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Scosse sismiche. Ipotesi sul mondo dopo Caracas

di Alessandro Visalli - 06/01/2026

Scosse sismiche. Ipotesi sul mondo dopo Caracas

Fonte: Tempo fertile

Il fatto.
La notte tra il 2 ed il 3 gennaio 2026 con una manifesta violazione di ogni straccio di diritto internazionale che ha come unico antecedente la rimozione di Noriega nel 1989, ad altro passaggio di fase, gli Stati Uniti hanno attaccato e rapito il presidente eletto e legittimo, in quanto riconosciuto dall’ONU e dalla grande maggioranza dei paesi del mondo, del Venezuela, Nicholas Maduro e sua moglie.
L’azione sembra aver visto in una prima fase attacchi con missili cruise chirurgici alle infrastrutture elettriche, ottenuto il black out, misure di guerra elettronica per ‘spegnere’ i radar e disturbare le comunicazioni, quindi azioni di bombardamento di infrastrutture, e, infine, un’azione di commandos. Le prime notizie parlano di ottanta morti venezuelani, circa trenta cubani. Sarebbero stati usati, allo stato delle informazioni disponibili, centinaia di missili cruise per neutralizzare le circa 18-20 batterie di sistemi S-300. Buk M2E e S-125 di fabbricazione russa, forse accecati dalle misure di guerra elettronica.
Il Venezuela è un grande paese, esteso per quasi un milione di kmq (tre volte l’Italia), con una popolazione di circa trenta milioni di abitanti, un reddito pro-capite molto basso, in calo a circa millecinquecento dollari (diecimila a parità di potere di acquisto). Per comparazione, in Italia è da venti a cinque volte maggiore (trentaquattromila in valore corrente e cinquantatremila in termini di parità potere di acquisto).
Questo paese grande, poco abitato, e poverissimo dispone, però, delle maggiori riserve di petrolio del mondo (stimate in trecento miliardi di barili, 17% delle riserve del pianeta), probabilmente anche di oro, abbondanti riserve di metalli ferrosi, bauxite, coltan e altre terre rare. Si tratta di riserve per lo più non sfruttate e di difficile estrazione, il cui sviluppo massivo può richiedere anni, e forse un decennio, immani distruzioni ambientali e la risoluzione di sacche di guerriglia nell’interno. Produce attualmente circa un milione di mc di petrolio al giorno (una quantità marginale, l’un per cento della produzione mondiale), di cui esporta la metà (ovvero, centocinquanta milioni di barili all’anno) ed era un membro fondatore dell’Opec, estromesso per effetto delle sanzioni americane. È l’alleato principale della Russia nella regione e uno dei fornitori di petrolio della Cina, dalla quale ha ricevuto nel tempo ingenti prestiti garantiti dalle riserve. Le compagnie statunitensi lo hanno portato in tribunale per miliardi di dollari, come risarcimento delle espropriazioni chaviste, vincendo.
Chiaramente l’importanza immediata del Venezuela nella dinamica delle materie prime, che è l’autentico campo di battaglia della transizione tecnologica in corso (dall’economia della terza rivoluzione industriale a quella della quarta: automazione integrale, economia del senso e dei dati pienamente sviluppata, salto di scala nella gestione energetica con la piena elettrificazione), è marginale in atto, ma non lo è in potenza. La Cina, ad esempio, si rifornisce di petrolio da Russia, Arabia Saudita, Iraq, e Iran nell’ordine, ma è anche il terzo produttore mondiale. La Russia fornisce quattro volte l’intera produzione per esportazione venezuelana (quindi settecento milioni di barili all’anno, poco meno di un quinto del totale importato), l’Arabia Saudita poco sotto e via via gli altri. Importa anche dagli Stati Uniti, dal Canada, dalla Malesia, etc.
Tuttavia, il Venezuela ha un petrolio pesante, difficile da estrarre. Inoltre, lo ha per mille anni all’attuale ritmo di produzione, comunque centinaia anche ad un ritmo maggiore. Poi ha minerali decisivi nell’Arco Minero dell’Orinoco (cassiterite, nichel, rodio, titanio, oro per ottomila tonnellate ovvero circa mille miliardi di dollari).

Gli obiettivi.
Poniamo come ipotesi, che la manovra di entrata in possesso delle risorse venezuelane da parte degli Stati Uniti sia alla fine coronata di successo, e rinviamo a dopo le considerazioni più strettamente geopolitiche che possono essere prodotte analizzando la Conferenza di Mar-Al-Lago e la Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America, pubblicata nel novembre scorso.
Per come appare attualmente, l’obiettivo statunitense ha tre lati: controllare, minacciare e inibire.
1.     Controllare direttamente nell’intero emisfero “Occidentale” le risorse che possono abilitare la trasformazione dell’economia nella transizione tecnologica in corso, sottraendole all’avversario e quindi determinandone nel mondo le relative ‘ragioni di scambio’[1]. Una sorta di Großraum (Spazio Grande) Schmittiano, ma senza nomos, come vedremo articolato al medesimo livello, rischiando di precipitare nello Stato di Natura verso l’esterno invece che essere freno e nell’Ordine conservatore/razzialistico[2] all’interno.
2.     Minacciare con assoluta franchezza e brutalità i paesi di secondo e terzo livello, al fine che si allineino al dominatore occidentale (direttamente e senza infingimento dichiarato tale sia nella Strategia, sia nella Conferenza). Farlo senza offrire una eticità sostitutiva alla morale universalista che si critica (e giustamente).
3.     Inibire la formazione di altri poli geopolitici compatti, capaci di concepire, implementare e attuare azioni coordinate contro il progetto di dominio, con particolare riferimento ai Brics.

Questioni di scala fuori del Großraum
Da questo punto di vista, ammesso che il primo punto in Venezuela venga acquisito, e si tratta di una ammissione veramente difficile, i paesi che andrebbero “minacciati” e allineati senza più infingimenti al dominatore sono, abbastanza evidentemente quelli decisivi per la partita-mondo. Paesi strettamente esterni alla prima fascia del Großraum (per la quale si prevede in sostanza l’annessione, di fatto se non di diritto, dal Venezuela al Brasile e Messico), ma da includere nella seconda fascia di dominazione, quella da “arruolare”.
Ovvero l’India e l’Arabia Saudita, poi la Turchia, diversi paesi emergenti africani come la Nigeria (oggetto di un recente bombardamento), e i grandi paesi orientali, come l’Indonesia. Restiamo sui primi due:
-        l’India è un paese emergente, ricchissimo e potentissimo, un Grande Attore geopolitico e geoeconomico.

-        L’Arabia Saudita è la cassaforte del mondo, e dei titoli americani in particolare, oltre ad essere il punto di equilibrio di un’area che conta centinaia di milioni di persone e risorse immense.
Passare dal diritto alla forza con il Venezuela è una cosa, con questi attori tutt’altra. La massa conta in geopolitica, si tratta della specifica ragione per la quale gli Stati Uniti sono potenti e l’Europa non lo è (non è una massa, si tratta di attori mal assortiti senza coesione). Ora, la forza è un attributo della relazione. Nel senso che dipende strettamente dalla massa relativa, dall’inerzia della situazione e capacità di mobilitarla, oltre che dalle capacità e volontà di reazione.
Per quanto riguarda la massa relativa la legge che la guida è quella del “quadrato-cubo”, nel senso che una nazione che ha il doppio dell’estensione (in termini di qualche metrica) ha il triplo almeno della forza relativa. Ora, su molte metriche l’India è più grande degli Stati Uniti, e cresce. È un continente con il triplo quasi della popolazione, ha un Pil in termini PPA che è la metà degli USA (mentre in termini di PIL a moneta corrente, dollaro, è otto volte più piccola, ma è il quarto paese del mondo, terzo in termini di PPA). Ha un arsenale nucleare completo (la Triade), domina i servizi IT, dispone di un sistema di pagamenti (UPI) che si sta estendendo ed è migliore di quello occidentale, è “multiallineata” (Dottrina Jaishankar), un paese chiave dei Brics e dello SCO e, contemporaneamente, membro decisivo del QUAD. È considerata dalle principali imprese del mondo il mercato del futuro, e un pesante investimento. Un’azione contro Nuova Delhi disintegrerebbe in un attimo parte della capitalizzazione di Apple, Google e Microsoft. L’India ha, inoltre, ingenti capacità di raffinazione del petrolio di cui è hub essenziale. Per la sua posizione geografica può “tagliare in due” i mari del mondo.
Prendiamo ora in esame l’Arabia Saudita. Anche se meno di prima è letteralmente il pilastro sul quale si regge il dollaro (che, infatti, traballa). Attaccarla significherebbe dare fuoco ai propri Titoli di Stato. Ha storicamente una posizione centrale nella geopolitica del petrolio, è il paese guida dell’islam sunnita, sede della Mecca. Al momento le reazioni del paese sono modeste, il rischio sulla dinamica del petrolio sono giudicati modesti e non immediati (restano a circa 60 dollari al barile).

Le conseguenze sulle Ragioni di Scambio
Tuttavia, senza continuare questo esercizio, l’attacco al Venezuela, se fosse stabilizzato con successo, ristrutturerebbe nel medio termine la catena del valore globale, tramite la manipolazione delle Ragioni di Scambio. Un modo attraverso il quale ciò potrebbe accadere è la riproposizione di un modello neo-coloniale classico: il paese dominante non controlla tutto, ma ciò che gli interessa. Lascia Caracas ad un governo debole, o fantoccio, e si concentra su alcuni porti, linee ferroviarie e di comunicazione, e enclave minerarie nell’interno. Prende di qui, ed estrae, le risorse che gli servono, investe capitali solo per fare le famose “cattedrali nel deserto” (che non erano nel deserto per caso).
Ora, come vedremo tra breve Trump ha parlato della cassa disponibile del petrolio, ma quel che conta di più, per competere con la Cina e stabilizzare la situazione finanziaria critica degli Usa, sono le altre materie prime. In primo luogo, l’oro. Risorsa cruciale che vede riserve, estratte e da estrarre, per oltre mille miliardi di dollari, in grado di funzionare come collaterale per mobilitarne molti di più (dieci, venti volte?). Anche qui, tuttavia, nell’arco almeno di dieci anni ed al prezzo di immani distruzioni ambientali nell’Orinoco.
In secondo luogo, terre rare e coltan, delle quali la Cina detiene come noto quasi il monopolio di raffinazione e senza le quali gli aerei non volano, i computer non si accendono, i missili sono ciechi. L’idea qui è di porre le basi (con enormi investimenti, probabilmente garantiti dall’oro e dal petrolio) per creare una filiera “emisferica” (ovvero tutta entro l’Emisfero Occidentale) autonoma da Pechino (e da Mosca). Ma anche di controllare i prezzi, qui sottraendoli al controllo degli amici inglesi e australiani (le borse di Londra e Camberra controllano di fatto i prezzi negoziali dei metalli ferrosi, sui quali è in corso da tempo uno scontro asprissimo con la Cina).
Ma immaginiamo che gli Usa riescano a potenziare enormemente l’estrazione di petrolio venezuelano e lo usino come arma geopolitica, diciamo in dieci anni. Gli esperti parlano di 5-7 anni per passare a 2.3 milioni di barili, che non cambierebbero significativamente la situazione; altri almeno 10 per arrivare a 4 milioni, investendo cento miliardi. Allora i paesi ostili produttori (Russia e Iran) potrebbero essere colpiti molto severamente. Nessuno dei due è solo petrolio, ma questo conta. Prima delle sanzioni il petrolio e gas era la metà delle esportazioni russe e un terzo delle entrate federali. Oggi potrebbe pesare molto meno, probabilmente sotto il 10-15 per cento del PIL per il petrolio. Lo vende principalmente a Cina e India. Per l’Iran è peggio, rappresenta l’ottanta per cento delle esportazioni, ma il dieci per cento del Pil. Il paese lo vende essenzialmente alla Cina.
A chi farebbe male questa manovra, diciamo 3-5 milioni di barili aggiuntivi che possano far scendere il prezzo del greggio intorno ai 40 $ al barile? Ovviamente all’Iran, alla Russia ed alla Cina, ma, appunto, potenziare la produzione in modo significativo è un lavoro di lungo termine, può facilmente andare storto e dipende da una logistica altamente vulnerabile. Inoltre è visibile, prevedibile, e progressivo.
Paradossalmente farebbe più male all’Arabia Saudita ed agli altri paesi del Golfo, i quali non si possono permettere un petrolio sotto i quaranta dollari. Per essa è il trenta per cento del Pil, il cinquanta delle entrate governative e l’ottanta delle esportazioni. Anche qui i flussi vanno per lo più ad Est (tutto va ad Est). Ma l’Arabia Saudita potrebbe, per un certo tempo, compensare tagliando la propria produzione, in modo proporzionale. Resterebbe vero che in tal modo lo scontro Opec/Occidente e Usa/Riad prenderebbe quota.
Il problema si potrebbe riassumere nel modo seguente: essenzialmente gli Usa hanno sempre usato quelle che già Keynes chiamava “armi finanziarie” e il controllo neocoloniale garantito dalla sua rete di multinazionali (protette dal Pentagono alle brutte) per “regolare” le Ragioni di scambio. Questo gioco, però, ha cominciato a non funzionare più da quando è mancato progressivamente (diciamo negli ultimi cinque anni) il suo presupposto operativo: il monopsonio (monopolio del compratore). Quando, infatti, esiste un compratore e prestatore alternativo (e più generoso, oltre che meno puritano) tutti si riposizionano, normalmente con una postura opportunista (il miglior esempio è la Turchia, ma anche l’India, e l’Arabia Saudita stessa).
L’idea, da questo punto di vista è semplice, se i metodi normali non funzionano più resta la tentazione di tornare all’Ottocento e passare alle cannoniere.

Scenari della forza.
Le FFAA americane sono il loro punto di forza, ma anche di debolezza. Perché sono costosissime e fondate su sistemi d’arma progettati e concettualizzati per una guerra che non c’è più. Quella con paesi incapaci di difendersi e senza le tecnologie moderne. In realtà gli Usa hanno una flotta molto avanzata tecnologicamente, ma senza industria retrostante e limitate scorte di munizioni. La flotta cinese ha dietro l’industria più grande del mondo e ragiona in termini di sciami, e navi medie ma numerose, per soverchiare le poche forze, se pure ad alta tecnologia e potenza, contrapposte. In altri termini la superiorità tecnologica puntiforme degli USA rischia di essere soverchiata dalla resilienza industriale e dalla massa operativa cinese[3]. Il 50% della cantieristica navale commerciale è cinese, e può produrre nello stesso momento navi da guerra, o mettere container con missili tattici (in grado di colpire a centinaia o migliaia di chilometri) a decollo verticali su navi commerciali portacontainer[4]. Le navi da guerra americane sono ca. 300, mentre quelle cinesi ora 400 e stanno crescendo a vista d’occhio. La flotta cinese è più giovane, l’età media di quella americana è di oltre venticinque anni. Le riparazioni dei guasti sono un tremendo collo di bottiglia per la flotta americana.
Tecnologie come i sottomarini silenziosissimi classe Yuan (Type 039C/D), a propulsione AIP, la cui strategia è la “Sea Denial”, possono restare immersi per settimane, poggiati sul fondo, e semplicemente far salire alle stelle i costi assicurativi delle navi solo con la loro presenza (senza affondarle, magari danneggiando parti minori). Per gli Stati Uniti, con cento navi in meno, e concentrate in Gruppi di attacco necessari per proteggere le portaerei, la difficoltà a controllare effettivamente tutte le rotte critiche è molto alta[5]. Il mare può essere “negato” anche se non “occupato” dalla controparte (che usa fregate tipo 054A/B e container lanciamissili VSL, facilmente occultabili)[6].
Se si andasse verso una risposta di attrito da parte cinese potremmo assistere alla presenza di sottomarini e piccole navi-scorta anche nei Caraibi, esplosione dei costi assicurativi[7], dimostrazione di debolezza nel punto percepito come più forte. Basterebbe rendere non più sicuro lo Stretto della Florida e il Canale dello Yucatán, che collegano le raffinerie del Texas con il mondo. Oppure porsi nel Passaggio della Mona e nel Passaggio Sopravvento, o all’accesso del Canale di Panama. Sarebbero sufficienti con piccoli incidenti e con lo stesso semplice spettacolo della mobilitazione di controparte di fronte alla possibilità che un sottomarino cinese sia ‘seduto’ su fondo.
La strategia sarebbe, insomma, quella della “Cost imposition”, e passerebbe per:
-        Colpire i sensori, i timoni o i sistemi di comunicazione, costringendo la nave a tornare in cantiere (dove spesso i tempi di riparazione durano anni);
-        Mettere mine a basso potenziale, che riconoscono la “firma” delle navi, e, di nuovo, fanno danni di attrito, non uccidono né affondano;
-        Semplicemente costringere la US Navy a spendere cifre enormi per pattugliare il mare nella caccia ai fantasmi[8].
-        Sedersi sui cavi sottomarini (che portano le cruciali informazioni finanziarie, creando disservizi). Ad esempio, sembra che sottomarini russi classe Yansen-M siano stati avvistati nel Nord dell’Atlantico, dove passano i cruciali cavi che connettono la City di Londra con Wall Street. In risposta miliardi di sterline, e dollari, sono stati dirottati per potenziare l’Atlantic Bastion, per proteggere i fondali.
-        Russia e Cina stanno operando per integrare i sistemi Glonass e Bei Dou, per sostituire il GPS e creare un sistema che non può essere “spento”, come probabilmente è successo il 2 gennaio a Caracas.
Lo scopo di tutto questo sarebbe che, alla fine, il petrolio “rubato” del Venezuela finirebbe per costare il doppio di quello saudita. La domanda diventerebbe: la tecnologia della “massa” cinese può logorare la “qualità” americana fino al collasso finanziario del Pentagono?
D’altra parte, l’India, proprio insieme ai Sauditi, sta organizzando la propria capacità di chiudere il Corridoio Mundra-Jeddah. Nel 2026 renderà operativa la base INS Varsha, scavata nella roccia e base di sommergibili nucleari indiani.

Risposte possibili
C'è un problema, però, minacciare per spaventare quando il centro alternativo ormai esiste e non lo puoi colpire direttamente (hanno provato con la Russia, con la guerra per interposta nazione, e con la Cina, con la guerra dei microchip e delle terre rare, ma in entrambi i casi non è andata bene) non va da nessuna parte. Le forze intermedie si potrebbero compattare su quello. Poi c’è un altro problema, le cannoniere potrebbero anche essere un vantaggio a tempo: le FFAA, anche navali, cinesi crescono ad un ritmo forse triplo di quello Usa. Il tempo è poco.
Quindi, l’effetto dell’azione si potrebbe rilevare controproducente: invece di inibire potrebbe accelerare.
Insomma, il punto di svolta c’è stato. Ma non è detto porti alla sottomissione, come espressamente detto da Trump nella Conferenza. Potrebbe portare alla compattazione. In tal caso, invece di fare “L’America Grande Ancora” ne accelererebbe il declino.
Nel dibattito al Consiglio di Sicurezza del 5 gennaio gli Stati Uniti si sono difesi dichiarando che il Venezuela non era uno stato sovrano, ma una organizzazione criminale, Russia e Cina, insieme al Venezuela hanno denunciato la violazione dell’art 2(4) della Carta e parlato di “guerra coloniale”. Il Veto Usa ha bloccato la risoluzione, ma pure i paesi europei si sono dimostrati imbarazzati[9].
Ciò che è decisivo per la scommessa americana è, infatti, che nessuno reagisca. Ma uno se punta una pistola può prevedere che l’altro si scansi. E qui ci sono molte contromosse possibili:
-        Accelerare la transizione verso il Petroyuan;
-        Spostarsi da parte di alcune potenze di medio-grande dimensione verso i Brics, trasformandoli in alleanza geopolitica e potenzialmente, in medio termine, militare (cosa che ora non sono);
-        Ampliare la capacità di risposta militare, anche nucleare, ognuno per conto proprio e con accordi di protezione reciproca sul modello di quello tra Cuba e Russia, o tra la stessa Russia e la Corea del Nord;
-        Creare punti di attrito geopolitico che rendano costosa la strategia americana (risposta asimmetrica);
-        Ritirarsi dal sistema finanziario occidentale dietro firewall irraggiungibili (seguendo l’esempio russo e le infrastrutture indiane).
In sostanza, se queste ipotesi fossero praticabili ai paesi emergenti, come Russia, Cina e la stessa india non converrebbe spendere enormi quantità di risorse economiche e politiche per aggredire e saccheggiare (se non in casi limitati come l’Ucraina, alla propria frontiera, e Taiwan, dentro il proprio paese, secondo la loro percezione). Basterebbe stare fermi e aspettare che tutti vengano da loro per sopravvivere.
Il gioco sarebbe dimostrare al mondo che sono loro, e non già le vecchie potenze liberali (e coloniali) dell’Occidente, ad essere affidabili ‘garanti’ di ordine. Chiaramente un ordine non liberale.
Passiamo ora ad analizzare quel che l’amministrazione americana ha effettivamente detto e scritto sulla vicenda.

La Conferenza di Mar-a-Lago.
Donald Trump nella Conferenza[10] nella quale ha presentato i risultati dell’azione di Caracas ha toccato alcuni tasti. Da una parte ha teso subito ad evidenziare come il Capo di Stato rapito fosse solo un criminale comune, un “illegittimo dittatore” (se pure eletto), finalmente portato davanti alla giustizia. Tramite questa azione, presentata insieme come militare (anzi splendida azione militare) e di polizia, gli Stati Uniti, ha detto, sarebbero ora rispettati come mai prima. Questo è un punto: il “rispetto” coincide nella mente del Presidente americano con la percezione di potenza e la capacità di minaccia, ci torneremo.
Poi è arrivato il primo colpo di scena. Trump ha dichiarato, con assoluta franchezza, che gli Stati Uniti “gestiranno il paese venezuelano”. Precisamente fino a che non si darà una transizione sicura e gradita. “Giusta”, come ha detto più volte. Una transizione che garantisca “la Pace, la Libertà e la Giustizia per il popolo venezuelano”. In questo passaggio Trump ha avuto cura di essere chiaro: “noi siamo ora là. Noi siamo là, ora. Lo saremo, rimarremo, lo gestiremo”.
Detto ciò, il Presidente si è spostato a illustrare il business: il petrolio. Gli Stati Uniti saranno lì e le loro aziende petrolifere “faranno soldi per il paese”. È da notare su questo punto che le Major hanno negato di essere state consultate[11].
Di qui si è passati ad una parte nella quale Maduro è stato accusato di essere un narcotrafficante, anzi un terrorista. Di avere scientemente importato negli Stati Uniti bande armate, uscite dalle carceri, per portare terrore e distruzione al popolo americano. Ha, infatti, testualmente detto: “era a capo delle gang che tagliano le dita delle persone”, di “bande criminali mandate per terrorizzare i nostri cittadini”.
Lo ha quindi accusato di aver nazionalizzato i beni americani (in realtà lo ha fatto Chavez) e di acquisire armi “in violazione della politica americana”. Ha, cioè, accusato uno Stato sovrano di avere un esercito, in quanto questo potrebbe essere usato contro le forze armate americane.
Questo è il passaggio nel quale ha rivendicato espressamente la Dottrina Monroe, dichiarandola superata di molto con la propria “Dottrina Donroe”. Dottrina semplice, cito testualmente: “l’America ora domina l’emisfero Occidentale e ciò non sarà più rimesso in discussione”. In altri termini. “Il potere americano domina nella nostra regione”.
Qui si capisce anche perché diventa un crimine comune armare un esercito sovrano.
E con una formula più estesa: “il futuro sarà determinato dall’abilità di proteggere, commerciare, e utilizzare delle risorse che sono al cuore della nostra sicurezza nazionale”. Quindi:
-        Tenere al sicuro i nostri confini (che, però, sono l’intero emisfero Occidentale, come visto);
-        Combattere i terroristi (ovvero chiunque non sia di questo avviso);
-        Abbattere i cartelli (chiunque si organizzi);
-        Difendere i nostri cittadini da tutte le minacce (cioè gli americani da chiunque non ne riconosca il dominio).
In definitiva, per Trump, “queste sono le leggi che hanno sempre determinato il potere globale”.
Quella del più forte.
Questa è dunque la proposta di Trump, verso l’esterno l’imposizione, con mezzi militari e di pressione finanziaria (dazi, principalmente) di Großraum senza nomos. Puro dominio.
Ma vediamo più in profondità.
 
Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America
L’Amministrazione Trump ha promulgato a novembre 2024 la sua Strategia di Sicurezza. Rispetto a quelle delle amministrazioni precedenti, ed in particolare a quella dell’Amministrazione Biden (Strategia di Sicurezza Nazionale 2022) si tratta di un completo rovesciamento. La postura strategica democratica, in continuità con una di più lungo periodo (di ispirazione wilsoniana), era rivolta al mantenimento dell’ordine liberale internazionale, nel quale gli Usa pretendevano di agire come garanti dell’Ordine Internazionale Basato sulle Regole, chiaramente tramite organizzazioni multilaterali da manovrare come proxy ed amplificatori di potenza. Quella di Trump, rifiuta ed in modo molto esplicito questo concetto, ed anche questa ipocrisia.
Trump descrive questo come errore condiviso da tutte le élite (democratiche o repubblicane) che hanno finito per sovraestendere il potere statunitense oltre i limiti sostenibili. Questa postura ideologica è sostituita con una improntata ad una sorta di “Realismo flessibile”. Realismo che si impernierebbe sulla priorità alle “Nazioni” (in vece della teoria del loro “superamento” a favore della “mondializzazione”). Questa sorta di Realpolitik, apparentemente, di tipo “westfaliano” avrebbe come corollario che per la Strategia la forma di governo legittimo altrui diventa insindacabile. La lotta per la “democratizzazione”, in senso liberale, del mondo sarebbe messa tra parentesi.
Altra differenza essenziale è che mentre le alleanze erano viste dalla Strategia di Biden come un fattore di forza per il quale investire, per questa sono viste come un centro di costo del quale ridurre il peso. “I giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti”.
In termini geopolitici Biden cercava di spingere Partnership di sviluppo, mentre Trump, come visto nella sua concreta applicazione, introduce un “Corollario Trump” alla classica Dottrina Monroe. La cosa è semplice: gli USA devono negare l’accesso a potenze straniere e potenzialmente ostili, la Cina, al proprio emisfero. Si tratta di un brutale e completamente esplicito approccio neocoloniale, “Enroll and Expand”. I paesi che hanno la sfortuna di essere sul medesimo emisfero devono essere “arruolati” e la potenza USA si deve “espandere”.
Come abbiamo visto nella Conferenza di Mar-a-Lago, di fatto l’unico “paese” legittimamente abilitato ad agire, ed avere una politica indipendente, nell’emisfero Occidentale sono gli Stati Uniti. Il semplice fatto di avere un esercito proprio può diventare un crimine.
In economia si passa quindi ad un protezionismo aggressivo, tariffe di “Re-industrializzazione”, niente più “libero scambio”. Al suo posto il “bilanciamento del commercio” e l’identificazione del deficit commerciale come fattore di dipendenza strutturale. In particolare, ciò si vede sull’energia. Identificata in modo completamente esplicito e franco come arma geopolitica nella ricerca del “dominio energetico”. In tal senso, e precisamente, viene osteggiato il “Net Zero”, ostaggio di tecnologie e filiere produttive sulle quali l’Occidente ha perso irrimediabilmente la partita, e quindi ormai fattore di dipendenza dall’avversario.
Già nella lettera di presentazione, oltre a rivendicare la lotta alla “ideologia radicale di genere” ed alla “follia woke”, Trump dichiara di aver “liberato la produzione energetica americana”, evidentemente dalle importazioni di prodotti cinesi, allo scopo di “riconquistare l’indipendenza”.
Tutto questo ha un solo obiettivo, specifico e mirato: “garantire che l’America rimanga, per i decenni a venire, il Paese più forte, più ricco, più potente e più riuscito (successful) del mondo”. Per questo essi devono individuare e proteggere “gli interessi nazionali fondamentali”. Nel seguito il testo chiarisce che non lo è la “dominazione permanente dell’intero mondo”. Non lo è per due motivi molto interessanti; le élite della politica estera hanno sopravvalutato:
-        la disponibilità degli americani a farsi carico degli oneri globali e
-        la stessa capacità di farlo.
Nel farlo hanno scommesso che il “libero scambio” andasse a vantaggio di tutti. Invece, esso per la Strategia ha “svuotato la classe media e la base industriale da cui dipendono la preminenza economica e militare americana”.
Questa è la prima modifica di postura. Per l’Amministrazione Trump “gli affari degli altri Paesi ci riguardano solo quando minacciano direttamente i nostri interessi”. E questi interessi sono molto semplici: sopravvivenza e sicurezza, protezione del popolo, pieno controllo dei confini. Confini che, giova ripeterlo, coincidono di fatto con l’Emisfero Occidentale tutto. La manovra contro Maduro lo ha dimostrato.
Per questo serve un esercito potente, un’economia vitale che dipenda da un settore industriale forte, un settore energetico “più robusto, produttivo e innovativo del mondo — capace non solo di alimentare la crescita economica americana, ma anche di essere una delle principali industrie d’esportazione dell’America”. Per ottenere tutto questo serve anche restare il Paese più avanzato e innovativo, sia in campo scientifico come tecnologico, garantendo “che la tecnologia e gli standard statunitensi — in particolare in IA, biotecnologie e calcolo quantistico — guidino il mondo in avanti”.
Quindi la Strategia parla di una “rinvigorita salute spirituale e culturale americana” e “un numero crescente di famiglie forti e tradizionali che crescano figli sani”. Quindi di estirpare la “DEI” e le pratiche qualificate come discriminatorie ed anti-competitive, liberando la capacità di produzione energetica (fossile) americana come priorità strategica, reindustrializzando, deregolamentando e attuando tagli fiscali, investendo.
Dunque qui si registra una divaricazione, mentre verso l’esterno è imposta una Großraum senza nomos, all’interno del paese è proposto un nomos, un Ordine, e piuttosto esplicito:
-        famiglie tradizionali,
-        salute spirituale e culturale,
-        rigetto del DEI e del wokismo,
-        reindustrializzazione ed etica del lavoro concreto,
-        comunità politica come omogeneità.
Questo Ordine è profondamente e radicalmente razzistico, terrazza l’umanità in un dentro ed un fuori. Applica agli uni ed agli altri criteri del tutto diversi. Ed espelle dal corpo, perché sia sano, ogni componente di diversità.
Si tratta della struttura dell’Ordine coloniale classico. Anche qui con un sapore ottocentesco. Qui si individua una differenza ontologica, implicita, tra chi partecipa al nomos (al “noi”, che vede espulsi anche coloro i quali non condivide la medesima civiltà, articolando la traccia della ‘guerra civile’ americana) e chi ne è escluso. È quindi oggetto e non soggetto delle politiche del Grande Spazio.
Tornando all’esterno, al Grande Spazio, ovvero a ciò che fuori dell’emisfero Occidentale. Per la Strategia è cruciale, deve “sostenere catene di approvvigionamento critiche”, ovvero diventare indipendente sotto il dominio americano, al contempo controllando le rotte nell’Indo-Pacifico. L’obiettivo è la “pace attraverso la forza”, il rifiuto dell’imposizione di forme politiche (qualificato come “Realismo flessibile”).
Ma, forse soprattutto la ricerca dell’equilibrio di potenza. Vale la pena riportarlo per esteso: “Gli Stati Uniti non possono permettere che una nazione diventi così dominante da poter minacciare i nostri interessi. Lavoreremo con alleati e partner per mantenere equilibri di potenza globali e regionali, al fine di prevenire l’emergere di avversari dominanti. Poiché gli Stati Uniti respingono per sé il concetto fallimentare di dominazione globale, dobbiamo impedire la dominazione globale — e in alcuni casi persino regionale — di altri. Ciò non significa sprecare sangue e tesoro per limitare l’influenza di tutte le grandi e medie potenze del mondo. L’influenza sproporzionata di nazioni più grandi, più ricche e più forti è una verità senza tempo delle relazioni internazionali. Questa realtà talvolta richiede di lavorare con partner per sventare ambizioni che minacciano i nostri interessi comuni”.
Ciò significa non dipendere da potenze estere per componenti fondamentali (da materie prime a parti a prodotti finiti), necessarie alla difesa o all’economia nazionale. Questo punto, già da solo, fa cessare l’economia globale, dove il criterio era produrre ovunque dove era più redditivo il singolo prodotto.
Ma, questo corollario, implica anche controllo neocoloniale, infatti prosegue: “Dobbiamo ri‑garantire un accesso indipendente e affidabile ai beni necessari a difenderci e preservare il nostro stile di vita. Ciò richiederà espandere l’accesso americano a minerali e materiali critici contrastando pratiche economiche predatorie”.
L’azione in Venezuela è applicazione di questo punto.
Ed insieme lo è la determinazione a “riaffermare e fare rispettare la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza americana nell’Emisfero Occidentale”. Quella che, nella Conferenza, chiama più francamente “dominio”. Ovvero “negare a concorrenti extra-emisferici la capacità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare asset strategicamente vitali, nel nostro Emisfero”. È chiaro che una simile decisione è incompatibile con il rispetto della sovranità nazionale, altrove rivendicata.
Questo è il cosiddetto “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe.
Per quanto attiene all’Indo-Pacifico, invece, la Strategia lo vede come “campo di battaglia” del secolo. E definisce l’obiettivo di “competere con successo”, confinando in sostanza la Cina entro il primo anello di isole (cosa per la quale Taiwan è decisiva).

Conclusioni
Ciò che è stato messo in mostra il 2 e 3 gennaio è un atto un atto extragiudiziario sia sul piano dell’esile Diritto Internazionale e delle sue Istituzioni, sia su quello strettamente interno. Un atto senza alcuna base giuridica, pura forza, un atto apparentemente schmittiano, ma in realtà privo di qualsiasi funzione katechontica, anzi esso stesso potenziale fonte di caos. Si tratta della diretta contestazione della Carta delle Nazioni Unite tale da determinare un terremoto di portata catastrofica, e di lunghissima durata, sui meccanismi messi faticosamente (e non senza forzature) in piedi nel dopoguerra, con l’espresso obiettivo di non rendere più possibili fenomeni come il Nazismo e le conseguenti guerre generalizzate. Un atto esilmente giustificato sulla base di un mandato ordinario di un giudice per presunti reati comuni.
Come già scritto[12], questo evento ridefinisce completamente i confini di ciò che è possibile e lecito nell’arena internazionale. Dopo questo tutto lo è.
Quel che accadrà lo vedremo nei prossimi mesi ed anni, per le conseguenze strettamente economiche bisognerà attendere molti anni. Ciò che oggi si può dire è che nell’azione politica, o sarebbe il caso dire pre-politica, del gruppo di potere che si riferisce a Donald Trump come portafila non c’è, coerentemente con la Strategia come abbiamo visto, alcun riferimento all’universalismo liberale e quindi al suo cavallo di battaglia, la “esportazione della democrazia”[13]. Manca però anche la versione di universalismo hobbesiana, a ben vedere. E manca anche traccia della tensione schmittiana alla ‘teologia politica’, ovvero al contenimento del caos come destino storico. A meno che l’Ordine si riduca al suo grado minimo del puro dominio (ma questo non è schmittiano, non è hegeliano, né hobbesiano).
Trump con la Strategia e con questa azione ha seppellito la finzione del diritto internazionale come “garante dell’ordine e della pace”, ed al contempo con le sue azioni e parole sta seppellendo l’Unione Europea come soggetto politico (che non è mai stato).
Tuttavia, questo complesso di azioni, allo stato in cui sono, distrugge un Ordine senza mostrare ancora quello che segue. A meno di considerare “Ordine” il semplice “dominio”, i legami di fedeltà prepolitici, di stirpe[14].
Un “Ordine”, dovrebbe includere una componente egemonica e non solo di mero dominio. Dovrebbe coinvolgere e compartecipare. Fornire ragioni e scopi per aderire.
Al contrario, l’intero discorso di Trump è completamente autoriferito. L’unica forma che si intravede è la Pace come bene pubblico e collettivo. Ma, attenzione la ‘nuda pace’, la pace attraverso la Forza, come scrive.
Ovvero Pace attraverso il dominio. Senza riconoscimento.
Certo, questo potrebbe avere un sapore espressamente imperiale di tipo classico. La Pace attraverso il dominio era la forma dell’universalismo romano. E lo è stato di molti imperi. Ma nel caso del primo c’è una differenza essenziale: la Roma, sia imperiale e in misura diversa repubblicana, aveva una vocazione universale ben chiara, anche con una sua retorica, come necessario, ma fondata su una eticità profondamente radicata. Non si presentava come pura potenza, ma come ordine del mondo. Si trattava di un universalismo etico e non morale in senso moderno, ma giuridico ed istituzionale, anche rituale (prendere sul serio il ruolo dei riti, nella Roma imperiale come nella Cina confuciana è necessario se si vuole capire qualcosa). La Pax Romana includeva, non era razzista in senso moderno. Mos majorum (il senso, organico, della continuità dei patres, del limite, dell’autorità), il jus (la forma pubblica e non arbitraria della norma), la fides (affidabilità, parola mantenuta e prevedibilità) erano la forma etica dell’Ordine. La forza romana era a tratti irresistibile, ma non arbitraria. La proposta che emerge dall’azione di Trump non ha questo sapore, sembra puro interesse, immediatezza, contingenza. L’esatto opposto della fides.
Altrove ho proposto, infatti, di chiamare questa rivendicata forma politica “Nazionalismo Imperiale”. Sembra di essere di fronte alla dissoluzione della forma del politico (in qualunque accezione nota) e la riattivazione dello “stato di natura”.
Dunque, almeno allo stato attuale, questa forma di “dominio” esclude il politico. Manca la forma della forza, chiara, attendibile, prevedibile e riconoscibile. La fase trumpiana è, in questo momento, pura distruzione di Ordine. Mero esercizio di vitalismo egoriferito, alla scala nazionale. Sembra che da Hobbes si intenda passare alle Guerre di Religione.
Certo, molta parte della retorica mondialista (o “della globalizzazione”) e liberale conseguente era hybris mascherata e ipocrisia. Il mondo Basato sulle Regole è sempre stato una finzione. Ne abbiamo parlato decine di volte. Ma se si sceglie, giustamente, di criticare l’universalismo morale (a giugno uscirà un libro, per i tipi di Meltemi, nel quale chi scrive compie proprio questo esercizio), ciò non deve significare stare nello “Stato di Natura”. Quello Stato nel quale ognuno si dota del bastone più grosso (nucleare, possibilmente) perché in qualsiasi momento, per qualsiasi ragione, può essere aggredito, rapito, condannato magari a morte. Solo per aver perseguito gli interessi del proprio paese e non di un altro, autodefinitosi dominus del mondo (non più “libero”, evidentemente).
In altre parole, si può e si deve criticare l’universalismo morale, maschera ipocrita del suprematismo, senza ricadere nel nichilismo cinico, ma articolando una eticità. Che non presuma di poter trattare come “criminale” interno qualsiasi Capo di Stato estero[15]. Che non legittimi la mancanza di riconoscimento dello status etico dei “nemici” (rischiando che ciò porti, a questo punto, al terrorismo come pratica legittima).
Tornando al dilemma, sul quale si gioca la partita in corso, per tutti i paesi di seconda e terza fascia (dall’India all’Arabia Saudita, alla Turchia, o il Brasile, il Sud Africa e via dicendo), di fronte alla triplice azione volta a controllare, minacciare e inibire, tra sottomettersi o compattarsi, è proprio la minaccia dell’annullamento della politica a determinare l’esito a medio termine più probabile.
In questa fase di transizione che accelera, paradossalmente Trump costringerà il mondo che non vuole essere trattato da criminale, se non si inginocchia, a raccogliersi intorno a “l’egemone riluttante” cinese (unico grande attore, probabilmente con l’India, ad avere bisogno di stabilità). Perché il mondo ha bisogno di stabilità, come insegna Hobbes, la forza senza forma è il mostro che il leviatano vuole sempre esorcizzare.
Quel che la nuova amministrazione fa non è scegliere un “nemico”, questo era già noto a Washington, è togliergli la forma ed i confini. In termini schmittiani riclassificare il nemico come inimicus, anziché hostis[16]. Il “nemico” non è mai senza forma, indefinitamente manipolabile e de-umanizzabile, è e deve essere “politico”. Ma il politico è riconoscimento del limite, il diritto a tutte le cose è lo stato di natura[17]. Ovvero quello stato, dice appunto Hobbes, in cui la misura del diritto è [solo] l’utilità.
Qui siamo, invece, alla rissa di cortile nel fango nel quale un ragazzo, ad un tratto, tira fuori un coltello.
Domani l’altro arriverà con una pistola.
Metus mortis violentiae, (timore di morte violenta) è la forza trainante che spinge gli uomini ad uscire dallo ‘stato di natura’, come diceva Hobbes. Per questo, soprattutto per questo, minacciare tutti di morte, cattura, guerra, sanzioni, se non riconoscono il ‘dominio’ declinante americano, privo ormai di buona parte delle sue ragioni storiche, e per questo ridotto a rivendicare lo stato zero della pura forza, può produrre il suo esito.
Tutto questo non è scritto. Non ci sono necessità storiche, ma siamo ad un punto irreversibile di svolta. La finale vittoria di Trump è una possibilità, la guerra mondiale una possibilità, la prevalenza di un altro mondo è un’altra. È possibile che chi chiama alla forza perda, che la sovraestensione militare non si ripaghi, che costi troppo, che l'economia continui a degradare, che attaccare provochi risposte.
Che a furia di fare la parte della tribù cheyenne sui veloci cavalli gli altri si rinserrino nei carri.
Che si passi, quindi, ad una nuova guerra fredda, ma nella quale l'industria, la demografia, la stessa tecnica alla fine condannino quell’Occidente in cui tutte queste non sono più le più forti.
Alla fine si potrebbe dire così: se vuoi avere tutti nemici potresti avere tutti nemici.

[1] - Cfr. Visalli, A., Dipendenza, Meltemi, Milano, 2020.
[2] - Termine da comprendere non in senso morale, o razziale in senso stretto, quanto ordinativo e funzionale, nel senso proposto da Cedric Robinson.
[3] - Secondo le valutazioni dell'Office of Naval Intelligence (ONI), la capacità cantieristica della Cina supera quella degli Stati Uniti con un rapporto sbalorditivo di circa 232 a 1. Questo dato non è una mera statistica economica, ma rappresenta una minaccia esistenziale per la credibilità della deterrenza americana. https://www.americanmanufacturing.org/blog/chinas-shipbuilding-capacity-is-232-times-greater-than-that-of-the-united-states/ ; https://maritime-executive.com/editorials/china-s-navy-is-using-quantity-to-build-quality
[4] - https://timesofindia.indiatimes.com/world/china/chinas-maritime-escalation-zhongda-79-cargo-ship-armed-with-60-missiles-in-open-display-see-pics/articleshow/126231020.cms
[5] - https://geopolicraticus.wordpress.com/tag/swarming-attack/
[6] - https://news.usni.org/2025/05/01/report-to-congress-on-chinese-naval-modernization-21 ; https://geopolicraticus.wordpress.com/tag/swarming-attack/
[7] - Il commercio marittimo globale opera su margini di profitto molto ristretti e dipende da polizze assicurative complesse. Esistono due tipi principali di assicurazione marittima: “Hull & Machinery” (scafo e macchinari) e “War Risk” (rischio guerra). In tempo di pace, i premi per il rischio guerra sono trascurabili (spesso lo 0,005% del valore della nave). Tuttavia, quando un'area viene designata come “Listed Area” dal Joint War Committee (JWC) dei Lloyd's di Londra a causa di una minaccia credibile (come la presenza di sottomarini o mine), le polizze standard decadono automaticamente. Gli armatori devono negoziare polizze “breach” per ogni singolo transito. Costi che potrebbero arrivare al 5% del costo della nave per singolo viaggio. Basterebbe per bloccare Taiwan.
[8] - https://www.china-arms.com/2023/12/type-039c-stealth-submarine-carries-yj18-missiles/
[9] - https://www.energypolicy.columbia.edu/qa-on-us-actions-in-venezuela/ ; https://www.chathamhouse.org/2026/01/us-capture-president-nicolas-maduro-and-attacks-venezuela-have-no-justification
[10] - https://www.c-span.org/program/white-house-event/president-trump-holds-news-conference-on-us-airstrikes-against-venezuela/671134?utm_source=chatgpt.com
[11] - https://www.reuters.com/business/energy/trump-administration-has-not-consulted-us-oil-majors-about-venezuela-oil-execs-2026-01-05/?utm_source=chatgpt.com

[12] - “3 gennaio 2026, Venezuela, la fine del diritto”, Tempofertile, 4 gennaio 2026.
[13] - Nella Conferenza solo all’avvio è stato citato, ma abbastanza di sfuggita che le elezioni sono contestate e Maduro sarebbe “un dittatore”, poi l’attacco è tutto rivolto al presunto fatto che la sua azione danneggiava cittadini e interessi americani.
[14] - Non per caso, non solo per retorica politica, una parte molto rilevante della Conferenza si è concentrata sulla invasione di “bande”, fattualmente identificate negli immigrati venezuelani in USA (poco meno di un milione) e nelle pratiche di sicurezza/espulsione implementate con gli ordini “Protecting the America People against Invasion”, del gennaio 2025 e “Restricting and limiting the entry of foreign nationals to protect the security of United States”, del dicembre 2025. Gli ordini designano cartelli e gang come MS-13 e Tren de Aragua come organizzazioni terroristiche straniere e invocano l'Alien Enemies Act del 1798 per utilizzare forze federali e statali contro chi ha legami con questi gruppi.
[15] - Rischiando che l’universalizzazione di questa pratica induca il mondo, come correttamente sottolineato dal Presidente Coreano del Nord, a dotarsi di bombe atomiche, magari nascoste in scantinati a New York.
[16] - La distinzione fondamentale che istituisce il politico per Schmitt è quella tra inimicus (il nemico privato, l’odiato, il criminale, il bandito) e l’hostis (il nemico pubblico, riconosciuto, legittimato, definito dentro un Ordine). Il nemico come hostis non è mai disumanizzato, è un avversario. Se c’è questo, c’è attesa di comportamento, forma ed eticità. Altrimenti solo violenza, illimitatezza. A chi tratta come inimicus si può solo replicare parimenti. Senza dare quartiere.
[17] - Hobbes, T., De Cive, 10, Editori Riuniti, 2018, Roma, p. 85.