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Se ci resta soltanto lo stretto di Gibilterra

di Lucio Caracciolo - 14/06/2026

Se ci resta soltanto lo stretto di Gibilterra

Fonte: La Repubblica

La sconfitta subita dagli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran, resa più dolorosa dalla patetica mascherata trumpiana, segna per noi una svolta strategica. Negativa. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale l’America, nostro supposto ma poco credibile protettore, non è più in grado di assicurare la libera navigazione negli stretti che collegano l’Italia all’Oceano Mondo. Non solo Hormuz resta sotto controllo iraniano, anche i cardini del Mar Rosso, Suez e Bab al-Mandab, sono tutt’altro che garantiti. Unica certezza, per ora: Gibilterra. Ergo, possiamo stare tranquilli solo sul versante atlantico. Su quello che ci lega all’Indo-Pacifico, cioè all’Asia profonda, Cina e Giappone in testa, incombono nubi cariche di tempesta. Per Washington quegli stretti sono molto importanti ma non esistenziali. Noi invece qui ci giochiamo tutto.

Per la quarta potenza di esportazione del mondo (ebbene sì, per ora lo restiamo) che vive dell’importazione di materie prime e soprattutto dell’energia che in casa non ha, davvero pessima notizia. Mitigata dalla sensazione che qualcosa si muove nell’opinione pubblica, speriamo anche fra i decisori politici, quanto a percezione della nostra collocazione geografica. Anche se preferiamo rimuoverlo, noi siamo prima di tutto paese marittimo, quasi-isola al centro del Medioceano, come a Limes chiamiamo il Mediterraneo. Per marcarne la forma economica e strategica: stretto che connette Atlantico e Indo-Pacifico. Noi ce la caviamo finché resiste un Mediterraneo medioceanico. Ci ammaliamo gravemente quando le valvole che regolano il passaggio da e verso il largo ci si chiudono.

Non pare che i conflitti in corso nell’area, dai quali deriva la crisi degli stretti, siano temporali estivi. Sembrano semmai dispute infinite. Avranno alti e bassi, ma dovremo conviverci a lungo. Con gli Stati Uniti nelle condizioni attuali, viene a mancare il garante di ultima istanza della nostra salute geopolitica. E nessuno è in grado di prenderne il posto. Per ora.

Allungando lo sguardo avanti nel tempo, il rischio che questo un per cento delle acque planetarie attraverso cui passa il 20% dei traffici — tacciamo dei cavi Internet, delle condutture energetiche e di mille altre risorse — scada a lago salato è accentuato dalla crescita dell’Artico su scala mondiale. Stati Uniti, Russia e Cina competono per il controllo della rotta artica passante in gran parte per le coste russe, su cui si affacciano sempre più i cinesi. La passione di Trump per la Groenlandia è soprattutto legata a questa competizione. E noi? Visto da Roma, lo scenario è il seguente. Nel Medioceano manca un egemone, ma riemerge una potenza antica, la Turchia, con cui abbiamo avuto nei secoli abbastanza a che fare. Vale in particolare per lo Stretto di Sicilia, collo di bottiglia di speciale interesse nazionale anche per i flussi migratori. Sulla sponda nordafricana troviamo i resti della Libia contesa da varie milizie e gruppi d’interesse. Con la Turchia in Tripolitania ma capace di incidere su tutto lo spazio maghrebino, fino all’Egitto e oltre. La dottrina della Patria Blu considera turco tutto il Mediterraneo Orientale e buona parte del Centrale, fino alla Sicilia e oltre.

Qui entra in gioco la variabile Israele. Lo Stato ebraico è impegnato dal 7 ottobre 2023 in una guerra di attrito contro sé stesso, prezzo della vendetta voluta a ogni costo e contro ogni logica a causa del trauma inflittogli da Hamas. Gerusalemme non può vincere e non può perdere la pletora di conflitti aperti su sette fronti. Prima o poi, potrebbe finire a scontrarsi anche con la Turchia. Duello mortale. Dove? A Cipro, chiave del Mediterraneo orientale e del Levante. Per contrastarvi la penetrazione turca Israele sta allestendo intese con Cipro e Grecia, sostenute dal Regno Unito e con qualche incertezza dalla Francia. Per funzionare questo schieramento anti-turco deve contare sugli Stati Uniti. La crisi dei rapporti Washington-Gerusalemme, mentre quelli turco-americani vanno al massimo, non promette bene. Tempo per l’Italia di muoversi e contribuire a sedare l’incendio prima che finisca fuori controllo. La guerra turco-israeliana ci cambierebbe i connotati.