Uomini e turisti
di Giorgio Agamben - 04/07/2026

Fonte: Quodlibet
La parola turista compare per la prima volta in italiano nel 1837 (turismo soltanto nel 1907). L’etimologia è chiara: il tour (il grand tour) è il viaggio di formazione che gli aristocratici e gli intellettuali europei compiono a partire dal XVIII secolo soprattutto in Italia per conoscerne la storia dell’arte, i modi di vita e la cultura. Come spesso avviene, quello che all’inizio era proprio di un’élite, si è trasformato col tempo in un fenomeno di massa.
Significativo è che il suo antecedente siano certamente i pellegrinaggi che i credenti intraprendevano per visitare i luoghi sacri della loro religione: anche i turisti, come i pellegrini, sono peregrini, ciòè, secondo il significato del termine latino, stranieri sulla terra. Il turismo è il segno di un mutamento epocale nel rapporto fra gli uomini e la terra che abitano: ovunque si trovino, essi sono extranei, di fuori (extra), innanzitutto nella stessa città in cui vivono. Ricordo perfettamente lo stupore con cui, già molti anni fa, quando abitavo a Venezia, mi accorsi che non era più possibile distinguere i veneziani dai turisti.
Cambiato non è, però, solo il rapporto dei cittadini con la loro città, mutata è, insieme, la stessa città: gli uomini sono diventati turisti, cioè stranieri, nella misura stessa in cui extranea e peregrina è ora la terra che abitano (o, piuttosto, abitavano un tempo). Se si legge, come mi è capitato in questi giorni, la straordinaria descrizione che Joseph Roth fa di Marsiglia nell’autunno del 1925, con i suoi vicoli densi e avventurosi, dove in una superficie di pochi chilometri si affollavano vive tutte le epoche della storia e nessuno era straniero, è difficile sottrarsi all’amara, implacabile costatazione che le città oggi non esistono più: il turismo ha potuto distruggerle, perché esse avevano già smesso di essere vive. L’overtourism non viene da fuori, è cominciato dentro di noi, dentro i rioni e i quartieri familiari, che non siamo più capaci di abitare. Abitare è una forma intensiva del verbo avere (habeo) e significa un certo modo di dimorare e di vivere, di avere abiti e abitudini. E se ethos in greco designa la dimora abituale, allora l’abitazione è la forma primordiale dell’etica. Essere diventati turisti, aver perso la capacità di abitare, essere ovunque peregrini ed estranei, ci obbliga allora a immaginare da capo una possibile etica, a reinventare da cima a fondo la capacità di abitare. Compito certamente non facile, ma che ci offre forse la sola via per uscire dal turismo, per rendere nuovamente abitabili la nostra terra e le nostre città.
