Viviamo tra il mistero e l’abisso
di Marcello Veneziani - 04/07/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Che immagini e che pensieri ti suscitano il mistero e l’abisso? La profondità più oscura, anzi un fondo scuro, sempre più scuro, un fondo senza fondo; e la percezione di un altro regno, diverso da quello a noi familiare e noto, come il regno marino e il mistero degli abissi. Il mistero è un’ombra che avvolge e l’abisso è un cono scuro entro cui precipiti.
A volte il mistero è il volto di una persona o un ritratto d’ignoto; e l’abisso è la passione in cui ti precipita una persona, un vortice o una visione. Il mistero e l’abisso sono ciò che non conosci, che non puoi controllare; ti sfuggono e ti sovrastano, sono oltre te e il tuo cono di luce, oltrepassano i tuoi limiti e le tue sicurezze. Al mistero e all’abisso è dedicato quest’anno Eolié, il festival tra arte, pensiero e varia umanità che si svolge a Lipari, ideato e coordinato da Francesco Malfitano. A me toccherà oggi parlarne in apertura al festival che si protrarrà tra ospiti e perfomance, mostre e letture, fino a lunedì.
Se unisci il mistero all’abisso pensi agli abissi misteriosi dei fondali marini, al sordo e immenso ventre del mare, infido e visitabile per poco tempo. Un arcipelago di isole come le Eolie evoca i misteri degli abissi marini; e la natura vulcanica delle isole rende quel mistero e quell’abisso ancora più minacciosi e serpeggianti; il pericolo non viene solo dalla profondità del mare ma dalle viscere profonde della terra. Quell’intreccio di terra, lava e flutti, di fuoco e onde, rende più spaventoso il paesaggio. Il bello cede al sublime.
Dici abissi e quali pensieri, quali autori ti vengono in mente? Viene subito in mente Nietzsche che vedeva l’uomo come un funambolo, anzi l’uomo stesso è ai suoi occhi una corda tesa tra la bestia e l’oltreuomo, ma protesa su un abisso; dunque un camminare pericoloso, pericolante, ad alto rischio, sopra un precipizio. “Pericoloso l’andar da una parte all’altra, pericoloso il trovarsi a mezza strada, pericoloso il guardar a sé. Pericoloso il tremare, pericoloso l’arrestarsi”. Non c’è tregua, il pericolo è ovunque, perciò all’uomo tocca vivere pericolosamente. Ma ciò che è grande nell’uomo, seguita Nietzsche, è “l’essere egli un ponte e non già una meta”; il ponte è il suo destino, non è solo una tappa, un luogo di transito. Non scrutare nell’abisso, avverte ancora Nietzsche, perché l’abisso scruterà dentro di te, se ti specchi nell’abisso, l’abisso si specchierà dentro di te: spaventa il caos dell’universo quando ti minaccia fin dentro casa, cioè quando entra dentro la tua mente, la tua anima. Lui ci avvisò ma ne restò vittima, e finì pazzo.
Il mistero dell’abisso non è solo ciò che si cela dentro l’abisso, ma quel che si cela dentro di noi quando siamo tentati dall’abisso. Perché la vertigine dell’abisso non nasce solo dalla paura di cadere ma dalla tentazione di lanciarsi o di abbandonarsi. L’abisso non suscita (solo) repulsione ma anche attrazione, misteriosa attrazione. Come si traduce l’abisso sul piano del pensiero? Con nichilismo, quando perdi scopo, senso e ogni ragione di vivere, e tutto precipita nel vuoto e nel nulla.
Il mistero è il prima e il dopo, ciò che sta sopra e sotto di noi; siamo al centro, assediati dai quattro punti cardinali. I misteri ci incalzano da tutti i lati: il mistero della nascita e della morte, il mistero della vita e dell’ignoto, il mistero dell’eterno e dell’infinito, il mistero dell’amore e della mente, il mistero di Dio e dell’uomo. Non sappiamo nulla, possiamo solo esercitarci come Socrate e Nicola Cusano nella dotta ignoranza e professare il nostro “so di non sapere”, che è già un primo gradino di saggezza ma sull’orlo del mistero e di un’abissale ignoranza. “C’è bisogno di un pensiero profondo, / salvifico, che s’immerga nell’abisso / come un tuffatore dallo sguardo limpido, / sgombro dall’ebbrezza del vino…” canta Eschilo ne Le supplici.
Il ventre misterioso dell’abisso è il caos. Il caos non ha spiegazioni, non ha senso, non ha confini, non ha ordine e non ha nesso. E se il caos fosse invece il nome che diamo a ciò che non riusciamo a spiegare e incasellare nella nostra ragione? Se definissimo caos gli ordini, i significati, le ragioni che non siamo in grado di capire? Il caos in questa prospettiva è l’ignoto, l’incognito, l’incomprensibile, cioè il mistero.
Caos è il nome della contrada in cui nacque Luigi Pirandello. Nel caos nacque e poi abitò tra pensieri e opere. Nato all’ombra di un vulcano, l’Etna, quell’Etna in cui sparì misteriosamente il filosofo e mago Empedocle, Pirandello visse costeggiando il cratere del caos; e descrisse la condizione umana come segnata dal caos, dalla follia, dall’irrazionale, dalla scomposizione dell’ordine e della ragione, dei soggetti e delle identità. Nel suo racconto Nel gorgo, che evoca già nel titolo il mistero dell’abisso e la voracità del mare, Pirandello dice che noi viviamo al sicuro dentro “la macchinetta della civiltà” e rimuoviamo tutto ciò che turba la nostra coscienza. Ma appena la macchinetta si guasta e qualcuno guarda dentro di noi, sorge lo spavento, proprio come quando noi scrutiamo dentro l’abisso e l’abisso scruta dentro di noi, come avvertiva Nietzsche. “Che abisso, che abisso”, ripete il personaggio pirandelliano del Gorgo. E conclude: “E allora l’abisso, in cui il nostro segreto era sprofondato per sempre, senza lasciar la minima traccia, lo ha attratto a poco a poco e gli ha travolto la ragione”. Con Pirandello l’abisso e il mistero travolgono l’uomo e la sua mente.
“Un abisso pareva aprirsi in lui”, racconta Robert Melville in Moby Dick, narrando del capitano Achab, “il pazzo, il razionalmente e insaziabilmente risoluto cacciatore della Balena Bianca”. E quel pensiero intenso, come una fissazione, lo trasforma- secondo Melville -in Prometeo a cui un avvoltoio, da lui stesso generato, gli divora il cuore.
Di frequentatori dell’abisso ne abbiamo conosciuto altri, come Friedrich Hölderlin, il poeta pazzo o Fedor Dostoevskij, che indagò nel sottosuolo e cercò l’umanità tra il mistero di Dio e l’abisso della perdizione: “Siamo nati morti, e da tempo non nasciamo più da padri vivi, e la cosa ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il modo di nascere da un’idea” (Memorie dal sottosuolo). E Rainer Maria Rilke e Franz Kafka. O Joseph Conrad nel suo Cuore di tenebra. Letteratura dell’abisso, potremmo definirla. La letteratura, il cinema e il teatro, vivono ai bordi del mistero e dell’abisso, si fondano sul fascino dell’ignoto, si nutrono di crimini, misteri irrisolti, abissi passionali e tutto ciò che intriga e sgomenta. “L’orrore, l’orrore”, urla il colonnello Kurz che scruta nell’abisso della vita, il personaggio dell’opera di Conrad interpretato da Marlon Brando in Apocalypse now di Francis Ford Coppola. A differenza di Nietzsche, Pascal diceva che era necessario vedere l’abisso senza maschere, per non esserne inghiottiti: ti salvi se lo riconosci.
Come affrontare il mistero e l’abisso? Abbandonarsi al caos vuol dire naufragare, perdersi nei suoi flutti e nei suoi abissi. Ma fingere di sconfiggere il caos è solo allestire pietose menzogne. Il kaos esiste, come esiste il kosmos ed è inespugnabile. Non resta che starne fuori, non finirci dentro senza fingere che non esista o che si possa domare; rientrare nei propri confini e nel proprio ordine, e da lì scrutare l’abisso e il mistero. E semmai tentare un’impresa ardita: distinguere il mistero dall’abisso. Nel mistero c’è la chiave della nostra vita, la sua origine e il suo destino; nell’abisso c’è invece la sua perdizione. Il mistero dell’essere e l’abisso del non essere. Il mistero ci apre alla luce dell’eterno, l’abisso ci precipita nel buio dell’infinito, il buco nero. Nel mistero c’è la creazione, nell’abisso c’è il suo disfarsi. Il mistero è la verità del mondo e della vita, è più grande di noi, e noi ne siamo dentro. L’abisso è la notte da cui salvarci o almeno ripararci, il gorgo nero del caos. Siamo a un passo dall’abisso, a due dalla salvezza.
