Sipario europeo
di Andrea Zhok - 29/07/2026

Fonte: Andrea Zhok
L’altro giorno il Ministro del Commercio cinese ha annunciato una serie di restrizioni verso le aziende europee dei settori difesa e tecnologia. Si tratta di una risposta all’attacco alle aziende cinesi presente nel 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia.
Questo è solo l’ultimo atto di una crescente tensione tra UE e Cina, di cui un momento importante è stata l’uscita dell’Italia dal progetto della Via della Seta nel 2023.
Le fiabe che gli europei si raccontano rispetto alla Cina sono innumerevoli. Di volta in volta la Cina è stata ed è accusata di varie e contraddittorie nefandezze. Dapprima era accusata di essere un paese chiuso in quanto comunista. Poi è stato accusato di farci concorrenza sleale (mentre le aziende europee correvano a delocalizzare in Cina – con la benedizione dei governi - per ricattare i propri lavoratori con la minaccia di “salari cinesi”).
Intanto la Cina ha fatto tesoro dell’expertise europea, ha educato i propri lavoratori, e ha mantenuto un forte settore statale in ricerca e sviluppo, trasformandosi rapidamente da esportatrice di prodotti di fascia bassa, a prezzi risibili, ad esportatrice di prodotti tecnologicamente all’avanguardia.
Le oligarchie finanziarie europee pensavano di poter continuare a far soldi detenendo solo la proprietà legale e il brand (logo), e facendo fare tutta la produzione all’estero (Cina in testa), pagandola in perline e specchietti.
Questo paradiso dell’economia finanziaria ricattava i lavoratori europei, comprimendone i salari e passava dalla vecchia economia europea con alti investimenti ed alta innovazione ad un’economia di sfruttamento del nome fattosi in generazioni passate (un po’ come l’odierna vendita a pezzi di Venezia).
Il risultato finale è:
1) un tessuto produttivo sempre più deindustrializzato, dove la stessa expertise produttiva si è ridotta (lo scotto delle delocalizzazione);
2) un mercato interno impoverito, cioè con sempre meno europei capaci di acquistare merci di qualità (lo scotto del contenimento salariale);
3) una capacità di innovazione tecnologica sempre più ridotta (per lo più l’industria privata privilegia i dividendi degli azionisti agli investimenti in ricerca e sviluppo).
Ed oggi frigniamo per il mostruoso disavanzo della bilancia commerciale (359 miliardi a favore della Cina) e pensiamo di affrontarlo con patetiche accuse di “violazioni dei diritti umani” (un evergreen europeo) e con richieste di barriere commerciali (che, da sole, servono solo a farci pagare di più beni di qualità peggiore).
La soluzione sarebbe ovvia, ma il prosciutto ideologico sugli occhi delle nostre classi dirigenti lo impedisce. L’Europa dovrebbe rimettersi a fare quello che faceva un tempo, dovrebbe ricostruire un’economia mista in cui grandi imprese statali promuovono l’innovazione tecnologica, lasciando fare al mercato ciò che il mercato fa bene, cioè l’allocazione flessibile. In sostanza l’Europa dovrebbe mettersi a fare la Cina.
Noi invece lasciamo pascolare senza guinzaglio Kaja Kallas che se ne esce con robe come “Se non riusciamo a sconfiggere la Russia come faremo a sconfiggere la Cina?”
Sipario.

