Russia e Italia, sorelle d’anima
di Marcello Veneziani - 26/07/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Da quando l’Unione europea ha dichiarato guerra alla Russia, immaginando di essere stata aggredita, non sono più permessi spazi di dialogo nemmeno a livello di arte, cultura e sport, ambiti un tempo impermeabili ai conflitti, alle guerre fredde e alle tensioni internazionali, zone franche e luoghi aperti di scambio nonostante le ostilità. Lo confermano i vertici europei, il riarmo, la retorica dei Volenterosi, le polemiche nostrane che vedono allineati governo, Fratelli d’Italia e il Pd sul fronte antirusso; la ridicola “multa” dell’Ue alla Biennale per aver osato tenere in vita quel canale di rispetto e di scambio sul piano artistico, lasciando ai russi il loro padiglione. Ma lasciamo stare le polemiche, ricordiamo piuttosto cosa ci stiamo giocando sul piano culturale e letterario. Noi europei, noi italiani.
I grandi scrittori russi hanno sempre considerato l’Italia una patria sorella. Hanno avvertito l’appartenenza a una comune civiltà, greca, romana e cristiana, seppur lacerata dallo scisma tra Roma e Bisanzio. L’Italia era il luogo ideale in cui venivano a ristorare le loro anime con l’arte e il paesaggio e i loro corpi per via del clima mite e salubre. Erano attratti dal sole e dall’arte, la storia e la cultura ma anche da una percezione di affinità caratteriale e popolare. Persino il cantore del populismo russo, Aleksandr Herzen, attraversando “il meridione estremo d’Italia” si ricordò dei villaggi e dei contadini russi. Un altro Alessandro, prima di lui, Puškin, vedeva l’Italia nel romanzo Evgenij Onegin, come un luogo ideale, “dove il cielo è più azzurro, dove il sole è più caldo” luogo di bellezza, di frutti e di sentimento, ma anche di “dolce vita” e di naturale eleganza.
All’Italia vista dalla letteratura russa come patria dell’anima, dedica un saggio su Rinascita, la storica rivista da poco rinata, Giorgio Starace. È da almeno tre secoli, nota Starace, che l’Italia esercita un fascino potente sugli scrittori russi; in particolare Roma e Firenze, Napoli e Venezia. I russi scoprirono l’Italia molto prima che la letteratura italiana scoprisse la Russia.
Gogol’ scrisse a Roma il celebre racconto Il Cappotto e gran parte del suo poema in prosa Le anime morte. Affascinato da Dante, da Tasso e da Raffaello, era invaghito dell’aria di Roma al punto che sognava di avere un naso gigantesco per respirare di più la sua bellissima aria. Gogol’ era ucraino, ma fa parte della letteratura russa; a conferma che sul piano culturale, come sul piano religioso, linguistico, storico, l’Ucraina è da secoli considerata nell’universo russo, non certo in quello europeo.
Fedor Dostoevskij s’innamorò di Firenze, in quel tempo capitale del neonato Stato italiano e in Italia portò a compimento L’Idiota. A proposito dell’unità d’Italia Dostoevskij notò che l’Italia era sempre stata un faro universale di civiltà, con la gloria di Roma imperiale, del Papato, dell’Arte e della Cultura; vederla ridotta dal processo unitario a un mediocre staterello, “un piccolo regno di second’ordine…un’unità meccanica, non spirituale” era per lui deludente. Lev Tolstoj portò l’Italia nel suo capolavoro Anna Karenina; lo colpì della vita italiana lo splendore dell’ozio, il dolce far niente; e dire che la percezione italiana della Russia, almeno al tempo degli Zar, era più o meno la stessa: una vita oziosa, pigra, soprattutto nelle classi agiate, come quella descritta da Goncarov in Oblomov, il possidente russo che somigliava per la sua indolenza ai nostri proprietari terrieri meridionali; due mondi vicini. A Roma Tolstoj fu colpito, scrive Starace, “più dalla povertà del popolo romano che dalle glorie dell’Impero”. Tolstoj s’inoltrò nella lingua italiana per leggere in lingua originale Dante. Tra Roma e Venezia trascorse giorni memorabili anche Ivan Turgenev e vi è traccia di quel soggiorno in alcuni suoi racconti e in poesie; memorabile è un volo onirico notturno descritto da Turgenev sulle rovine di Roma nel racconto mistico Fantasmi. Restò nei suoi scritti l’immagine di una “nazione poetica”. Anche Cechov, s’innamorò dell’Italia che battezzò “il paese delle meraviglie”, a partire dalla fiabesca Venezia, “un sogno a occhi aperti”. Amò Napoli e Firenze, Genova e Sanremo ma non fu conquistato da Roma. In tempi a noi più vicini, fu memorabile il soggiorno a Capri, in esilio dorato, di Maksim Gorkij, per ben sette anni. Trasformò Capri in un salotto russo, e vi passo pure Lenin, per ben due volte. Amò l’Isola e il nostro sole ma “a me manca la nostra terra”, diceva l’esule russo.
Il più grande pensatore russo, Pavel Florenskij, fu a lungo considerato il “Leonardo da Vinci” russo, per i suoi molteplici interessi scientifici, sperimentali, filosofici e letterari. Mistico, teologo e sacerdote, con una numerosa famiglia, perseguitato dal regime sovietico e ucciso dagli scherani di Stalin nel giorno dell’Immacolata del 1937, Florenskij studiò a lungo Dante e scrisse pagine originali sulla visione dantesca e sulla geometria non euclidea che il sommo poeta aveva intuito figurando l’Aldilà. Affascinata da Dante fu pure la poetessa Marina Cvetaeva che amava l’Italia, la riviera ligure e ci veniva sin dall’infanzia, e Anna Achmatova, affascinata da Roma e da Taormina e Iosif Brodskij, innamorato di Venezia, su cui scrisse un memorabile libretto, Fondamenta degli Incurabili. L’arte e la cultura uniscono la Russia all’Italia, ma oggi si vietano concerti, conferenze e mostre sui russi; che delitto e che castigo…

