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Squadra che perde non si cambia!

di Gianandrea Gaiani - 21/09/2026

Squadra che perde non si cambia!

Fonte: Analisi Difesa

Le hanno sbagliate tutte per anni, segnando tanti autogol, eppure continuano a giocare titolari nell’unica squadra al mondo che gioca contro sé stessa, puntando sempre a perdere ogni incontro a vantaggio degli avversari.

Impossibile trovare spiegazioni logiche eppure questa è la realtà europea, della Commissione europea ma anche di gran parte dei governi degli stati membri.

Donald Trump rilancia la proposta di negoziati tra Mosca e Kiev ma politica e grandi media in Europa non perdono occasione per ingigantire la minaccia di aggressione russa anche a costo di arrampicarsi sugli specchi e di coprirsi di ridicolo.

 Esasperare la minaccia russa

Un attacco alla locomotiva di un treno che trasportava armi per Kiev a ridosso del confine polacco è stato dipinto come un attacco alla NATO e il tentativo di uccidere consiglieri europei (tra cui l’ex premier britannico Boris Johnson) del governo ucraino che invece viaggiavano su un altro convoglio.

Il drone russo che avrebbe cercato di abbattere l’aereo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di cui hanno parlato TG e quotidiani è caduto in realtà a 160 chilometri di distanza, come conferma la stessa Kiev.

Ogni drone russo che cade appena oltre i confini ucraini in Moldavia, Romania o Polonia rappresenta una “provocazione russa” non un normale incidente, sempre possibile quando si compiono incursioni lungo le frontiere, specie se da esse entrano in Ucraina armi e munizioni messe a disposizione dalle nazioni aderenti a UE e NATO incluse quelle al confine con l’Ucraina.

I due razzi di segnalazione lanciati da una nave militare russa per allontanare un elicottero delle forze aeree danesi che la sorvolava in acque internazionali nel Mar Baltico è stato definito un atto ostile dal governo di Copenhagen.

I droni che sorvolano le repubbliche Baltiche sono quasi sempre ucraini (secondo Mosca decollano da lì per colpire la regione di San Pietroburgo) ma per innalzare l’allarme non viene quasi mai rivelata la loro nazionalità e si esalta la necessità di difendere l’Europa dalle “minacce ibride”.

Tutti elementi che confermano una tendenza che sembra volersi opporre, anche forzando la mano e le parole, a ogni forma di distensione che possa favorire l’apertura di un dialogo con Mosca. Un approccio europeo ben rappresentato anche dalle dichiarazioni rese ieri dal ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski.

“La Russia sta intensificando non solo la guerra contro l’Ucraina, ma anche gli attacchi contro i Paesi della Nato. Solo nelle ultime 48 ore, un drone armato è stato abbattuto sopra la Lituania. A luglio abbiamo avuto l’incursione di un missile da crociera armato, che siamo abbastanza certi sia stato lanciato deliberatamente contro la Polonia e non contro l’Ucraina. Quindi la Russia sembra stia intensificando l’escalation e noi dobbiamo difenderci”.

In termini militari appare evidente che se Mosca avesse voluto scatenare anche solo provocazioni contro le nazioni europee avrebbe utilizzato modalità e strumenti bellici ben più espliciti ed efficaci ma la narrazione che si registra in Europa sembra improntata soprattutto a convincere l’opinione pubblica interna che la minaccia russa va presa sul serio. E che solo le attuali forze di governo possono gestirla e contrastarla

 Il discorso di von der Leyen

A questo proposito il “top” lo ha raggiunto, senza rival,i la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Nel suo Discorso sullo Stato dell’Unione al Parlamento europeo a Strasburgo, ha sostenuto “sia giunto il momento di un Articolo 4 europeo, ovvero un Protocollo di sicurezza d’emergenza. Quando attivato da uno Stato membro, tutti gli Stati membri si riunirebbero per coordinare una risposta europea, per scoraggiare un’ulteriore escalation e per mitigarne l’impatto.

Abbiamo urgente bisogno di un consenso su come rispondere a determinati incidenti, quelli che non rientrano nella definizione di aggressione armata ma che minacciano chiaramente la nostra sicurezza nazionale. In altre parole, un meccanismo per aggirare l’articolo 4 della NATO“, ha spiegato.

Per von der Leyen “dobbiamo spingerci ancora oltre. Da tempo discutiamo di un formato incentrato sulla sicurezza del nostro continente, con il coinvolgimento di partner come Canada, Norvegia, Ucraina, Regno Unito e altri. Ciò è ancora più urgente ora, vista la natura e la portata dei rischi in gioco. Per questo motivo presenteremo le nostre idee per rendere realtà un Consiglio di sicurezza europeo“, ha annunciato.

L’obiettivo sembra essere quello di sfruttare le cosiddette “minacce ibride” per creare un organismo di scurezza che coinvolga tutti gli stati membri della NATO (esclusi gli Stat Uniti) e l’Ucraina contro la Russa. Un organismo non previsto però da nessun trattato, una sorta di replica su vasta scala della Coalizione de Volenterosi che invece di voler inviare truppe in Ucraina punta a coordinare le difese contro le minacce ibride di Putin.

Per la presidente della Commissione “sta emergendo un’Europa più forte e indipendente” che “sta consolidando la propria prosperità” e “che si sta liberando dalla sua tossica dipendenza dai combustibili fossili russi”, che “è diventata la più grande potenza commerciale del pianeta, trasformando la propria politica industriale pur mantenendo il nostro modello sociale unico”.

Frasi che cozzano brutalmente con la realtà.

Più forte?  Più indipendente? Ma se la stessa von der Leyen ha accettato di spendere 750 miliardi di dollari in tre anni costosissima energia statunitense, di investire 600 miliardi nell’’industria americana mentre tutte le nazion i europee (esclusa la Spafna) hanno accettato il diktat di Washington che ci impone di spendere il 5% del PIL per la Difesa (e Sicurezza) quando gli USA spendono poco più del 3 per cento.

Gli europei comprano sempre più armi statunitensi (e pagano anche quelle destinate all’Ucraina) per non parlare della crescente penetrazioni delle Big Tech statunitensi nel settore della cybersecurity e dell’Intelligenza Artificiale o dell’invasività dei fondi d’investimento americani ormai titolari di pacchetti azionari di molte aziende europee.

Sul piano economico siamo in piena de-industrializzazione e lo si vede soprattutto nella Germania che la signora von der Leyen dovrebbe conoscere molto bene.

Ci siamo “liberati” dalla dipendenza energetica dalla Russia per dipendere per il 60 per cento dagli Stati uniti e poi da altri fornitori che ci fanno pagare l’energia un prezzo ben più alto e non riescono a garantire i volumi necessari. Infatti l’Europa affronta l’inverno imminente con il minimo storico di riserve di gas stoccato.

Un danno non senza beffa: molte nazioni europee continuano a comprare in quantità crescente gas russo, ma GNL della Siberia pagato ai prezzi (alti) di mercato quando avevano il gas via tubo a prezzo concordato.

Come ha ricordato Vladimir Putin al recente vertice dei BRICS in India “la Russia in passato forniva gas all’Europa a un prezzo di circa 150 dollari per 1.000 metri cubi, mentre ora gli europei pagano 1.000 dollari e oltre per la stessa quantità”.

Al netto del cieco fanatismo degli invasati russofobi che affollano cancellerie, redazioni e studi televisivi occorre chiedersi sul piano concreto e pragmatico: tutto questo ci ha reso più forti? Più indipendenti? Più prosperi?

La prosperità la stiamo sacrificando, non certo consolidando a causa degli errori gravissimi compiuti da due commissioni von der Leyen con la complicità dei tanti governi europei succubi di Bruxelles. Del resto la perdita di competitività, determinata da politiche green e rinuncia all’energia russa è stata certificata anche dal rapporto presentato mesi or sono da Mario Draghi.

Inoltre, come stanno scoprendo diversi governi alle prese con i conti pubblici, in simili condizioni economiche ed energetiche un riarmo massiccio non è solo impossibile, è suicida.

 

Gli errori compiuti non insegnano ma vengono reiterati

Ha quindi dell’incredibile la capacità di von der Leyen e della Commissione di non riconoscere i gravi errori che hanno portato l’Europa sull’orlo del baratro economico e nella irrilevanza strategica, abbinata incredibilmente alla ferrea volontà di reiterare quegli stessi errori.

Difficile negare che politiche green, riarmo in condizioni energetiche ed economiche precarie, rinuncia all’energia russa e stato di quasi-guerra con Mosca siano le principali cause della de-industrializzazione e della profonda crisi europea, anche militare.

Eppure la presidente della Commissione ha avuto l’ardire di dichiarare che “questa è un’Europa di cui possiamo andare davvero fieri. dall’inizio del conflitto le importazioni di combustibili fossili ci sono costati 90 miliardi di euro in più, bisogna staccarsi dai combustibili fossili e intensificare l’energia pulita prodotta internamente. Poco importa la tecnologia, l’importante è che ci renda indipendenti e si riducano i prezzi dell’energia, puntiamo per questo a raddoppiare quota energia elettrica entro il 2040″, ha detto Ursula von der Leyen.

Peccato che l’energia a un prezzo ragionevole costituisca ora un’esigenza prioritaria poiché nel 2040 la de-industrializzazione sarà già un fatto compiuto se l’Europa continuerà a rappresentare l’area del mondo che paga l’energia al prezzo più alto.

Dipendere oggi dal gas del Qatar che non arriva più a causa della crisi a Hormuz, da quello statunitense che sarà insufficiente e da altri fornitori che garantiscono prezzi elevati e forniture incerte da aree sempre più instabili rende le economie europee più vulnerabili rispetto a quando dipendevano per il 40 per cento dal gas russo.  A cui dobbiamo in ogni caso rinunciare, costi quel che costi, secondo i diktat suicidi di Bruxelles.

Von der Leyen, come del resto anche Giorgia Meloni e tanti leader europei, sostengono che il sostegno all’Ucraina non è negoziabile. Costi quel che costi!

Per quesdto dopo i numerosi scandali, le frodi e i casi di corruzione che hanno portato in conti privati in paradisi fiscali una bella fetta degli aiuti europei a Kiev dobbiamo ora finanziare anche l’improvviso “buco” nel bilancio della difesa ucraino da 27 miliardi di dollari da aggiungere al “prestito” Ue da 90 miliardi (13 a carco dell’Italia) che nessuno ci restituirà mai.

A questo proposito, Kiev ha denunciato un altro “buco” di 32,7 miliardi di dollari dichiarato ieri da Kiev per il Bilancio 2027 che ricadrà ovviamente sui soliti polli europei da spennare.

“E’ necessario ottenere ulteriori impegni da parte dei nostri amici per poter sostenere il bilancio”, ha detto il ministro delle Finanze ucraino Sergii Marchenko, a margine dell’Ecofin informale a Dublino. E gli “amici” sappiamo bene chi sono.

Facile immaginare che l’Europa sarà chiamata a finanziare gran parte della spesa pubblica di Kiev anche il prossimo anno indipendentemente dall’esito della rinnovata iniziativa negoziale statunitense rilanciata negli ultimi giorni con la visita a Mosca e Kiev degli inviati Steve Witkoff e Jarred Kushner.

 La priorità UE è scongiurare la fine della guerra

E’ molto probabile che l’esasperato allarmismo europeo nei confronti della minaccia russa abbia lo scopo di sostenere la contrarietà a un negoziato che nel programma presentato dagli Stati Unti indurrebbe Kiev ad accettare cessioni territoriali, neutralità ed elezioni entro tre mesi dall’accordo d pace.

Si tratterebbe certo di una sconfitta per Kiev, peraltro sancita dal campo di battaglia dove i russi controllano il 21 per cento del territorio ucraino e continuano ad avanzare. Di una sconfitta onorevole, non di una disfatta, in quanto consentirebbe all’Ucraina di sopravvivere alla guerra, venire ricostruita (sempre a spese degli europei) per poi in futuro entrare forse nella Ue.

La sconfitta di Kiev coinciderebbe però con quella della Commissione von der Leyen, dei baltici e scandinavi russofobi e dei governi dei “volenterosi” che sul braccio di ferro con la Russia hanno dilapidato in questi anni i consensi di cui godevano presso i popoli europei.