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Tutto il mondo sa cos'è questo attacco: una guerra di saccheggio

di Andrea Zhok - 03/01/2026

Tutto il mondo sa cos'è questo attacco: una guerra di saccheggio

Fonte: Andrea Zhok

Stanotte gli Stati Uniti hanno festeggiato l'anno nuovo bombardando Caracas. 
Il presidente Trump, quello che ha perso il conto del numero di guerre che ha interrotto con l'imposizione delle mani, ha attaccato militarmente il Venezuela.
Come nella più classica delle fiabe di Esopo, le ragioni addotte per l'attacco sono state, prima che il Venezuela esportava fentanyl negli USA, poi che il Venezuela aveva rubato il petrolio americano (in Venezuela) e infine che gruppi di Hezbollah e Iran infiltrati in Venezuela minavano la sicurezza interna degli USA.
A proposito di minaccia interna incombente ai confini, ricordo che la distanza tra i punti più vicini di USA e Venezuela è di 2200 km, più o meno la distanza tra Portogallo e Polonia. 
Naturalmente tutto il mondo sa cos'è questo attacco: è una guerra di saccheggio per le risorse petrolifere e minerarie venezuelane, una guerra che il paese che ha fatto più guerre dalla sua nascita al mondo, il paese che ha 800 basi militari sparse su tutto il pianeta, per l'ennesima volta ci racconta di fare nel nome della pace e della democrazia.
E naturalmente attenderemo invano la "vibrante indignazione" del presidente Mattarella, la ferma condanna di Giorgia Meloni e il primo pacchetto di sanzioni dell'Unione Europea.
Come sempre è tutto perfettamente nella norma.
L'unica cosa che non è nella norma è quella pletora di imbecilli che sui giornali e sui social, inevitabilmente ed instancabilmente, cercheranno una tortuosa giustificazione morale alla prevaricazione (se le prevaricazioni provengono dalla nostra squadra del cuore sono per definizione morali).

Comunque c'è qualcosa che non torna nella dinamica degli eventi in Venezuela. Il fatto che agli elicotteri americani sia stato consentito di volare a bassa quota su Caracas senza che un singolo banale MANPAD (missili terra aria portabili a spalla) sia entrato in azione fa pensare ad una connivenza dei vertici militari nel consentire la cattura di Maduro.
Ciò che importa ora è capire se questa connivenza sia stata concordata preventivamente e quali siano le condizioni di uscita preventivate per questo cambio al vertice.
Può darsi che i vertici dell'esercito abbiano considerato Maduro più  una "passività" che un "patrimonio", e che l'idea sia quella di una presa diretta del potere da parte dell'esercito (dopo tutto questo sarebbe in linea con il precedente di Chavez). Oppure se l'idea sia quella di paracadutare una Machado qualunque dall'estero per agire come plenipotenziario americano.
E' ovvio che la seconda opzione sarebbe quella più gradita dagli USA, ma non è così scontato che stia bene all'esercito (e certamente non sta bene alla maggioranza della popolazione).
Se le forze americane rimarranno sul terreno continuando a colpire e premere sarà il segno di un'operazione di regime change ancora in corso, in cui le carte non sono state tutte già giocate e in cui l'esercito non si è venduto. Se si ritireranno fingendo che con la cattura di Maduro il loro compito è esaurito, significa che c'è già un accordo per la sostituzione di Maduro con un fantoccio a loro gradito.
Per capire la dinamica di ciò che sta avvenendo davvero bisognerà attendere le prossime ore e i prossimi giorni. Maduro, a differenza di Chavez, non è un leader difficile da sostituire con risorse interne. Se questa risorsa interna sarà il solito vendipatria globalista concordato con gli USA o se sarà un leader che cerca la continuità ideale con il bolivarismo è quello che dovremo capire a breve.