosi nei panni di ciascun soggetto, cercando di bilanciare forza e consenso, potenza e saggezza, efficacia e lungimiranza.

Però se spingi fino in fondo la visione geopolitica ti rendi conto che salta l’irenismo, l’internazionalismo umanitario, nel nome di un mondo senza frontiere; la visione geopolitica è fondata sull’importanza degli spazi vitali, delle differenze geoculturali, dei territori, dei confini, delle appartenenze, della prossimità e della distanza e delle affinità che sorgono quando sei vicino o quando sei remoto. In quella chiave devi considerare da un verso le eredità che ti provengono dalle nazioni e dai contesti locali e dall’altro verso il criterio naturale e realistico della preferenza per ragioni di prossimità: è innegabile che io mi sento e sono più legato, per valori e interessi, a chi mi è più vicino; i miei famigliari, i miei corregionali, i miei connazionali, i miei compatrioti europei e mediterranei… Questo è il realismo che difetta a chi si ferma allo scenario di partenza e non porta fino in fondo la prospettiva geopolitica, sposando alla fine l’utopia del mondo migliore. Le differenze ci sono, le culture ci sono, le civiltà ci sono non c’è solo l’umanità, il mondo senza confini. Ci sono più civiltà da rispettare, ne convengo, ma a partire dalla propria. E su un altro piano, che riguarda la direzione e la motivazione della nostra vita, conta il significato del sacro, del pensiero, della religione, dei costumi, delle passioni ideali, della memoria storica, dei legami naturali ed elettivi. Quel che riassumo nell’espressione tradizione. E ancor più hanno importanza nel presente per compensare la spinta alla globalizzazione tecno-economica e al primato dell’universo artificiale prodotto dalla tecnologia. Questo è il punto di differenza che ancora ci divide.

Finita l’analisi delle idee passiamo ai pettegolezzi. Di fronte a questo fascicolo che contiene contributi “ibridi” come il mio, ci sono quelli che gridano al tradimento, da ambo i versanti; ci sono i maliziosi “di sinistra” che dicono: i cosiddetti “intellettuali di destra” devono migrare a sinistra per trovare finestre culturali ed esprimere le loro idee, perché a destra non ci sono o vengono censurati dai funzionari politici governativi. E ci sono i “maliziosi di destra” che dicono: ma la sinistra è messa male se ricorre agli “intellettuali di destra”, fino a ieri considerati inesistenti oppure ossimori viventi… Non appartenendo né ai maliziosi né ai manichei, io invece sono confortato da questi dialoghi e da queste consonanze, reputo positivo l’uso critico dell’intelligenza al di là degli schieramenti e delle appartenenze (sempre più vuote di significato, e diventate qualcosa tra le tifoserie sportive, i riflessi automatici, i comparizi amicali, anche un po’ mafiosi, i consorzi d’interesse o i comitati d’affari e di carriera). Quelle categorie superstiti di destra e sinistra sono false, pretestuose, tardive, servono solo come alibi per chi ne trae profitto, politico e non solo. Ma se vuoi vedere in faccia la realtà devi liberartene e non preoccuparti se concordi o discordi con gli “amici” o i “nemici”. Viviamo nel caos e non possiamo fingere di mettere in ordine la casa; cerchiamo piuttosto il modo migliore per aprirci al mondo e mettere in salvo noi, i nostri principi e il mondo reale dai deliri distruttivi del disordine globale.