Rivolta impopolare (l'iraniana di Toronto...)
di Gianni Petrosillo - 11/01/2026

Fonte: Gianni Petrosillo
La propaganda occidentale ha il vizio di enfatizzare le rivolte che avvengono nei Paesi considerati nemici e di minimizzare quelle che pure esistono al proprio interno, che guarda un po' vengono invece criminalizzate. E poi non si capisce come mai dalle proteste altrui ci si aspetta sempre un rovesciamento di regime (e si condanna lo Stato quando attua la repressione) mentre le nostre repressioni sono giustificate dalla necessità di proteggere la democrazia che qualsiasi cosa faccia, anche se picchia la folla, è cosa buona e giusta. Scattano così manovre di falsificazione e decontestualizzazione mediatiche finalizzate a offrire alle proprie opinioni pubbliche una chiave di lettura secondo cui le manifestazioni che avvengono fuori dal perimetro dei paesi liberali discenderebbero dalla volontà di quelle società di adottare il “modo di vita” occidentale.
È un meccanismo collaudato, si prende, ad esempio, la foto di una canadese che fuma e brucia l’immagine dell’ayatollah e la si innalza a simbolo di una liberazione dei costumi. Lo schema è dunque sempre lo stesso. A questo proposito vale la pena ricordare quanto scriveva Gianfranco La Grassa sulla strumentalizzazione delle proteste in Iran nel 2018:
“Ieri su un giornale – ma nemmeno di quelli ‘progressisti’ (adesso non ricordo quale perché dimentico gli idioti o peggio) – quale simbolo della rivolta ‘popolare’ in Iran c’era la foto in primo piano di una donna con la bocca urlante (ma che poteva essere in qualsiasi parte del mondo poiché non si vedeva altro), che brandiva a braccio steso e in alto un cellulare; evidentemente il simbolo della protesta ‘modernista’, mentre poi si cercava di sostenere che era in ribellione il popolo, proprio quello delle città piccole e delle campagne, in miseria e alla fame. Poiché non posso pensare che si sia così cretini e mentecatti da simboleggiare una ‘rivoluzione’ in tal modo, sono convinto che si ha a che fare con un giornalismo di autentici criminali, da condannare alla pena suprema. Non se ne può più di essere informati (oltre che governati) da simili banditi”.
Dal 2018 a oggi, però, le cose sono cambiate, non il nostro giornalismo evidentemente. La recente ondata di proteste iraniane presenta un’intensità decisamente più bassa. Al netto delle consuete ingerenze e infiltrazioni esterne, va ricordato che la società persiana è una società molto giovane, l’età mediana in Iran è di circa 34 anni, mentre in Italia sfiora i 47. Una società giovane è per definizione più viva, più dinamica, e tende a spingere per trasformazioni anche profonde che vanno ben incardinate perché possono essere radicalmente destabilizzanti. Giocoforza interessi nemici si inseriscono in tali meccaniche per orientarle.
Chi detiene il potere deve dunque prestare grande attenzione ai possibili sviluppi, che possono assumere pieghe tanto positive quanto negative. Inoltre, all’interno dei gruppi dominanti esistono prospettive differenti su come affrontare le sfide interne e internazionali in corso. Sta di fatto che ora l'Iran è molto meno aggredibile dall'esterno in maniera diretta per questo sono riprese le manovre per sobillare strati della popolazione che, a volte anche giustamente, vorrebbero una vita meno asfittica.
Nelle contraddizioni sociali si inseriscono ovviamente Paesi terzi che tentano di accrescere le tensioni, ma non mi pare che dispongano più della forza di un tempo, per quanto restino aggressivi proprio perché l’Iran è diventato una vera potenza regionale, in un’area in cui gli appetiti statunitensi sono sempre stati fortissimi per ragioni storiche ed economiche.
Non si può più dire che il clima sia favorevole come un tempo agli Stati Uniti, anche se essi conservano ancora ampi margini di agibilità, possono giocare sugli attriti e sugli interessi divergenti di Paesi come Turchia, Arabia Saudita, Egitto e, naturalmente, sul loro cuneo israeliano, senza il quale perderebbero gran parte della capacità di interferire in quella zona. Nel lungo periodo, tuttavia, anche in quest’area, come nel Pacifico, credo che Washington perderà terreno a favore della crescente autonomia strategica degli attori regionali, che finiranno per confrontarsi tra loro, sbarrando progressivamente l’accesso a una potenza che da sempre prospera sulle divisioni e sulle guerre dirette o per procura.
Nel frattempo, i nostri media, sempre più imbecilli, vorrebbero farci credere che una iraniana che fuma e brucia un’effigie a Toronto (nel 2022) sia il segno che 'tutti vogliono vivere ancora come noi' che siamo sempre esportatori di un modello universale e inarrestabile. Sono solo balle. A parte che ormai si moltiplicano i divieti, per esempio oggi ci impediscono perfino di fumare all’aperto e ci dissanguano per comprare un pacchetto di sigarette perché devono fare cassa sui nostri vezzi. Poi ci impediscono anche di esprimere liberamente certe opinioni perché sono diventanti peggio delle teocrazie, con il pretesto di non offendere nessuno ci offendono tutti.
Le nostre democrazie banditesche sono ormai vecchie quanto la nostra popolazione, sempre più pensionata e sonnecchiante. Peggio ancora, una classe dirigente fallita e corrotta continua a giocare con cliché logori ed è forse più odiata dei cosiddetti autocrati religiosi, che almeno offrono alle proprie popolazioni non la finta libertà soggettiva, ma l’indipendenza del Paese e una forza geopolitica adatta alla fase, una forma di libertà collettiva, se così possiamo chiamarla, che fa la Storia, non le storie su Instagram.
